Verso il 2 dicembre

E così prima che un’orda di adolescenti coi loro taccuini si sparpagli per tutta Italia a fare domande imbarazzanti a persone col triplo dei loro anni per riempire tesi polverose regalate ai soliti baroni universitari, proviamo a buttare giù appena qualche appunto di quella che è la galassia del sindacalismo di base in Italia.

Sindacati di base. Chi sono costoro?

Impossibile riunire in una singola pagina tutte le sigle che compongono il sindacalismo di base, perchè sono tantissime e ognuna con una propria personalissima storia di formazione.

In generale, comunque, si può dire che sono parti della CGIL, staccatisi da questa e che hanno dato vita a una propria formazione.

Ecco, con questa singola frase, sono di sicuro riuscita a inimicarmi TUTTI i sindacati di base.

Perchè ognuno di loro vorrebbe invece dimostrare di essersi formato in opposizione e in alternativa alla CGIL.
Si, certo, ma gli iscritti dove siete andati a pescarli?

Dunque i sindacati di base hanno indetto uno sciopero per venerdì 2 dicembre. Ed è una bella novità. L’anno scorso pure ne fecero uno tutti insieme, ad ottobre, a cui aderirono tantissimi lavoratori, ma era forse dai tempi di Genova che non accadeva. Che addirittura il sodalizio sia durato un anno è un evento eccezionale.

Evento eccezionale che in realtà i lavoratori iscritti ai sindacati di base chiedevano da altrettanto tempo.

Cosa sono i sindacati di base?

Per saperlo con esattezza bisognerebbe chiederglielo. E ognuno racconterebbe una storia diversa. C’è chi dà importanza al comparto (pubblico; privato; sociale; ecc…), chi al lavoro svolto dalla categoria (trasporti; tessile; sanità; casa; ecc…), chi a quello sul singolo posto di lavoro.
Ci sono quelli che credono che il sindacato sia lo strumento politico per eccellenza, chi pensa che sia solo un braccio del partito. Chi vuole che il partito faccia la rivoluzione, chi invece pensa che il partito si dovrebbe occupare solo dei temi del lavoro e delle condizioni di vita delle classi popolari.
C’è chi vuole fare il sindacato più a sinistra di tutti gli altri sindacati, c’è chi pensa che il sindacalismo si debba alimentare solo dei temi nati dal mondo del lavoro stesso.
Chi pensa che si debba far parte del Movimento, chi vuole costruirsi un’organizzazione dirigente.
Poi ci sono compagni che dicono che i lavoratori si dovrebbero occupare anche di economia e chi pensa che ci si debba occupare solo del proprio posto di lavoro.

Ce n’è per ogni gusto e di ogni colore.

Una cosa in comune però c’è fra tutti i sindacati di base: tutti pensano che la direzione politica del sindacato debba essere decisa dai lavoratori stessi, dalla base. Anche se poi quasi nessuno riesce a farlo.

Concentriamoci su quest’aspetto, valorizzandone il lato positivo.

Cosa significa che le decisioni devono essere prese dai lavoratori stessi? Non esiste una formula buona per qualunque situazione. Di sicuro significa rifiutare qualunque decisione che non sia stata prima discussa nel dettaglio, fino alla nausea, dai singoli lavoratori che poi si troveranno a subirla.

È chiaro, nel concreto del rapporto di lavoro, le decisioni le prende sempre il padrone, mai il lavoratore. Nonostante questo, in alcuni campi (tempi e modalità di svolgimento del lavoro; salario) non si può decidere niente senza i lavoratori.

Il sindacato come figura costituzionalmente tutelata, svolge questa funzione (1).

Che poi uno può dire: non si può limitare solo a questo! E avrebbe ragione e la giurisprudenza conferma questa pretesa dei lavoratori di non occuparsi solo del luogo di lavoro. Comunque se uno vuole fare altro da questo, completamente altro, non fa il sindacato e fa un’altra cosa.

Il sindacato, come sua funzione, contratta col datore di lavoro tempi, modi e salario della produzione.
Ora, la maggior parte dei sindacati svolge questa funzione dall’alto, senza coinvolgere le esperienze dei lavoratori.
I sindacati di base, ribaltano la prospettiva e chiedono che a decidere siano i lavoratori.

Poi si organizzano, come pensano meglio, in base alle loro idee politiche e alla loro esperienza cercando di tener fede al principio per cui si sono formati.

Proviamo a fare un tuffo nella storia. Molto sintetico e di volata. Intorno al 1880 nascono i primi sindacati. Il primo (senza fonte), non chiedetemi perchè, è quello dei tipografi, ma certo non il più importante.
Nascono tutti, o almeno la maggior parte, come sindacati di categoria: muratori, sarte, trasporti, industria, contadini, ecc… Solo nei primi anni del ‘900 iniziano a federarsi fra di loro, capire che la battaglia è comune e nascono così prima l’USI e poi la CGL (o viceversa). L’USI rivoluzionaria, la CGL concertativa. L’USI che darà vita a un sindacato guerrafondaio (all’epoca: 1915) come la UIL; la CGL che molti anni dopo darà vita a un sindacato democristiano, giallo e padronale, come la CISL (1955). Per tutti i primi anni del 1900 i sindacati di categoria e queste sigle che si intestano arbitrariamente “la lotta di classe in generale”, faranno grandissime battaglie, specie nel nord Italia, e riporteranno importanti vittorie. Collegandosi peraltro spesso con la nascita e l’esordio del partito socialista.

Il fascismo stesso per sopraffarli non potrà cancellarli interamente, ma sarà costretto a formarne di nuovi. Si chiamerano “Sindacati Corporativi”: sono strutture di potere del partito fascista stesso che piuttosto che strappare condizioni migliorative per i lavoratori, diventano invece l’incubo dei lavoratori, quelli che discutono del grado di sfruttamento ammissibile della forza lavoro. Chiamata proprio così, forza lavoro, come se non fosse composta di gambe, braccia, sudore e fatica.

Con la vittoria della Resistenza sul nazi-fascismo, i sindacati prima disciolti trovarono nuova vita. Ma tanto è stata forte l’impronta del fascismo in questo campo, che è forse l’unico aspetto che si è trascinato fin dentro la Costituzione. La quale prevede, infatti, che un sindacato per essere riconosciuto come tale, debba comunque essere iscritto in un particolare registro nazionale. Nemmeno la CGIL, appena ricostituitasi, era così concertativa da farsi “riconoscere” dallo Stato piuttosto che dai lavoratori, e l’articolo fu disatteso. Il sindacato è infatti tale solo ed esclusivamente perchè i lavoratori ci si iscrivono di propria volontà.

Per anni la CGIL è stato l’unico sindacato presente in Italia. Insieme a CISL e UIL.

Negli anni ’70 si ebbero le prime esperienze di organizzazione diretta dei lavoratori. Nacquero i comitati di fabbrica che diedero vita a una stagione di rinnovamento politico e sindacale che ancora oggi ricordiamo e celebriamo con entusiasmo.

La CGIL però inseguiva e teneva il passo delle danze, essendo l’unica ammessa a sedersi ai tavoli della contrattazione.

E’ solo negli anni ’90, però, che arrivano a staccarsi e prendere coscienza vaste fette del mondo del lavoro. Dopo i drammi degli anni ’70 e dopo la stagione del massacro sociale e della trasformazione delle fabbriche in industrie post-fordiste degli anni ’80 (le prime delocalizzazioni; le prime crisi di sovrapproduzione; le prime crisi energetiche; le prime casse integrazioni; il crollo della scala mobile), molti lavoratori decidono di abbandonare la CGIL e formarsi collettivi propri. Sindacati -e perchè no?- di base. Nascono spontaneamente e a decine in tutti i più vari campi del mondo del lavoro. Da quelli industriali a quelli degli insegnanti, tanto che Cobas come acronimo significa a tutt’oggi “Comitati di Base” e non sindacato. Nasce la CUB (confederazione unitaria di base), nascono le RdB (Rappresentanze di Base) e iniziano a presentarsi nelle elezioni dirette dei lavoratori.

Ah già, che scema, mi stavo dimenticando: è col 1970 che lo Statuto dei lavoratori dà di questi poteri di rappresentanza ai lavoratori, direttamente sul luogo di lavoro.

E nascono subito i problemi.
Con la CGIL in primo luogo, che per lungo tempo non si accorge di niente e continua a prendere decisioni nel nome di tutti i lavoratori italiani. Ma che presto corre ai ripari chiedendo, prima, che ai tavoli nazionali si siedano solo i sindacati maggiomente rappresentativi (chi raccoglie almeno il 5% degli iscritti su scala: nazionale? Provinciale? Di azienda?), ma che quando neanche questo basta più chiede addirittura che per discutere del contratto si debba prima firmare il contratto stesso. Un controsenso che per anni la maggior parte dei sindacati di base rifiuterà.

Ma che significa rifiutare di firmare un contratto? Significa 1- non essere mai convocati al tavolo di discussione sindacato-datore di lavoro; 2- non aver riconosciuto il potere di indire assemblee, godere di permessi sindacali e tutte quelle attività di cui, dallo Statuto in poi, un sindacato vive sui luoghi di lavoro.

Accordo giudicato incostituzionale da voci molto autorevoli.

Problemi poi si generano nel mondo del sindacalismo di base stesso. Travolto dalla sua stessa novità, il sindacalismo di base, si ingessa in usi e tradizioni sperimentati volta per volta e inizia a guardare con ostilità a chi, sempre dal basso, si organizza in maniera diversa. Niente di male finchè un sindacato di base non si incontra con un altro sindacato di base, ma che non appena si trovano tutti nello stesso contesto genera guerre fratricide nello sbigottimento totale degli iscritti stessi.

Dalla storia generale, passiamo dnque a quella personale, chiedendo subito perdono per le cavolate sotto riportate.

“Una quindicenne a spasso per il sindacalismo di base”

Dunque, da dove iniziare? Direi Genova. 17 anni, un paio di autogestioni alle spalle e un collettivo studentesco che si chiamava “molotov”… Santa pace che infanzia di merda!

Comunque il mio serissimo collettivo studentesco non era in grado di prendere una decisione da solo e ci appoggiavamo a un sindacato di base: i Cobas, appunto. Che in quell’epoca lontana ancora dialogavano con la CGIL e che a Genova andarono insieme con 7 autobus che partirono da una sperduta provincia toscana per la manifestazione del 21 luglio…. così mi ricordo io, almeno.

Battaglie importanti del periodo: per la riapertura di un centro di quartiere (persa, ora ci sono appartamenti) e molte battaglie scolastiche. Quando il capo se ne va e il capo del collettivo divento io, vado avanti da sola. Non per contrasto col sindacato di base, solo perchè non mi ero accorta che c’era questo legame.

Me la cavo niente male, per un anno.
Poi decido che la scuola fa schifo e mollo tutto.

Nel frattempo anche mia mamma è diventata rappresentante in RSU delle RdB con questo accordo: “io mi candido con voi, ma voi non mi chiedete di iscrivermi” “Ci importa proprio un cavolo della tua iscrizione!”.

Quando arrivo all’università non ci sono sindacati di base. Neanche l’ombra. Abbiamo qualche sporadico incontro con la CGIL che ogni tanto ci paga qualche autobus per le manifestazioni nostre, in cambio tocca anche a noi di andare alle manifestazioni loro, ma sono gli anni di Pomigliano e la CGIL non ci sembra così brutta.

Dopo l’università torno nella città natale e gli unici in città che sono attivi sono i sindacati di base. Così parto da loro per costruire il mio grandioso progetto rivoluzionario. Ci sono i Cobas, gli stessi di 10 anni prima e c’è la Cub.

E non si parlano.

Non capisco, ma mi adeguo. E se devo dare un volantino al trasporto pubblico locale vado dai Cobas e se devo andare a volantinare in fabbrica chiedo alla Cub.

C’è anche un sindacato nuovo, ma solo fra i giovani prof. Si chiama USB, ma tutti sanno che sono quelli delle RdB.

Coi miei due sindacati mi trovo bene. E la CuB mi apre le porte della sede.

Passo il tempo a discutere con la Cub dei mali della divisione fra sindacati e coi Cobas dell’importanza di fare lavoro politico. Ma è un puro caso e in un’altra città mi avrebbero detto l’opposto.

Stanca di lavorare come cameriera, a un certo punto decido che con la mia laurea in tasca posso ambire anche a fare qualcos’altro e partecipo a un bando della CGIL per andare a lavorare al CAF. Il bando è assurdo: devo passare per un’agenzia interinale per lavorare 3 mesi, ma il corso di formazione lo tiene la CGIL. C’è solo un intervento formativo in 3 mesi di corsi che dice testualmente “questa è un’azienda, e funziona come tutte le altre aziende: se il cliente è felice, l’anno dopo torna a fare il 730, altrimenti no”.

L’esperienza in CGIL è l’unica della mia vita in cui su un luogo di lavoro subisco mobbing. Sono stata stalkerata, sfruttata (senza esagerare), ma mobbizzata non mi era ancora successo e va a capitare in CGIL.

Sarà un caso.

Comunque imparo a fare i 730 e l’anno dopo mi chiamano a fare i 730 nella sede della CUB nel capoluogo.

Unica pagata di tutto il sindacato che per il resto si basa sul lavoro volontario, mi sento terribilmente in colpa, ma in compenso mi pagano pochissimo.

Nella sede passano tante persone, o vecchi compagni o immigrati di tutte le nazionalità.

Progettiamo tante cose. Qualcuna la mettiamo in pratica.

Ma la stagione è cambiata, si riaprono i concorsi pubblici e improvvisamente la mia laurea in tasca non è più solo un pezzo di carta.

Il confronto non può proprio reggere, così me ne vado, senza pianti e lamenti.

Chiedo, chiaramente, indicazioni sul dove andrò: “ma ci siete dove vado?”
Ma la risposta è laconica. E un nome da cui andare non arriva mai.

Nella mia città nuova a un certo punto accade una specie di magia e ci troviamo ad un tavolo riuniti con tutti i sindacati inquilini locali. Tranne i confederali, ovviamente (2). L’ostilità è così palpabile che si potrebbe tagliarla con un coltello, ma è anche scoccata l’ora che su questi temi a decidere di comportarsi da adulti e superare gli steccati ideologici siano gli stessi militanti e per qualche appuntamento la cosa regge.

Dove lavoro adesso, c’è l’USB.

Chiaro, io so tutto dell’USB, so che è sicuramente il sindacato più sbagliato a cui iscriversi. So che ha tendenze egemoniche e che c’è molta superficialità, ma mi iscrivo lo stesso.

E se non ci sarà niente da fare, passerò il tempo a lamentarmi che i sindacati di base non si uniscono mai insieme.

 

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(1)Art. 39 Cost.: L’organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
E’ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione ai loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

(2) I sindacati confederali CGIL, CISL e UIL hanno ognuno una loro filiazione che si occupa del comparto casa, ma sono tutte associazioni nate per contrastare i movimenti di lotta per la casa che a partire dagli anni ’70 con le occupazioni abitative, la riassegnazione delle case popolari e il recupero diretto hanno permesso che questo campo si imponesse come tema sociale di primaria importanza. I confederali hanno perciò sempre svolto una funzione di difesa della sacra proprietà privata e del tema abitativo si sono sempre disinteressati, tanto che nessuno sa neanche che esistono.

 

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