Verso il 2 dicembre

E così prima che un’orda di adolescenti coi loro taccuini si sparpagli per tutta Italia a fare domande imbarazzanti a persone col triplo dei loro anni per riempire tesi polverose regalate ai soliti baroni universitari, proviamo a buttare giù appena qualche appunto di quella che è la galassia del sindacalismo di base in Italia.

Sindacati di base. Chi sono costoro?

Impossibile riunire in una singola pagina tutte le sigle che compongono il sindacalismo di base, perchè sono tantissime e ognuna con una propria personalissima storia di formazione.

In generale, comunque, si può dire che sono parti della CGIL, staccatisi da questa e che hanno dato vita a una propria formazione.

Ecco, con questa singola frase, sono di sicuro riuscita a inimicarmi TUTTI i sindacati di base.

Perchè ognuno di loro vorrebbe invece dimostrare di essersi formato in opposizione e in alternativa alla CGIL.
Si, certo, ma gli iscritti dove siete andati a pescarli?

Dunque i sindacati di base hanno indetto uno sciopero per venerdì 2 dicembre. Ed è una bella novità. L’anno scorso pure ne fecero uno tutti insieme, ad ottobre, a cui aderirono tantissimi lavoratori, ma era forse dai tempi di Genova che non accadeva. Che addirittura il sodalizio sia durato un anno è un evento eccezionale.

Evento eccezionale che in realtà i lavoratori iscritti ai sindacati di base chiedevano da altrettanto tempo.

Cosa sono i sindacati di base?

Per saperlo con esattezza bisognerebbe chiederglielo. E ognuno racconterebbe una storia diversa. C’è chi dà importanza al comparto (pubblico; privato; sociale; ecc…), chi al lavoro svolto dalla categoria (trasporti; tessile; sanità; casa; ecc…), chi a quello sul singolo posto di lavoro.
Ci sono quelli che credono che il sindacato sia lo strumento politico per eccellenza, chi pensa che sia solo un braccio del partito. Chi vuole che il partito faccia la rivoluzione, chi invece pensa che il partito si dovrebbe occupare solo dei temi del lavoro e delle condizioni di vita delle classi popolari.
C’è chi vuole fare il sindacato più a sinistra di tutti gli altri sindacati, c’è chi pensa che il sindacalismo si debba alimentare solo dei temi nati dal mondo del lavoro stesso.
Chi pensa che si debba far parte del Movimento, chi vuole costruirsi un’organizzazione dirigente.
Poi ci sono compagni che dicono che i lavoratori si dovrebbero occupare anche di economia e chi pensa che ci si debba occupare solo del proprio posto di lavoro.

Ce n’è per ogni gusto e di ogni colore.

Una cosa in comune però c’è fra tutti i sindacati di base: tutti pensano che la direzione politica del sindacato debba essere decisa dai lavoratori stessi, dalla base. Anche se poi quasi nessuno riesce a farlo.

Concentriamoci su quest’aspetto, valorizzandone il lato positivo.

Cosa significa che le decisioni devono essere prese dai lavoratori stessi? Non esiste una formula buona per qualunque situazione. Di sicuro significa rifiutare qualunque decisione che non sia stata prima discussa nel dettaglio, fino alla nausea, dai singoli lavoratori che poi si troveranno a subirla.

È chiaro, nel concreto del rapporto di lavoro, le decisioni le prende sempre il padrone, mai il lavoratore. Nonostante questo, in alcuni campi (tempi e modalità di svolgimento del lavoro; salario) non si può decidere niente senza i lavoratori.

Il sindacato come figura costituzionalmente tutelata, svolge questa funzione (1).

Che poi uno può dire: non si può limitare solo a questo! E avrebbe ragione e la giurisprudenza conferma questa pretesa dei lavoratori di non occuparsi solo del luogo di lavoro. Comunque se uno vuole fare altro da questo, completamente altro, non fa il sindacato e fa un’altra cosa.

Il sindacato, come sua funzione, contratta col datore di lavoro tempi, modi e salario della produzione.
Ora, la maggior parte dei sindacati svolge questa funzione dall’alto, senza coinvolgere le esperienze dei lavoratori.
I sindacati di base, ribaltano la prospettiva e chiedono che a decidere siano i lavoratori.

Poi si organizzano, come pensano meglio, in base alle loro idee politiche e alla loro esperienza cercando di tener fede al principio per cui si sono formati.

Proviamo a fare un tuffo nella storia. Molto sintetico e di volata. Intorno al 1880 nascono i primi sindacati. Il primo (senza fonte), non chiedetemi perchè, è quello dei tipografi, ma certo non il più importante.
Nascono tutti, o almeno la maggior parte, come sindacati di categoria: muratori, sarte, trasporti, industria, contadini, ecc… Solo nei primi anni del ‘900 iniziano a federarsi fra di loro, capire che la battaglia è comune e nascono così prima l’USI e poi la CGL (o viceversa). L’USI rivoluzionaria, la CGL concertativa. L’USI che darà vita a un sindacato guerrafondaio (all’epoca: 1915) come la UIL; la CGL che molti anni dopo darà vita a un sindacato democristiano, giallo e padronale, come la CISL (1955). Per tutti i primi anni del 1900 i sindacati di categoria e queste sigle che si intestano arbitrariamente “la lotta di classe in generale”, faranno grandissime battaglie, specie nel nord Italia, e riporteranno importanti vittorie. Collegandosi peraltro spesso con la nascita e l’esordio del partito socialista.

Il fascismo stesso per sopraffarli non potrà cancellarli interamente, ma sarà costretto a formarne di nuovi. Si chiamerano “Sindacati Corporativi”: sono strutture di potere del partito fascista stesso che piuttosto che strappare condizioni migliorative per i lavoratori, diventano invece l’incubo dei lavoratori, quelli che discutono del grado di sfruttamento ammissibile della forza lavoro. Chiamata proprio così, forza lavoro, come se non fosse composta di gambe, braccia, sudore e fatica.

Con la vittoria della Resistenza sul nazi-fascismo, i sindacati prima disciolti trovarono nuova vita. Ma tanto è stata forte l’impronta del fascismo in questo campo, che è forse l’unico aspetto che si è trascinato fin dentro la Costituzione. La quale prevede, infatti, che un sindacato per essere riconosciuto come tale, debba comunque essere iscritto in un particolare registro nazionale. Nemmeno la CGIL, appena ricostituitasi, era così concertativa da farsi “riconoscere” dallo Stato piuttosto che dai lavoratori, e l’articolo fu disatteso. Il sindacato è infatti tale solo ed esclusivamente perchè i lavoratori ci si iscrivono di propria volontà.

Per anni la CGIL è stato l’unico sindacato presente in Italia. Insieme a CISL e UIL.

Negli anni ’70 si ebbero le prime esperienze di organizzazione diretta dei lavoratori. Nacquero i comitati di fabbrica che diedero vita a una stagione di rinnovamento politico e sindacale che ancora oggi ricordiamo e celebriamo con entusiasmo.

La CGIL però inseguiva e teneva il passo delle danze, essendo l’unica ammessa a sedersi ai tavoli della contrattazione.

E’ solo negli anni ’90, però, che arrivano a staccarsi e prendere coscienza vaste fette del mondo del lavoro. Dopo i drammi degli anni ’70 e dopo la stagione del massacro sociale e della trasformazione delle fabbriche in industrie post-fordiste degli anni ’80 (le prime delocalizzazioni; le prime crisi di sovrapproduzione; le prime crisi energetiche; le prime casse integrazioni; il crollo della scala mobile), molti lavoratori decidono di abbandonare la CGIL e formarsi collettivi propri. Sindacati -e perchè no?- di base. Nascono spontaneamente e a decine in tutti i più vari campi del mondo del lavoro. Da quelli industriali a quelli degli insegnanti, tanto che Cobas come acronimo significa a tutt’oggi “Comitati di Base” e non sindacato. Nasce la CUB (confederazione unitaria di base), nascono le RdB (Rappresentanze di Base) e iniziano a presentarsi nelle elezioni dirette dei lavoratori.

Ah già, che scema, mi stavo dimenticando: è col 1970 che lo Statuto dei lavoratori dà di questi poteri di rappresentanza ai lavoratori, direttamente sul luogo di lavoro.

E nascono subito i problemi.
Con la CGIL in primo luogo, che per lungo tempo non si accorge di niente e continua a prendere decisioni nel nome di tutti i lavoratori italiani. Ma che presto corre ai ripari chiedendo, prima, che ai tavoli nazionali si siedano solo i sindacati maggiomente rappresentativi (chi raccoglie almeno il 5% degli iscritti su scala: nazionale? Provinciale? Di azienda?), ma che quando neanche questo basta più chiede addirittura che per discutere del contratto si debba prima firmare il contratto stesso. Un controsenso che per anni la maggior parte dei sindacati di base rifiuterà.

Ma che significa rifiutare di firmare un contratto? Significa 1- non essere mai convocati al tavolo di discussione sindacato-datore di lavoro; 2- non aver riconosciuto il potere di indire assemblee, godere di permessi sindacali e tutte quelle attività di cui, dallo Statuto in poi, un sindacato vive sui luoghi di lavoro.

Accordo giudicato incostituzionale da voci molto autorevoli.

Problemi poi si generano nel mondo del sindacalismo di base stesso. Travolto dalla sua stessa novità, il sindacalismo di base, si ingessa in usi e tradizioni sperimentati volta per volta e inizia a guardare con ostilità a chi, sempre dal basso, si organizza in maniera diversa. Niente di male finchè un sindacato di base non si incontra con un altro sindacato di base, ma che non appena si trovano tutti nello stesso contesto genera guerre fratricide nello sbigottimento totale degli iscritti stessi.

Dalla storia generale, passiamo dnque a quella personale, chiedendo subito perdono per le cavolate sotto riportate.

“Una quindicenne a spasso per il sindacalismo di base”

Dunque, da dove iniziare? Direi Genova. 17 anni, un paio di autogestioni alle spalle e un collettivo studentesco che si chiamava “molotov”… Santa pace che infanzia di merda!

Comunque il mio serissimo collettivo studentesco non era in grado di prendere una decisione da solo e ci appoggiavamo a un sindacato di base: i Cobas, appunto. Che in quell’epoca lontana ancora dialogavano con la CGIL e che a Genova andarono insieme con 7 autobus che partirono da una sperduta provincia toscana per la manifestazione del 21 luglio…. così mi ricordo io, almeno.

Battaglie importanti del periodo: per la riapertura di un centro di quartiere (persa, ora ci sono appartamenti) e molte battaglie scolastiche. Quando il capo se ne va e il capo del collettivo divento io, vado avanti da sola. Non per contrasto col sindacato di base, solo perchè non mi ero accorta che c’era questo legame.

Me la cavo niente male, per un anno.
Poi decido che la scuola fa schifo e mollo tutto.

Nel frattempo anche mia mamma è diventata rappresentante in RSU delle RdB con questo accordo: “io mi candido con voi, ma voi non mi chiedete di iscrivermi” “Ci importa proprio un cavolo della tua iscrizione!”.

Quando arrivo all’università non ci sono sindacati di base. Neanche l’ombra. Abbiamo qualche sporadico incontro con la CGIL che ogni tanto ci paga qualche autobus per le manifestazioni nostre, in cambio tocca anche a noi di andare alle manifestazioni loro, ma sono gli anni di Pomigliano e la CGIL non ci sembra così brutta.

Dopo l’università torno nella città natale e gli unici in città che sono attivi sono i sindacati di base. Così parto da loro per costruire il mio grandioso progetto rivoluzionario. Ci sono i Cobas, gli stessi di 10 anni prima e c’è la Cub.

E non si parlano.

Non capisco, ma mi adeguo. E se devo dare un volantino al trasporto pubblico locale vado dai Cobas e se devo andare a volantinare in fabbrica chiedo alla Cub.

C’è anche un sindacato nuovo, ma solo fra i giovani prof. Si chiama USB, ma tutti sanno che sono quelli delle RdB.

Coi miei due sindacati mi trovo bene. E la CuB mi apre le porte della sede.

Passo il tempo a discutere con la Cub dei mali della divisione fra sindacati e coi Cobas dell’importanza di fare lavoro politico. Ma è un puro caso e in un’altra città mi avrebbero detto l’opposto.

Stanca di lavorare come cameriera, a un certo punto decido che con la mia laurea in tasca posso ambire anche a fare qualcos’altro e partecipo a un bando della CGIL per andare a lavorare al CAF. Il bando è assurdo: devo passare per un’agenzia interinale per lavorare 3 mesi, ma il corso di formazione lo tiene la CGIL. C’è solo un intervento formativo in 3 mesi di corsi che dice testualmente “questa è un’azienda, e funziona come tutte le altre aziende: se il cliente è felice, l’anno dopo torna a fare il 730, altrimenti no”.

L’esperienza in CGIL è l’unica della mia vita in cui su un luogo di lavoro subisco mobbing. Sono stata stalkerata, sfruttata (senza esagerare), ma mobbizzata non mi era ancora successo e va a capitare in CGIL.

Sarà un caso.

Comunque imparo a fare i 730 e l’anno dopo mi chiamano a fare i 730 nella sede della CUB nel capoluogo.

Unica pagata di tutto il sindacato che per il resto si basa sul lavoro volontario, mi sento terribilmente in colpa, ma in compenso mi pagano pochissimo.

Nella sede passano tante persone, o vecchi compagni o immigrati di tutte le nazionalità.

Progettiamo tante cose. Qualcuna la mettiamo in pratica.

Ma la stagione è cambiata, si riaprono i concorsi pubblici e improvvisamente la mia laurea in tasca non è più solo un pezzo di carta.

Il confronto non può proprio reggere, così me ne vado, senza pianti e lamenti.

Chiedo, chiaramente, indicazioni sul dove andrò: “ma ci siete dove vado?”
Ma la risposta è laconica. E un nome da cui andare non arriva mai.

Nella mia città nuova a un certo punto accade una specie di magia e ci troviamo ad un tavolo riuniti con tutti i sindacati inquilini locali. Tranne i confederali, ovviamente (2). L’ostilità è così palpabile che si potrebbe tagliarla con un coltello, ma è anche scoccata l’ora che su questi temi a decidere di comportarsi da adulti e superare gli steccati ideologici siano gli stessi militanti e per qualche appuntamento la cosa regge.

Dove lavoro adesso, c’è l’USB.

Chiaro, io so tutto dell’USB, so che è sicuramente il sindacato più sbagliato a cui iscriversi. So che ha tendenze egemoniche e che c’è molta superficialità, ma mi iscrivo lo stesso.

E se non ci sarà niente da fare, passerò il tempo a lamentarmi che i sindacati di base non si uniscono mai insieme.

 

Hai informazioni più dettagliate sull’esperienza sindacale nel nostro paese?
Vuoi condividere le tue informazioni o riportare la tua esperienza?
Puoi farlo nei commenti sotto al post!

 

(1)Art. 39 Cost.: L’organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
E’ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione ai loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

(2) I sindacati confederali CGIL, CISL e UIL hanno ognuno una loro filiazione che si occupa del comparto casa, ma sono tutte associazioni nate per contrastare i movimenti di lotta per la casa che a partire dagli anni ’70 con le occupazioni abitative, la riassegnazione delle case popolari e il recupero diretto hanno permesso che questo campo si imponesse come tema sociale di primaria importanza. I confederali hanno perciò sempre svolto una funzione di difesa della sacra proprietà privata e del tema abitativo si sono sempre disinteressati, tanto che nessuno sa neanche che esistono.

 

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Comunicazione spazzatura. L’ultima volta.

Quando scrissi questo post, più di 3 anni fa dopo svariatissime discussioni e scontri, pensavo di essere arrivata a una conclusione sul tema: che bastasse cancellarsi da face book per riacquistare una propria dimensione di vita.
Mi sbagliavo perché una soluzione non può essere trovata solo a livello individuale, anche nel campo dei social 2.0 vale il vecchio adagio “nessuno si salva da solo”.
Non mi sbagliavo però del tutto, perché se è vero che dei social media, gestiti dalla finanza, e degli strumenti informatici non si può fare a meno a livello collettivo, si dovrebbe sempre fare attenzione all’uso che se ne fa individualmente, collettivamente, prestare un occhio all’uso che ne fanno i compagni e organizzarne nel dettaglio l’attività.

 

 

Comunicazione spazzatura. L’ultima volta.

Posted on Marzo 31, 2019

Dopo tanto pensare, è arrivato il momento di tirare le somme su quello che è facebook e quello che rappresenta per la gente della mia età e per i posteri. Facebook e tutto il mondo 2.0, gli smart-phone e internet.

Non posso dire di non aver mai letto niente sull’argomento, ma ho letto poco per ora, cosa in cui in futuro voglio invece mettere il naso e quello che ho letto non è gran che specialistico e comunque è poco. Ma ci ho pensato tanto, avendo anche avuto momenti di avversione totale per questi media, facebook in particolare, che hanno alterato il mio giudizio. E proprio perchè intendo gettarmi anche nel mondo della riflessione condivisa, voglio lasciare un segno di quello che io penso al riguardo, intonso e non inquinato da pensieri altrui, qui, su questo blog.

Partiamo dai mezzi pubblici.

Sui mezzi pubblici (treni, metropolitane, autobus, ecc…) si vede sfilare l’umanità normale del giorno per giorno. A volte ci sono comitive di ragazzi che animano un po’ i viaggi, a volte capitano eventi particolari, ma grosso modo siamo sempre più o meno uguali.

Sui mezzi pubblici viaggiano, volenti o nolenti, tutte le categorie di persone: famiglie, poveri, immigrati, pendolari, gente che prende saltuariamente il mezzo. Ricchi pochissimi, gente normale tantissima. È indubbio l’effetto dei cellulari sulle persone. Il 70%, ma spesso anche l’80% o il 90% sta attaccato a quelle trappolette: mentre aspetta il mezzo e quando ci sale. Sono sempre decisamente la schiacciante maggioranza. Se ne distaccano solo i gruppi di amici che chiacchierano fra loro o gli studenti che studiano. Per il resto è un parlottare continuo di gente che telefona. I più invece scrollano… scrollano immagini, facebook o what’s up. Pochi leggono notizie. Qualcuno gioca.

Già questo di suo è inquietante. Per anni ho pensato: passerà. Prima o poi alla gente gli verrà a noia di non guardare niente attaccato al microschermo di un cellulare. Ma non passa. Per le persone ormai il cellulare è un navigatore di bordo, si sono completamente abituati a fare tutto col cellulare.

Si rilassano in prima battuta, si distraggono da quello che le circonda. Ed è inutile chiedersi il perchè, non c’è nulla di così terribile o brutto intorno da cui valga la pena distrarsi. Certo, tanti dopo una giornata di lavoro si mettono a giocare col cellulare e il cervello gli si aggiusta, torna alle sue funzioni normali e quotidiane, è comprensibile. Ma tanti lo fanno perchè si annoiano, non reggono la noia, il momento dell’attesa e lo riempiono scrollando. Ma quello che scrollano, qualcosa gli lascia, non sarebbe pensabile il contrario. E sempre più il mondo virtuale ha codici suoi, che poco c’entrano con la vita quotidiana.

Le foto che guardano, i video che osservano, li guardano per una media di un secondo l’uno, si soffermano su quello che gli piace e ci mettono il like, poi scrollano e vanno a quello dopo. Non sono foto di vita quotidiana, sono sempre cose assurde: facce con la bava alla bocca o con le orecchie da animale; campi da calcio di varie tonalità, pubblicità in buon numero, video di cose assurde, fotografie mezzo pornografiche, disegni con colori brillanti, video di momenti buffi o divertenti, animaletti, piatti da mangiare e mille altre bischerate.

Quindi le persone, i momenti di attesa, li riempiono con quella che si può definire come comunicazione spazzatura, che può essere prodotta o dai gruppi dell’informazione tradizionale (giornali, televisioni, blog, ecc..) e poi diffusa o più spesso, direttamente dagli utenti stessi, ma che è tutta caratterizzata dalla transitorietà dei contenuti e per così dire, “usa e getta”.

Mai niente di impegnativo. O almeno raramente. Io per esempio faccio i giochini, vado su fb a controllare se la mia pagina ha avuto visualizzazioni o a vedere come alimentare il mostro, oppure cerco informazioni “tecniche” per problemi che ho in sospeso a lavoro o in un progetto che sto costruendo o di qualcosa di cui mi sto occupando. Ma quest’ultima attività, la più utile e quella a cui non vorrei rinunciare, non può essere l’uso abituale del cellulare, perchè è troppo impegnativa mentalmente e la si fa solo per qualche motivo determinato.

Non è da pensare però che, cose impegnative o baggianate che siano, il tempo speso sui social media e su internet sia ininfluente nella vita quotidiana. Perchè tanto meno ti lascia cose durature in testa, pensieri o riflessioni, tanto più è alienante. È tempo di vita che viene rubato alle persone, senza che queste neanche se ne rendano conto. Viene rubato, inghiottito in un’immagine che dura un secondo, in trenta immagini che durano un minuto, in un intero tragitto dei mezzi pubblici 15-20 minuti, un’ora e che non torna più. Davvero, sono pochissime le persone che chiacchierano fra loro, leggono un libro o guardano il paesaggio. Qualcuna c’è ovviamente e la scena è tutta per loro sui mezzi pubblici.

Ma la cosa più inquietante di tutte è il cellulare in mano ai bambini. Neonati quasi, che ancora non parlano e non sanno camminare, ma usano perfettamente il cellulare. Scrollano e mettono la musica. Pigiano (toucchano) e guardano le immagini con lo stesso sguardo in faccia dei loro simili più adulti. Di solito sono i bambini delle classi popolari che sono in queste condizioni, con mamme giovanissime stracariche di cellulari (uno per il figlio, uno per loro). Lo usano per farli stare tranquilli e non farli piangere. Ma perchè dei bimbi così piccoli dovrebbero poi piangere? Non si sa. Certo il mezzo pubblico per un bambino è stressante, un’avventura, ma un’avventura noiosa, perchè circondata da gente silenziosa che non si cura minimamente di te. Ma questi bambini sono esperti nell’uso del cellulare. Imparano prima a usare il cellulare di quanto imparino a parlare. Sarò bigotta, ma è impressionante.
Poi ci sono anche i bambini più grandicelli, 5 o 6 anni, che col cellulare giocano. Io alla loro età avevo l’Amiga in casa e ci giocavo, certo. O sennò andavo in sala giochi e spendevo un sacco di monetine. Lungi da me criticare le avventure virtuali… che peccato però, noi eravamo nel periodo evolutivo dei giochi al computer… i giochi al computer diventavano sempre più belli, più strategici, più lunghi, più ricchi di storie… ora sono ripiombati all’età della pietra, legati alla scarsa memoria di questi aggeggi. Non sanno che si perdono questi ragazzi!

E poi, anche fisicamente, ma non si diventerà tutti ciechi a guardare così di continuo questi micro-schermi? Io credo che faccia male. Eppure nessuno sembra preoccupato.

Qui sono e qui lo dico. Nel lontano 2014 quando facebook venne accusato di fare operazioni psicologiche sulle persone, prima di essere accusata di usare il suo strapotere proprio per manipolarle le persone, io forse fui vittima di questi esperimenti.

Sono consapevole che facebook della mia vita digitale sa tutto. La seconda volta che ho aperto un profilo finto, ci ha messo circa un mese per individuarmi, dopo di che ha iniziato a propormi di fare amicizia con gente che conoscevo e non con perfetti estranei come sarebbe stato normale usando un profilo finto. Subdola fin nel midollo, non mi proponeva di fare amicizia con amici miei, ma con amici della mia mamma: come a dirmi che sapeva tutto di me, anche i legami familiari e di stare attenta che nel mondo virtuale i legami non sono meno stringenti di quelli quotidiani della realtà. L’ho ignorata e dopo un po’ ha smesso. Ora mi propone amici in maniera normale, per quello che io guardo o faccio on-line col mio profilo falso.

Ma la storia del 2014 è ancora più strana. Non la racconto tutta, solo un pezzettino. Anche allora avevo un profilo falso. E così un giorno aprendolo, mi trovai la bacheca tutta modificata. I quadrati fissi a destra e sinistra della bacheca vera e propria, quella dove stanno le impostazioni, la lista dei contatti, delle pagine e dei gruppi, la barra principale in alto, tutto era stato cambiato. Era diventato con lo sfondo nero e con le posizioni degli oggetti tutti spostati. In prima battuta pensai che fosse un anticipazione di nuove impostazioni (all’epoca fb quando cambiava le impostazioni della bacheca partiva da alcuni profili prima che da altri, però avvisava che c’erano ristrutturazioni in atto), ma per mesi mi restò in quel modo. Aprivo il mio profilo fb normale e fb era normale, aprivo quello falso e, eccetto la bacheca, era tutto nero. Era ancora il periodo che fb bloccava gli utenti col doppio profilo e pensai fosse una mossa per scoraggarmi. Infatti ci riuscì e dopo poco chiusi il profilo falso. Il primo… dopo poco lo rifeci perchè ormai mi ero affezionata al mio nome falso e perchè avevo voglia di cazzeggiare su fb senza che tutti i miei contatti reali lo sapessero. Ho ancora felicemente due profili ed fb non me ne ha mai bloccato nessuno.

Torniamo alle critiche di questa socialità 2.0 e al motivo di questo post. Allora, non so se è un problema solo mio, ma soffro di vuoti di memoria particolarmente importanti. A dire il vero ci sono mille motivi per cui si può diventare distratti in certi periodi della vita: i troppi impegni, la testa fra le nuvole per definizione, l’educazione sbagliata. Tutte cose che hanno avuto un peso negli ultimi anni della mia vita, ma ho anche vuoti di memoria di fatti brevi, di cose piccole della vita quotidiana. Che prima, sono sicura, non avevo. Un appuntamento, la lista della spesa, un’incombenza, un incidente, un incontro fortuito erano cose che ricordavo per mesi o anni. Che potevo ricordare facilmente se qualcosa me le riportava alla memoria. Ora ho difficoltà. È come se le piccole cose e i piccoli avvenimenti della vita finissero in modalità “scroll”, me le ricordo il tempo di viverle e il secondo dopo le ho già dimenticate. Magari sono cose piccole, ma sommate tutte insieme danno quel senso di spaesamento, di alienazione, di distrazione continua detto sopra.

Ho la sensazione, la paura che il mondo 2.0 si sia mangiato un pezzo importante della mia vita. Qualche anno, per la precisione gli anni del boom dal 2009-2010 circa a quasi oggi. Dove sono finiti il 2012? il 2013? il 2014? Li abbiamo veramente vissuti? So cosa ho fatto in quel periodo, dov’ero e con chi ero, ma non ho più sentimenti riguardo quel periodo. Tutte le mie attenzioni erano risucchiate dalla novità dei social-media e già non ero più una ragazzina con tempo da buttare via.

E siccome non penso di essere un caso eccezionale, credo che tutti, anno prima, anno dopo abbiano vissuto lo stesso fenomeno, che a tutti, a tanti sia stato sottratto un periodo di tempo della loro vita per costruire il fenomeno facebook.

La cesura socio-culturale al riguardo mi sembra che sia stata profonda. Facebook nasce nel 2006, ma ci mette qualche anno ad affermarsi e poi velocemente a strutturarsi. Ora ha appena 13 anni di vita, ma gli anni di mezzo fra il 2006 e oggi sono stati quelli del boom. Mi pare che da allora la nostra socialità sia completamente cambiata, che sia completamente cambiato il nostro modo di stare assieme, sia per gli adulti e tanto più per i ragazzi, ovviamente. Proviamo a mettere dei punti fermi al riguardo. Idee, che forse sono solo idee mie, ma forse non solo. Il punto principale non riguarda tanto la circolazione delle informazioni da quotidiano, delle informazioni di politica per capirci, perchè è vero che anche quelle hanno vissuto trasformazioni grosse (basti pensare al fenomeno delle fake news), ma l’informazione di regime mi pare che in generale abbia vissuto l’esplodere del fenomeno social media come una piccola puntura d’insetto, che si scaccia con una mano. Il problema più grosso c’è stato a mio avviso nella comunicazione delle persone normali, queste infatti sono state investite in pieno dal fenomeno. Oggi le informazioni quotidiane relative alla propria vita vengono prima di tutto condivise su facebook, prima ancora che essere dette a voce. Matrimoni, morti, nascite, chi trova lavoro, chi si piglia un gatto in casa, quello che fa un concertino live, tutto (o quasi) lo si deve dire su facebook. Il che equivale a urlarlo in pubblico più o meno, al mettersi in piazza e urlare i fatti propri. Nè più, né meno. Poi c’è anche il problema di informarsi sugli altri, perchè se io su facebook ho un amico, non è detto che l’algoritmo di fb mi faccia vedere le notizie di questo amico, quindi se voglio sapere come sta me lo devo andare a cercare e magari me lo devo proprio cercare perchè può darsi che sia un amico permaloso e che se non mi informo su quello che sta facendo poi quello ci rimane male che non mi sono informata sui cavoli della vita sua. “come non sai che mi sono sposato, ma se ho anche cambiato lo stato su facebook??”. E questo si porta dietro il problema del controllo, perchè se mi guardano gli amici su facebook, tanto più lo faranno i nemici (il datore di lavoro per fare l’esempio più banale del mondo).

Dal punto di vista psicologico, pure, mi sembra negativo. Perchè con questo meccanismo si finisce per condividere solo le notizie belle. O almeno c’è la tendenza a informare gli altri solo dei propri successi, mai delle sconfitte o dei problemi, perchè nessuno ha piacere di far sapere agli altri di essere uno sfigato.

Secondo me non si è ben insistito su questa questione ancora. Non se ne è capita l’importanza. Prima una cosa del genere non esisteva, non era pensabile neppure. Prima di facebook, anche se c’erano i blog, i myspace, le chat, i forum e cose simili, il fenomeno non era così massificato, non era ancora diventata una questione generale, un modo normale di essere dei nostri rapporti sociali. Ora si. Ora è così per una fetta importante di umanità. Per una fetta importante di umanità, informare i propri amici di qualcosa, di un avvenimento, di un pensiero, di un cambiamento equivale a dirlo su facebook. Prima invece si doveva trovarsi con gli amici, parlargli, raccontargli, telefonargli. Era l’unico modo per stare in contatto con gli altri.

Cioè secondo me questo cambiamento è stato davvero importante per tutti, giovani e meno giovani. Per i giovani in maniera diversa perchè loro non sanno che prima le cose erano diverse, ma anche i meno giovani si sono dovuti adattare a questa cosa e anzi, molti l’hanno proprio ingigantita.

Mi si dirà (me lo dico io stessa) che forse esagero. Ci sono almeno due obiezioni da fare a questo ragionamento: 1- non è vero e non è detto che le persone non usino più il vecchio modo di comunicare faccia a faccia con gli amici; 2- che tanti in questo modo può anche darsi che siano usciti dall’inferno della solitudine, trovando nei contatti facebook, spesso dei perfetti estranei, del calore umano che non conoscevano. Vere tutte e due le obiezioni, anche se sulla prima ho dei dubbi che la cosa sia così pacifica. Perchè forse usa ancora telefonarsi e uscire con gli amici, ma non è come prima: facebook funziona come un incentivo a non farlo ed è un incentivo potente. Se tu puoi vedermi costantemente tutti i giorni su facebook, la mia presenza fisica diventa meno importante. Se tu sai già come sto, cosa faccio, dove sono, non avrai mai tempo di chiederti “chissà Franco che fa?” perchè sai già Franco che fa. Però volendo niente ti vieta di chiamarlo a Franco, è da capire se le persone lo fanno o no. Io penso che lo facciano molto meno di prima. Tutto qui. E comunque sia, anche se non fosse scomparsa la comunicazione faccia a faccia, questa di sicuro si è aggiunta e sarebbe un cambiamento lo stesso.

Quanto alla seconda obiezione, è vera ed è pure una cosa che possiamo mettere fra gli aspetti positivi di facebook, che non sono qui a scrivere per dividere i social media in bianco e nero, ma solo per mettere un punto alla questione.

Quello che voglio dire è che il cambiamento nella nostra socialità c’è stato, ed è stato gigantesco, paragonabile per tanti versi all’arrivo stesso di internet nelle case delle persone, secondo me. Tanto che io lo metto come pietra miliare della storicità. Cerco di spiegare. Se leggo un libro del 2006 o del 2008, che sia un libro di letteratura o un saggio di qualche tipo (storico, sociologico, economico, ecc…), prima di dare credito a quello che c’è scritto cerco di capire il punto di vista dell’autore sul fenomeno social media. Si è reso conto che c’è stato un salto epocale o no? Se se n’è reso conto sono disposta anche a sentire che cosa ha da dirmi da pari a pari, se non se n’è reso conto, allora gli devo fare la tara, nel senso che lo devo contestualizzare.

La cosa diventa ancora più complicata quando leggo un libro prima di questo periodo che come ho detto è quello che secondo me divide il prima dal dopo storico, sociologicamente parlando. Perchè un libro del prima diventa un libro “dei bei tempi andati”. Si, certo il periodo di tangentopoli, della mafia o di Berlusconi, ma ce l’avevate il problema di facebook allora?? No, e allora che problemi mai potevate avere??

Estremizzo. Lo so.

Continuo ancora un po’… parliamo degli effetti sulla coscienza collettiva e agli effetti sulle masse, prospettiva che è stata maggiormente studiata e analizzata. Qui mi limiterò a dire cose molto immediate.

Intanto la cattiveria, si dice, propagarsi più velocemente dei buoni sentimenti. Non so perchè sia così, ma è un effetto evidente. Forse perchè per propagare l’odio basta essere cattivi e qualunquisti, mentre per propagare buoni sentimenti, oltre ad essere buoni si deve anche usare intelligenza, e quest’ultima non è una qualità personale immediata e diffusa.

Non sono cambiati i meccanismi che generano l’odio sociale, ma è cambiata la radicalità di questi che è diventata molto più pervasiva. L’odio sociale viene ancora indirizzato verso i devianti e i diversi ed è ancora alimentato dal consumismo, dall’individualismo e dalla paura di perdere quello che si possiede, poco o tanto che sia, ma penso che sia diventato molto più radicale.

Facebook che era nato come un social per condividere scemenze e cose divertenti, per giocare, non poteva svilupparsi diversamente da come poi è stato. Un po’ c’entra la questione che rende “ricorsiva” la propria identità, nel senso che congela l’identità di una persona a quello che posta o ai pensieri che condivide volta per volta. Anche questa è una caratteristica tipica di tutte le relazioni sociali nei gruppi di pari (come si presuppone che siano i cittadini in uno stato democratico): la pressione all’uniformità generata dal gruppo di appartenenza non lascia mai tanti spazi alla diversità e al confronto di idee e di opinioni. Se due persone si incontrano usualmente al bar e ripetono sempre gli stessi slogan razzisti, è difficile che uno dei due faccia un salto di coscienza e si stacchi dall’aspettativa stessa dell’amico al bar che si aspetta che farai discorsi razzisti.

Con fb questo meccanismo si amplifica in due direzioni: da un lato si arriva a molte più persone di quanti non siano gli amici del bar e sono contemporaneamente annullate le distanze fisiche. Il dover sempre essere connessi, non permette alle persone nessun momento di stacco dalle proprie idee di odio e di paura e il tizio al bar può essere anche lontano decine o centinaia di kilometri, ma avrà lo stesso peso dell’amico al bar. Dall’altro lato anche a livello psicologico l’identità viene ingabbiata e statizzata, perchè comunque fb ha il peso di trasformare in scritto ciò che è solo pensato. E la parola, messa nero su bianco, ha sempre un peso maggiore di una singola idea passata momentaneamente per il cervello, o anche di una singola battuta detta una volta ogni tanto a voce, magari espressa per suscitare la riprovazione degli astanti. Quindi i sentimenti di odio vengono propagati per numerosità e per intensità.

Inoltre, penso che ci sia stato anche un ritardo grosso nello sviluppo della coscienza collettiva per molti temi importanti. Il furto di tempo che dicevo prima che agisce a livello individuale, sommato per il numero di tutti gli utenti fb ha cambiato le regole del dibattito collettivo. So che il dibattito collettivo non è mai stato tanto sviluppato, ma un tempo era di moda scommettere sulle sacche di individualità, su quei campi del pensiero umano che non potevano essere fagocitati dalla televisione e che si era certi che comunque si esprimessero nelle comunicazioni faccia a faccia quotidiane. Era quasi sempre una scommessa vincente. Ora non esistono più queste sacche di individualità. Tutto è pubblico, tutto è messo nero su bianco, tutto è on-line. Anche i temi della coscienza collettiva (prendiamo un esempio per tutti e diciamo la coscienza ecologista, ma si potrebbero fare moltissimi altri esempi: i diritti civili, quelli del lavoro, la conoscenza informatica, i temi igienici e della prevenzione delle malattie, il rapporto coi bambini e dei bambini con gli adulti) sono messi on-line, ovviamente. Ma meno di quelli che fomentano l’odio e il qualunquismo e non incontrano più quelle sacche di individualità, che non riescono a usare fb per bene. Perchè fb per essere usato per bene non può veicolare sentimenti positivi.

E qui, per spiegare, apriamo al tema dei movimenti politici.

Nel tempo, mi sono segnata vari movimenti politici, basati sulle più svariate e giuste ragioni, che a mio avviso hanno avuto una risonanza basata solo su fb. Cito quelli che mi sono sembrati più importanti:

  • 2011: primavere arabe – paesi del Maghreb
  • 2013: Gezy Park – Turchia
  • 2017: movimento per l’indipendenza della Catalogna – Spagna
  • 2018: Jilet gialli – Francia (da noi abbiamo avuto i forconi qualche anno prima, poi riassorbiti da M5S, già attrezzati tecnologicamente alla sfida 2.0 e dalla Lega, tutta basata su fb)
  • attuale e in progressione “climate change” – internazionale (speriamo che si salvino)

Perchè questi movimenti sono tutti falliti, pur essendo portatori e promotori di validissime idee? Ognuno per vari motivi specifici, ovviamente, ma l’elemento comune è che tutti hanno basato la loro organizzazione solo sulla scommessa che fb potesse essere usato anche per promuovere coscienza e consapevolezza.

Se anche la logica non ci aiutasse, a questo punto ci dovrebbe venire in soccorso l’esperienza nel dirci che non è così.

Questi movimenti non possono arrivare a tutti, perchè come detto per propagare odio e cattiveria basta il qualunquismo più becero, per propagare buone pratiche e idee serve invece intelligenza e dedizione. In sintesi: serve impegno e tempo da dedicare. Impegno e tempo che non possono mancare, ma che se ci si affida ad fb è tempo e impegno da dedicare solo a quello, cioè un lavoro a tempo pieno o quasi. Che si dovrebbe andare ad aggiungere al tempo pieno impiegato in altro.

In generale si può dire che le idee collettive sono quasi del tutto sparite, spazzate via le vecchie logiche e le vecchie maniere di fare politica. L’opinione pubblica è diventata incredibilmente più malleabile, influenzabile e non so se anche più docile. Comunque meno influente, essendo che è sempre più importante la spettacolarizzazione delle idee, piuttosto che la loro discussione e applicazione pratica.

Quindi… non c’è speranza? E che cosa bisogna fare?

Mettiamola così. Io spesso mi trovo a guardare il mondo e la società che mi circonda solo con gli occhiali dei social media addosso e mi sembra di leggere il futuro. Vedo tutte le persone intorno a me, mosse da un’intelligenza (se intelligenza la si può chiamare) che non è la loro. Me le immagino tutte come racchiuse in una gigantesca nave da crociera che irrimediabilmente fa rotta verso uno scoglio che la affonderà. Quando la vedo così, il mondo e la società, penso che no, non ci sia affatto speranza.

Poi invece, penso alla storia. Non alla storia passata, raccontata nei libri di storia, che pure è importante, ma che non ci sarebbe molto di aiuto a capire questa questione. No, penso alla storia recente, a quella degli anni ’80 e ’90. In particolare penso alla televisione.

Oggigiorno mi è facile capire quali erano i limiti della televisione nel gestire il controllo globale: la televisione era un media eteronomo rispetto alla massa, cioè gestito non dalla massa, ma da addetti specializzati. Un centro che dispensava notizie e visioni del mondo ad un pubblico che non aveva nessuna possibilità di esprimersi e che doveva solo passivamente subire quello che veniva detto. Creava uniformità lo stesso, ma oggi sappiamo che era uniforme solo la superficie, che il controllo era solo di facciata, che alla gente gli faceva schifo che ci fosse un centro che gli inculcava idee in testa senza dargli neanche la possibilità di esprimersi personalmente.

Eppure all’epoca sembrava non ci fosse nessuna possibilità di uscire dalla dialettica televisiva per esprimere un’idea politica o civile che fosse: quello che non passava la televisione, semplicemente non esisteva. Non era vero, ma sembrava così. O meglio era vero e lo è ancora: ci sono milioni di persone che guardano la TV, ci sono migliaia di discorsi fatti, prodotti e ripetuti da milioni di persone solo perchè sentiti in TV. Ma sono appunto discorsi di superficie, niente di profondo o di essenziale.

Prima gli “alieni”, cioè coloro che esprimevano un punto di vista diverso sui fatti della vita, esistevano nonostante la televisione e anzi si riproducevano in mille altre forme e arrivavano coi loro scarsi mezzi, ugualmente, a migliaia e milioni di persone.

La televisione, come dice un famoso attore, era solo un elettrodomestico. Un elettrodomestico che ci ha messo addosso una paura del diavolo, ma solo quello.

E pensando alla storia mi chiedo: si è mai sentito di un socialista che per esempio rinnegasse le sue idee, solo perchè era stata inventata la TV? Che si rifiutasse di scrivere su un giornale, di parlare alla radio o di usare un telefono?

Sono veramente cambiate le regole della politica? Non valgono più i principi di un tempo? Non c’è più un problema di potere nella politica? Di rappresentanza? Non c’è più bisogno di elaborare leggi che funzionino o che invece facciano gli interessi solo di un gruppo? Sono spariti i problemi energetici e le crisi di sovrapproduzione? Le religioni non spiegano più il mondo? L’arte non è più in grado di rappresentare i problemi dell’uomo? La psiche non ha più l’inconscio?

Certo facebook esiste e io lo odio, profondamente. Sono convinta che crei danni incredibili, ma è un buon motivo per credere che tutto il resto sia sparito e che non si possa parlare di altro?

Non credo.

Ma io non credo neanche alle teorie che dicono che il lavoro è sparito e che la produzione si è trasformata. Mi possono portare anche fin dentro ad una fabbrica a farmi vedere gli incredibili macchinari che ci sono e che hanno preso il posto dell’uomo (ammetto che non ci sono mai stata), ugualmente non crederei che il lavoro sia sparito. Che la trasformazione sia stata così incredibile da far scomparire gli operai, i lavori usuranti, i bad job, i contadini e i mezzadri.

Quindi non sono probabilmente una voce molto attendibile se dico che facebook ha fatto e fa danni incredibili, ma che è una tigre di cartapesta, che basta un cerino per dargli fuoco e trasformarla in cenere. Che è vera solo come sono veri i carri del carnevale e che tutto il resto sia rimasto perfettamente identico e che liberandosi di facebook, iniziando con l’eliminare “il problema facebook” come una variabile non importante da un’equazione, si viva meglio.

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Di monti, di bambini e di libertà

Non c’è niente nella mia vita che rappresenti tutta la mia vita.

L’incostanza forse.

Comunque per gran parte della mia vita la storia della mia vita è stata la storia di come mia mamma mi ha cresciuto.

Cresciuta senza un padre di cui non ho mai sentito la mancanza.

Quanto alla mamma, è stata la mamma più brava del mondo e applicava un principio con fermezza nella sua educazione, sopratutto nell’educazione al femminile.

Lei stessa era cresciuta in una famiglia povera e quasi poverissima e molto chiusa e arretrata. Come prima figlia femmina, nata molto prima della liberazione sessuale, ha dovuto lottare per conquistare ogni libertà. Dopo le elementari, le scuole medie le ha potute frequentare solo perchè le maestre insistettero con la famiglia e le pagarono l’abbonamento del treno per tutta la durata del corso di studi, altrimenti i miei nonni, in quanto figlia femmina, l’avrebbero fatta smettere di studiare. E così le superiori (l’avviamento professionale) lo ha potute fare solo perchè i miei nonni si convinsero che mia mamma poteva ambire anche a fare un lavoro fuori casa, e portare i soldi in casa. La vita quotidiana poi era tutta confinata dentro il cortile della casa di famiglia, guardando i bambini che giocavano liberi fuori, sulla piazza del paese.

Lavorando, in città, conobbe un vegliardo, forse pre-colombiano, che le spiegò che quella voglia di libertà si chiamava anarchia: scappò di casa, si fidanzò e iniziò a vivere.

Perciò la cosa che mia mamma ha sofferto di più in gioventù fu la mancanza di libertà e la sua ferma promessa è stata quella di crescere sua figlia (me) in totale libertà.

Nel dubbio ha ecceduto sempre in senso libertario, così che la mia di giovinezza, pure abbastanza passata in ristrettezze economiche, è stata invece ricca di felicità e avventura.

E di sbandamento più completo.

Ero l’invidia della mia generazione perchè potevo fare quello che mi pareva fin dalla più tenera età. A dire il vero a 10 o 11 anni non sono tanti i genitori che lasciano liberi i figli di fare quello che gli pare e quando tutti erano andati a letto anche io non avevo più niente da fare e tornavo a casa a orari da bambini.

Nell’adolescenza è stato un po’ più un problema. Che di adolescenti scapestrati ce ne sono di più.

Mia mamma escogitò allora un trucco abilissimo. Siccome abitavo lontana dalla città, mi regalò il motorino, ma con una proibizione astutissima: che non si potesse guidarlo di notte perchè era pericoloso (il mistero del perchè per mio fratello la notte fosse meno pericolosa non è mai stato chiarito). La sera perciò potevo uscire solo se avevo un amico disposto a farsi poi 30 km per riaccompagnarmi a casa di notte. E di amici ne ho avuti molti (e tutti con la testa sulle spalle) e il trucco di mia mamma fallì, ma in compenso la sua teoria di crescere figlie in maniera libertaria ne venne molto rafforzata.

Quando smisi di andare a scuola e mi presi un anno sabbatico appena diciottenne, qualche dubbio le venne, vedendomi tornare tutte le notti allo spuntare del sole (guidare la macchina di notte non è pericoloso purtroppo), ma poi mi diplomai come tutti i bambini normali e si tranquillizzò definitivamente.

 

 

 

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Note sulla guerra

La prima impressione che ho avuto quando è scoppiata la guerra in Ucraina è stata di consapevolezza. Ho pensato che per la prima volta avremmo vissuto la guerra non solo come una sciagura che cade su una popolazione inerme, ma che l’avremmo capita. Forse sono troppo giovane, o forse troppo vecchia e troppo informata, ma di tutti i massacri che si sono compiuti negli ultimi decenni io vedevo solo l’orrore delle bombe e nient’altro. Questa volta invece, non appena è scoppiata ho avuto questa forte consapevolezza: “stai a vedere che questa volta capiamo anche come funziona la guerra”.

Non so chi diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Credo lo abbiano detto in tanti, in realtà. Comunque è una cavolata. In realtà la Politica è la continuazione della guerra con mezzi pacifici, là dove alla conta dei morti di uno schieramento e dell’altro, si sostituisce la conta dei voti1. La guerra è strategia e tattica brutale, non molto di più. Purtroppo, come dice qualcuno, questa guerra, pur se lontana ce la ritroviamo anche in casa nostra.2

Ci sono vari aspetti da tenere in considerazione.

Il primo e principale è il ruolo della Russia nel contesto internazionale e la sua storia. Ho sentito alcuni pareri al riguardo che vi riporto. Partiamo dalla figura di Putin e dalla storia del crollo dell’URSS. Putin può essere considerato il primo degli oligarchi russi, seppure con questa espressione, oligarchi, non è chiarissimo cosa si intenda. È un politico di lunghissimo corso. Ancora ai tempi dell’URSS faceva parte del KGB ed ebbe un ruolo di primo piano nel defenestramento di Gorbachev. Non chiedetemi nel dettaglio come avvenne, ma certo era il capo della sicurezza, quando la bandiera rossa venne ammainata sul Cremlino. In quel periodo si era giunti a una specie di compromesso fra USA e URSS, guidato dalla nuova figura ben voluta a livello internazionale di Gorbachev. Figura tanto ben voluta, perchè incapace di tenere il potere.

Si pensava all’epoca che non fosse più aria di regimi dispotici in Russia e Gorbachev rappresentava la figura di democratico che poteva portare a una transizione pacifica dell’URSS verso la democrazia. Sbagliate entrambe le aspettative: Gorbachev venne defenestrato e pochi anni dopo al potere salì Putin che invece continua a incarnare bene la figura del dittatore.

Dice che uno snodo importante della vicenda è stato quello della guerra in Kosovo/Serbia/Jugosalavia nel 1999. Mentre le tensioni in Kosovo aumentavano, il primo ministro russo (di cui non ricordiamo il nome) sotto la guida del presidente Eltsin, aveva preso un aereo per andare negli USA a parlare di come affrontare la questione. Mentre era in volo verso Washington gli arrivò la notizia: gli USA avevano cominciato il bombardamento del Kosovo. Fece marcia indietro e tornò in Russia, un mese dopo Putin era primo ministro. Sei mesi dopo divenne presidente. Che cosa abbia fatto per salire allo scranno più alto del governo, non si sa, certo è che incarnava una figura di potere autoritario e centralizzato che poteva portare la Russia fuori dal pantano.

Qual’era questo pantano in cui era caduta la Russia? Il ritorno ad ogni costo del capitalismo in luogo di un’economia nazionalizzata e pianificata.

Quello del crollo dell’URSS, nel decennio 1991-2001 è stato raccontato come il più grande sacco della storia, roba che a confronto i barbari che invasero Roma erano dei monelli che facevano una gita fuori porta. Non mi ricordo benissimo la dinamica, che ho pur letto da qualche parte, comunque quando ci fu il crollo del socialismo, lo Stato liquidò tutta la sua proprietà industriale. Credo che in una prima fase la spezzettò in quote di proprietà cedendola agli operai. Nel disastro generale gli operai che non avevano più un lavoro, ma solo dei titoli di proprietà che a loro sembravano (ed effettivamente erano ) carta straccia, vendettero tutto per comprarsi da mangiare o la casa, tutte cose che erano gratuite nel socialismo e improvvisamente diventarono a pagamento un mese dopo. Alcuni subito dopo averla comprata vendettero anche la casa. Stiamo parlando del patrimono industriale forse più importante del periodo: fabbriche, ferrovie, campi di grano, giacimenti. Tutta la potenza economica sprigionata da 70 anni di pianificazione, a volte insensata, ma incredibilmente produttiva, venduta per un piatto di polenta. Come sia potuto accadere è cosa che va spiegata sia col caos generale dell’assenza di un governo effettivo, sia col fatto che il popolo, per quanto lo disprezzasse, non aveva idea del patrimonio che aveva in mano. Non era educato a un’economia di mercato e non conosceva in alcun modo il valore della proprietà privata. Inoltre il rublo era una moneta del tutto svalutata nel mercato internazionale, cosa di cui nuovamente i russi non avevano idea. Quando a loro sembrava di fare un buon affare a vendere per 100.000 rubli la loro quota di proprietà, si ritrovarono da un mese a quell’altro che coi loro 100.000 rubli potevano a malapena andare a fare la spesa nel nuovo iper-store appena inaugurato. Iniziarono a lavorare come operai salariati, senza un soldo in tasca, senza uno straccio di sindacato, senza regole sul lavoro. La Russia fu acquistata in toto da un pugno di oligarchi stranieri o nazionali e nel giro di pochissimi anni alla potenza che era stata la prima a mandare un uomo nello spazio, rimasero solo gli arsenali pieni di bombe atomiche. I russi impararono a loro spese che cos’era la discriminazione economica e di tutti i privilegi che lamentavano nel periodo del socialismo, del divario fra i capi del partito e la massa degli operai, gli rimase solo un’intensa nostalgia.

Putin in tutto questo fece una cosa buona, forse l’unica cosa buona che ha fatto, ma importante: quando prese il potere ri-nazionalizzò i giacimenti di petrolio e di gas naturale. Cosa che bastò a dare la speranza alla gente che fosse un uomo che si batteva contro l’oligarchia e i privilegi dei gruppi di potere e tranquillizzò i mercati e gli investitori che accettavano di buon grado un compromesso di questo tipo, purché il resto dell’economia restasse saldamente in mano al controllo capitalista.

Quanto all’ideologia politica putiniana è ben nota: eliminare le cesure nella storia della Russia. Fra impero zarista e avvento del socialismo, là dove c’era stata una rivoluzione, Putin raccontava al popolo che c’era perfetta continuità. Che lui lo aveva capito e che non si sarebbe più tornati indietro. Mise in atto questi sui intenti centralistici, non tanto facendo guerre di conquista – mai in venti anni di dominio ha tentato di conquistare un pezzo di terra fuori dai confini della Federazione Russa – ma reprimendo brutalmente qualunque tentativo di scissione e dissenso, territoriale o politica. E in questo senso repressione ha il significato più duro, spesso equivalente all’uccisione.

La Russia non ha poi più fatto passi avanti in nessun campo. La libertà di ricerca che nel socialismo c’era, seppur piegata alle esigenze di Stato, e che tanti benefici aveva portato al mondo nella competizione con lo schieramento capitalista, fu spazzata via. I russi ripiombarono nel medioevo culturale a rimpiangere i loro morti, morti sui campi di battaglia o nei gulag staliniani e dell’avvenire dell’umanità smisero di interessarsi.

La competizione imperialistica finì sul campo più congeniale agli Stati Uniti, quello militare.

Dall’altra parte del mondo, infatti, agli USA venne il capogiro dalla gioia di non avere più un competitor mondiale. Un competitor peraltro così poco educato e senza savoir faire quali erano i socialisti nel periodo della guerra fredda. E nel mondo si scatenò l’inferno. Senza temere più alcuna ritorsione internazionale, iniziarono una guerra dopo l’altra in tutte le zone calde del pianeta, cioè la cintura di sicurezza costituita dai paesi “non allineati”.
Questi ultimi erano nati, liberandosi dalle catene del colonialismo o trovando una nuova unità a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e in maniera in arrestabile dagli anni ’60 in poi, principalmente per iniziativa della Jugoslavia di Tito, anche se un ruolo importante lo ebbe anche l’India. Nel 1961 si tenne la prima conferenza internazionale in Jugoslavia, vi aderivano oltre alla gigantesca India post-gandhiana, tutta una serie di paesi “minori”: Jugoslavia, Libia, Siria, Egitto, molti paesi africani e sudamericani. L’idea era quella, nella divisione bipolare che sempre più andava configurandosi fra USA e URSS, di creare un terzo polo “non allineato” al campo sovietico, ma neanche dipendente dalla protezione della NATO. In realtà questi paesi sperimentarono ognuno un proprio percorso personalissimo di liberazione e creazione di Stati nazionali, ma godevano della protezione non invadente dell’URSS che mal tollerava che in queste zone qualcuno andasse a sganciare bombe.

È possibile constatare quanti di questi Stati sopravvivano e con quali tipi di governo a 30 anni dalla caduta dei regimi sovietici.

La Russia negli anni seguenti si è molto limitata a minacciare. Ammoniva gli Stati Uniti di non gloriarsi troppo e che il mondo unipolare non fosse possibile, ma finchè non gli entravano in casa si faceva bellamente i fatti suoi. Sia per tradizione staliniana (non interferire nelle guerre altrui), sia per mancanza di mezzi concreti (nessun patto di Varsavia, nessun paese amico, nessuna ideologia unificante) e solo ultimamente ha tentato di riconquistare una posizione di dominio militare, in particolare con la guerra in Siria.

Dunque: è costui il nemico dell’umanità?

Certo, vivessimo in un mondo perfetto e fossimo tutti asceti della non violenza, Putin sarebbe da considerarsi senza dubbio un nemico dell’umanità. Ma non è detto che sarebbe in cima alla lista.

Se questo è l’aspetto storico del contesto internazionale, come siamo arrivati a questa situazione di guerra dispiegata? Com’è potuto capitare? E come mai il nostro governo, a capo di uno Stato che pure ha scritto fra gli articoli fondamentali della Costituzione che “l’Italia ripudia la guerra”, si è buttato, in tempi di crisi, a capofitto in una politica guerrafondaia e omicida?

Chiariamo, per essere precisi: No! Non stiamo sostenendo la resistenza ucraina. L’unica cosa che interessa al nostro governo è curare gli affari italiani e in particolare sostenere la quarta nazione produttrice di armi del mondo (cioè l’Italia). Ma trattare una guerra come un normale affare commerciale è qualcosa di profondamente e radicalmente immorale.

Detto questo, Putin ha commesso un atto illegale invadendo un paese sovrano. Purtroppo i paesi sovrani sono spesso stupidi e l’Ucraina è in cima alla lista quanto a stupidità e se dobbiamo contare tutti i pro e i contro, i torti e le ragioni, senza dubbio la stupidità ucraina deve avere un peso sul piatto della bilancia.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia allora? Tante cose, tutte diverse da quelle che sta facendo.

Le farà?

Controvoglia, ma la linea politica sta cambiando. Non così quella economica invece.

Mi spiego, per non sembrare oscura. In Europa, questo aggregato economico totalmente inutile, Macron ha vinto le elezioni in Francia agitando uno straccetto appena macchiato di pacifismo. Comunque le ha vinte. E forte di questo blando e timido consenso elettorale ha chiesto agli stati europei di smetterla di tentare di risolvere la crisi ucraina gettando benzina sul fuoco. Molto meglio, infatti stare zitti, dire al proprio popolo che ci saranno sacrifici da affrontare e voltare gli occhi dall’altra parte mentre USA e Federazione russa si scannano sulla pelle del popolo ucraino e russo.

Quanto agli ucraini, quella loro non è resistenza perchè l’esercito non è volontario, ma di leva. E se sei maschio e scappi dall’Ucraina, allo stato attuale vieni bollato come disertore e ti attende la corte marziale.
Aiutiamo costoro, piuttosto.

Insomma il quadro politico non preannuncia niente di buono. Enunciamo a tal proposito la lista delle sciagure, così da esorcizzarle e saperle riconoscere, se può servire a qualcosa.

1- economia di guerra. Espressione ignobile.

2- taglio dei rifornimenti di gas naturale, se e quando la Russia deciderà di tagliare le forniture, che tutto il resto del dibattito al riguardo fa solo ridere.

3- incremento del prezzo dei prodotti fossili.

4- incremento dell’attività industriale inquinante e comunque più inquinante del gas naturale, ma non c’è da stare allegri in qualunque caso.

5- incremento delle spese militari interne: 26 miliardi all’anno…

6- invio di armi in territorio di guerra, scortate dalle forze armate italiane.

7- taglio della spesa pubblica: scuola, sanità, pensioni e welfare (il debito cattivo) per sostenere l’economia di guerra.

8- continuazione della decretazione presidenziale al di fuori del campo circoscritto della decretazione sanitaria.

9- elemosine di guerra.

10- insopportabile propaganda guerrafondaia fatta passare come buonsenso razionale di distinzione fra chi è buono e chi è cattivo, propugnata da gente che in quinta superiore si è scordata anche di studiare la seconda guerra mondiale perchè si avvicinavano le vacanze estive.

11- allargamento della NATO a paesi del cosiddetto socialismo europeo

12- escalation militare e incapacità di circoscrivere il teatro di guerra

13- decine di migliaia di morti

14- milioni di profughi

15- selezione fra profughi cattivi e profughi buoni, che comunque andranno tutti a fare lo stesso lavoro di merda.

16- possibile intervento di forze straniere, alleate alla Nato, nel teatro di guerra ucraino

17- uso della popolazione civile ucraina come esercito per procura degli Stati Uniti

18- complicità dei paesi europei nello sterminio del popolo russo, di quello ucraino, di quello russo-ucraino (che non è una bufala, esiste sul serio)

19- armamento “collaterale” di una variegata popolazione di suprematisti nazisti che in Ucraina hanno le loro basi.

20- creazione di un vasto deserto fra Varsavia e Mosca, abitato solo da mosche e animali randagi.

21- …

 

1Cfr Elias Canetti “Massa e potere” nel capitolo sulla democrazia.

2Canetti, da ingenuo pacifista qual’era, non ha però mai considerato il paradosso che si genera allorquando a decidere dell’entrata in guerra è un voto democratico.

 

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Letture moderne contro la guerra

21 anni fa, quando scoppiò la guerra in Afghanistan si creò un vasto movimento di protesta. Il movimento pacifista.

C’era una persona che più di tutte, in Italia almeno, si batteva contro la guerra. Ed era Gino Strada. Leggere oggi la sua autobiografia per me ha significato mettere ordine nei pensieri.

Dell’Ucraina non capisco niente, ma dell’Afghanistan so tutto. E se lo so è perchè Gino Strada e la sua associazione, Emergency, ne hanno raccontato tutte le atrocità.

Consiglio la lettura.

 

 

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Germania 1923

Chi mi conosce lo sa. Uno degli episodi della storia del Novecento che più mi coinvolge è quello dell’inflazione record della storia che coinvolse la Germania all’indomani della prima guerra mondiale.

Non la rivoluzione d’ottobre, non il crollo degli imperi, nè la guerra di Spagna, nè l’avanzata del nazismo. Nemmeno lo scenario della guerra fredda e la rivoluzione cubana (bè, la rivoluzione cubana…) mi affascinano tanto quanto l’inflazione del 1923.

I fatti. All’epoca la Germania usciva sconfitta dallo scontro fra grandi imperi che aveva trascinato il mondo nella prima guerra di trincea.
Lo stato tedesco non venne cancellato dalla cartina geopolitica, come poi avvenne al termine della seconda guerra mondiale (vedi divisione della Germania in quattro sfere di influenza), ma gli furono imposte sanzioni incredibili, che già, mi pare Keynes, disse che avrebbero preparato il terreno per lo scoppio di un secondo conflitto.
Oltre a costringerli a rinunciare al proprio esercito, praticamente gli venne imposto di ripagare le spese di guerra di tutte le nazioni vincitrici. Unica sconfitta, non perse, se non relativamente, territori (la Rhur e altri, poi riconquistati da Hitler), ma gli fu imposta una sanzione economica che conteggiava i costi che tutte le nazioni vincitrici e in particolare la Francia avevano avuto per condurre la guerra. Non solo dunque gli Stati scendevano in guerra con la più scellerata leggerezza, ma neanche intendevano pagarsi il costo dell’artiglieria impiegata nel conflitto.
Tolto ogni vantaggio economico estrattivo, tolta la possibilità di commerciare con l’estero, tutto quello che era concesso alla Germania era di produrre per destinare i profitti al ripianamento dei debiti di guerra. Un austerity ante-litteram che l’UE nostrana si sogna di notte di poter imporre!
Inutile dire che il costo della vita per gli abitanti e gli operai residenti in Germania aumentò.
Il marco – se a quei tempi avevano il marco – si svalutò a livelli incredibili e la spirale inflazionistica… Bè la spirale inflazionistica era da sogno psichedelico di quarta generazione!
Due volte al giorno – due volte al giorno – i prezzi aumentavano, raddoppiavano. Due volte al giorno – due volte al giorno – i salari inseguivano i prezzi.

Se ti dimenticavi di fare la spesa la mattina, coi soldi che ti rimanevano in tasca dopo mezzogiorno potevi a malapena comprarci un caffè e dovevi aspettare che il marito tornasse a casa la sera col nuovo aumento di salario per correre a fare la spesa prima dell’aumento delle otto di sera!

Mai più nella storia, che io sappia, si è verificato nuovamente un fenomeno del genere. Eppure la gente viveva e lavorava,  come se tutto fosse normale. I padroni non potevano nè chiudere le fabbriche e fermare la produzione, nè impedire l’aumento del salario, nè frenarsi dall’aumentare il prezzo dei beni prodotti e così il circolo andava avanti e avanti.
Nessun fenomeno economico è strano come la spirale inflazionistica del 1923.
Certo una sciagura per i redditi precari, i lavoratori giornalieri e la massa della popolazione.
Certo il calderone in cui hanno ribolitto e ribollito i peggiori odi nazionalisti e sentimenti di vendetta da cui poi è generata la follia del nazzismo.

Non è facile trovare spiegata questa storia sui libri di storia. Viene segnalata, ma si cerca di far finta che non esista, nè mai sia esistita. Che sia stata un debaclè, una svista del capitalismo, troppo giovane e ingordo all’epoca.

Perchè mi trovo ultimamente a pensare alla spirale inflazionistica del 1923? Perchè la storia ha uno strano modo di riproporre le stesse problematiche. La prima volta si presenta come tragedia, la seconda e tutte le volte a seguire come cappio al collo.

Così oggi ci troviamo a fronteggiare lo scenario di una terza guerra mondiale guidati dal governo più reazionario degli ultimi 10 anni che con l’inflazione duetta come se fosse a un veglione di valzer dei primi del novecento. Succhia risorse, come una zecca farebbe col sangue, dagli strati più poveri della popolazione e bellamente ingrassa i ceti ricchi.
Come lo fa?
Non ci sarebbe probabilmente neanche bisogno di scendere nel dettaglio perchè chi vive e lavora tutti i giorni già sa benissimo come fa, nè quest’articolo può coprire tutto il catalogo delle meschine misure messe in campo negli ultimi tempi per fare cassa, ma qualcosa diciamocelo lo stesso.

Della riforma dell’IRPEF abbiamo già parlato in un precedente articolo, aggiungiamo però qualche considerazione. In primo luogo non ci si rende conto di quanto sia iniqua questa riforma, finchè materialmente non si vede un cedolino aumentare da un importo di 50.000 euro ad uno di 55.000, senza colpo ferire da un mese all’altro dell’anno.
In più la riforma è stata accompagnata dall’innovazione dell’assegno unico che cancella e sostituisce vari tipi di bonus per familiari a carico su cui pure i lavoratori contavano e che ha il piccolo svantaggio di non essere retroattivo.  Cosa mai successa ai bonus che spettano a seguito del raggiungimento di uno status soggettivo, se la condizione giuridica è manifesto che esista al sopraggiungere di certe condizioni (sono mamma e nessuno può negare che lo sono dalla tale data!). Si chiamano diritti incomprimibili. Ma noi comprimiamo pure la maternità, perché no? Quindi se fra le doglie del lieto evento ti dimentichi di fare domanda, per la legge diventi mamma solo quando ti rinvieni, il passato è perso per sempre.

Messo nelle tasche giuste. Ovviamente.

Il costo della vita. Una cosa denunciata da più parti – da più parti di destra, a dire il vero – è il fatto che l’aumento del costo della vita sta causando un maggiore introito fiscale dovuto all’IVA. L’IVA è una tassa che passa direttamente dal produttore al consumatore con un’aliquota fissa (che varia a seconda del tipo di bene, ma sostanzialmente si aggira intorno al 22% per i beni normali) sui beni al commercio. Come funziona? La versa il produttore allo Stato (dopo vari sconti che si chiamano scarichi), ma la paga il consumatore. Cioè un bene costa 10 euro, il produttore ci calcola l’IVA e lo vende a 12 euro, il consumatore paga 12 euro e il produttore versa 2 euro allo Stato (1,2 -1,5 dopo i vari scarichi). Se il bene viene a costare 20 euro per l’aumento del costo della vita, lo Stato incassa 4 euro, invece che 2. Un aumento lineare.
Difficile a questo punto non pensar male.
Che cioè quando c’è stato da votare la riforma dell’IRPEF, che pure qualche cosa è costata, sapessero benissimo che il gettito fiscale non sarebbe variato perché sarebbe stato ripianato dall’aumento del costo della vita.
Cosa succede in questo modo? Giacchè è vero che l’IVA la pagano tutti, ma proprio perché la pagano tutti, questa pesa in maniera percentuale più sulle casse dei lavoratori (che sono di più e di più dei ricchi, anche non volendo, consumano). Così che la riduzione in busta paga dell’IRPEF dei ricchi, l’hanno pagata i poveri e il totale del carico fiscale si è ulteriormente schiacciato verso il basso.

Si dirà, ed è vero, che l’aumento del costo della vita non è stato deciso da Draghi and Co. ma è stata invece una decisione arbitraria dei produttori di energie fossili. Questo è vero, ma d’altra parte è anche vero che a fronte di un aumento arbitrario dei prezzi del petrolio, lo Stato non si è neanche sognato di andare a tassare i produttori di energie fossili. L’ENI è un’impresa con ancora sede legale in Italia, o no?
Nè ha messo in campo misure sensate per la riduzione del costo del carovita, il quale a ben vedere, non si riflette in maniera lineare con l’aumento del prezzo del petrolio, ma invece esponenziale, perchè ogni singolo operatore economico, scarica l’aumento che vive aumentando il prezzo del bene venduto, che passando di mano in mano e di azienda in azienda, porta a un aumento esponenziale del bene al consumo.

Ed anzi, mi è passata sotto gli occhi la notizia, che non ho osato approfondire, del fatto che fossero state introdotte tasse per i produttori di energia da fonti rinnovabili, mentre lo stesso non è avvenuto a chi le produceva da fonti fossili. Come a dire: non è giusto che voi produttori di energie rinnovabili non pagate il costo dell’aumento del petrolio, perciò dovete contribuire all’aumento generale, con l’aumento delle tasse!

Ultima postilla e poi mi taccio perchè mi sono stancata: il bonus facciate e il bonus ristrutturazioni edilizie. Se n’è tanto parlato, è vero. Dei produttori che aumentano arbitrariamente il prezzo dei beni di costruzione perchè tanto sanno che c’è mamma Stato che copre tutte le spese e azzera la concorrenza. Ed è un problema. Nessuno però parla di due altre questioni altrettanto importanti.
La prima che l’aumento del valore degli immobili così ristrutturati agratiss si scaricherà direttamnente sull’aumento del costo degli affitti e delle case in vendita.
Cosa che io non ho mai capito. Com’è possibile che tutti i beni venduti usati (li compro a 10.000 euro) si deperiscono e si vendono a meno del valore di acquisto (li vendo a 6.000 euro), mentre la Casa no. La Casa, anche se non gli fai un centesimo di ristrutturazione, anche se ci vivi dentro 10 anni, anche se ci fai i buchi nel muro, i bagni da buttare, la caldaia che rischia di esplodere da sola, il tetto che ci piove dentro, la Casa usata deve aumentare di valore!
La seconda: ma tutti questi soldi per l’edilizia privata, dato che sembra che i soldi ci sono, non sarebbe meglio investirli in edilizia pubblica?
Va bene, alcuni comuni più virtuosi, sanno che questi soldi son disponibili anche per ristrutturare le case ERP, ma più che renderli disponibili, non si potrebbe renderli obbligatori?

E poi, ovviamente: lo Stato Di Emergenza (SDE), ma hanno spostato l’Ucraina dalle cartine e l’hanno sostituita con la Svizzera, o l’Ucraina è ancora a 3000 km di distanza dall’Italia? Possibile che nessuno si incazza? Con Conte, almeno, due mesi dopo che aveva messo lo Stato di emergenza, c’era l’Ospedale di Piacenza che aveva chiuso i battenti perchè non riusciva più ad accogliere i malati di Covid. Se a maggio, la Russia non ha tirato un missile almeno a Trieste, mi deve dire Draghi che caxxo di senso ha lo Stato Di Emergenza!

 

 

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