Di monti, di bambini e di libertà

Non c’è niente nella mia vita che rappresenti tutta la mia vita.

L’incostanza forse.

Comunque per gran parte della mia vita la storia della mia vita è stata la storia di come mia mamma mi ha cresciuto.

Cresciuta senza un padre di cui non ho mai sentito la mancanza.

Quanto alla mamma, è stata la mamma più brava del mondo e applicava un principio con fermezza nella sua educazione, sopratutto nell’educazione al femminile.

Lei stessa era cresciuta in una famiglia povera e quasi poverissima e molto chiusa e arretrata. Come prima figlia femmina, nata molto prima della liberazione sessuale, ha dovuto lottare per conquistare ogni libertà. Dopo le elementari, le scuole medie le ha potute frequentare solo perchè le maestre insistettero con la famiglia e le pagarono l’abbonamento del treno per tutta la durata del corso di studi, altrimenti i miei nonni, in quanto figlia femmina, l’avrebbero fatta smettere di studiare. E così le superiori (l’avviamento professionale) lo ha potute fare solo perchè i miei nonni si convinsero che mia mamma poteva ambire anche a fare un lavoro fuori casa, e portare i soldi in casa. La vita quotidiana poi era tutta confinata dentro il cortile della casa di famiglia, guardando i bambini che giocavano liberi fuori, sulla piazza del paese.

Lavorando, in città, conobbe un vegliardo, forse pre-colombiano, che le spiegò che quella voglia di libertà si chiamava anarchia: scappò di casa, si fidanzò e iniziò a vivere.

Perciò la cosa che mia mamma ha sofferto di più in gioventù fu la mancanza di libertà e la sua ferma promessa è stata quella di crescere sua figlia (me) in totale libertà.

Nel dubbio ha ecceduto sempre in senso libertario, così che la mia di giovinezza, pure abbastanza passata in ristrettezze economiche, è stata invece ricca di felicità e avventura.

E di sbandamento più completo.

Ero l’invidia della mia generazione perchè potevo fare quello che mi pareva fin dalla più tenera età. A dire il vero a 10 o 11 anni non sono tanti i genitori che lasciano liberi i figli di fare quello che gli pare e quando tutti erano andati a letto anche io non avevo più niente da fare e tornavo a casa a orari da bambini.

Nell’adolescenza è stato un po’ più un problema. Che di adolescenti scapestrati ce ne sono di più.

Mia mamma escogitò allora un trucco abilissimo. Siccome abitavo lontana dalla città, mi regalò il motorino, ma con una proibizione astutissima: che non si potesse guidarlo di notte perchè era pericoloso (il mistero del perchè per mio fratello la notte fosse meno pericolosa non è mai stato chiarito). La sera perciò potevo uscire solo se avevo un amico disposto a farsi poi 30 km per riaccompagnarmi a casa di notte. E di amici ne ho avuti molti (e tutti con la testa sulle spalle) e il trucco di mia mamma fallì, ma in compenso la sua teoria di crescere figlie in maniera libertaria ne venne molto rafforzata.

Quando smisi di andare a scuola e mi presi un anno sabbatico appena diciottenne, qualche dubbio le venne, vedendomi tornare tutte le notti allo spuntare del sole (guidare la macchina di notte non è pericoloso purtroppo), ma poi mi diplomai come tutti i bambini normali e si tranquillizzò definitivamente.

 

 

 

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Note sulla guerra

La prima impressione che ho avuto quando è scoppiata la guerra in Ucraina è stata di consapevolezza. Ho pensato che per la prima volta avremmo vissuto la guerra non solo come una sciagura che cade su una popolazione inerme, ma che l’avremmo capita. Forse sono troppo giovane, o forse troppo vecchia e troppo informata, ma di tutti i massacri che si sono compiuti negli ultimi decenni io vedevo solo l’orrore delle bombe e nient’altro. Questa volta invece, non appena è scoppiata ho avuto questa forte consapevolezza: “stai a vedere che questa volta capiamo anche come funziona la guerra”.

Non so chi diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Credo lo abbiano detto in tanti, in realtà. Comunque è una cavolata. In realtà la Politica è la continuazione della guerra con mezzi pacifici, là dove alla conta dei morti di uno schieramento e dell’altro, si sostituisce la conta dei voti1. La guerra è strategia e tattica brutale, non molto di più. Purtroppo, come dice qualcuno, questa guerra, pur se lontana ce la ritroviamo anche in casa nostra.2

Ci sono vari aspetti da tenere in considerazione.

Il primo e principale è il ruolo della Russia nel contesto internazionale e la sua storia. Ho sentito alcuni pareri al riguardo che vi riporto. Partiamo dalla figura di Putin e dalla storia del crollo dell’URSS. Putin può essere considerato il primo degli oligarchi russi, seppure con questa espressione, oligarchi, non è chiarissimo cosa si intenda. È un politico di lunghissimo corso. Ancora ai tempi dell’URSS faceva parte del KGB ed ebbe un ruolo di primo piano nel defenestramento di Gorbachev. Non chiedetemi nel dettaglio come avvenne, ma certo era il capo della sicurezza, quando la bandiera rossa venne ammainata sul Cremlino. In quel periodo si era giunti a una specie di compromesso fra USA e URSS, guidato dalla nuova figura ben voluta a livello internazionale di Gorbachev. Figura tanto ben voluta, perchè incapace di tenere il potere.

Si pensava all’epoca che non fosse più aria di regimi dispotici in Russia e Gorbachev rappresentava la figura di democratico che poteva portare a una transizione pacifica dell’URSS verso la democrazia. Sbagliate entrambe le aspettative: Gorbachev venne defenestrato e pochi anni dopo al potere salì Putin che invece continua a incarnare bene la figura del dittatore.

Dice che uno snodo importante della vicenda è stato quello della guerra in Kosovo/Serbia/Jugosalavia nel 1999. Mentre le tensioni in Kosovo aumentavano, il primo ministro russo (di cui non ricordiamo il nome) sotto la guida del presidente Eltsin, aveva preso un aereo per andare negli USA a parlare di come affrontare la questione. Mentre era in volo verso Washington gli arrivò la notizia: gli USA avevano cominciato il bombardamento del Kosovo. Fece marcia indietro e tornò in Russia, un mese dopo Putin era primo ministro. Sei mesi dopo divenne presidente. Che cosa abbia fatto per salire allo scranno più alto del governo, non si sa, certo è che incarnava una figura di potere autoritario e centralizzato che poteva portare la Russia fuori dal pantano.

Qual’era questo pantano in cui era caduta la Russia? Il ritorno ad ogni costo del capitalismo in luogo di un’economia nazionalizzata e pianificata.

Quello del crollo dell’URSS, nel decennio 1991-2001 è stato raccontato come il più grande sacco della storia, roba che a confronto i barbari che invasero Roma erano dei monelli che facevano una gita fuori porta. Non mi ricordo benissimo la dinamica, che ho pur letto da qualche parte, comunque quando ci fu il crollo del socialismo, lo Stato liquidò tutta la sua proprietà industriale. Credo che in una prima fase la spezzettò in quote di proprietà cedendola agli operai. Nel disastro generale gli operai che non avevano più un lavoro, ma solo dei titoli di proprietà che a loro sembravano (ed effettivamente erano ) carta straccia, vendettero tutto per comprarsi da mangiare o la casa, tutte cose che erano gratuite nel socialismo e improvvisamente diventarono a pagamento un mese dopo. Alcuni subito dopo averla comprata vendettero anche la casa. Stiamo parlando del patrimono industriale forse più importante del periodo: fabbriche, ferrovie, campi di grano, giacimenti. Tutta la potenza economica sprigionata da 70 anni di pianificazione, a volte insensata, ma incredibilmente produttiva, venduta per un piatto di polenta. Come sia potuto accadere è cosa che va spiegata sia col caos generale dell’assenza di un governo effettivo, sia col fatto che il popolo, per quanto lo disprezzasse, non aveva idea del patrimonio che aveva in mano. Non era educato a un’economia di mercato e non conosceva in alcun modo il valore della proprietà privata. Inoltre il rublo era una moneta del tutto svalutata nel mercato internazionale, cosa di cui nuovamente i russi non avevano idea. Quando a loro sembrava di fare un buon affare a vendere per 100.000 rubli la loro quota di proprietà, si ritrovarono da un mese a quell’altro che coi loro 100.000 rubli potevano a malapena andare a fare la spesa nel nuovo iper-store appena inaugurato. Iniziarono a lavorare come operai salariati, senza un soldo in tasca, senza uno straccio di sindacato, senza regole sul lavoro. La Russia fu acquistata in toto da un pugno di oligarchi stranieri o nazionali e nel giro di pochissimi anni alla potenza che era stata la prima a mandare un uomo nello spazio, rimasero solo gli arsenali pieni di bombe atomiche. I russi impararono a loro spese che cos’era la discriminazione economica e di tutti i privilegi che lamentavano nel periodo del socialismo, del divario fra i capi del partito e la massa degli operai, gli rimase solo un’intensa nostalgia.

Putin in tutto questo fece una cosa buona, forse l’unica cosa buona che ha fatto, ma importante: quando prese il potere ri-nazionalizzò i giacimenti di petrolio e di gas naturale. Cosa che bastò a dare la speranza alla gente che fosse un uomo che si batteva contro l’oligarchia e i privilegi dei gruppi di potere e tranquillizzò i mercati e gli investitori che accettavano di buon grado un compromesso di questo tipo, purché il resto dell’economia restasse saldamente in mano al controllo capitalista.

Quanto all’ideologia politica putiniana è ben nota: eliminare le cesure nella storia della Russia. Fra impero zarista e avvento del socialismo, là dove c’era stata una rivoluzione, Putin raccontava al popolo che c’era perfetta continuità. Che lui lo aveva capito e che non si sarebbe più tornati indietro. Mise in atto questi sui intenti centralistici, non tanto facendo guerre di conquista – mai in venti anni di dominio ha tentato di conquistare un pezzo di terra fuori dai confini della Federazione Russa – ma reprimendo brutalmente qualunque tentativo di scissione e dissenso, territoriale o politica. E in questo senso repressione ha il significato più duro, spesso equivalente all’uccisione.

La Russia non ha poi più fatto passi avanti in nessun campo. La libertà di ricerca che nel socialismo c’era, seppur piegata alle esigenze di Stato, e che tanti benefici aveva portato al mondo nella competizione con lo schieramento capitalista, fu spazzata via. I russi ripiombarono nel medioevo culturale a rimpiangere i loro morti, morti sui campi di battaglia o nei gulag staliniani e dell’avvenire dell’umanità smisero di interessarsi.

La competizione imperialistica finì sul campo più congeniale agli Stati Uniti, quello militare.

Dall’altra parte del mondo, infatti, agli USA venne il capogiro dalla gioia di non avere più un competitor mondiale. Un competitor peraltro così poco educato e senza savoir faire quali erano i socialisti nel periodo della guerra fredda. E nel mondo si scatenò l’inferno. Senza temere più alcuna ritorsione internazionale, iniziarono una guerra dopo l’altra in tutte le zone calde del pianeta, cioè la cintura di sicurezza costituita dai paesi “non allineati”.
Questi ultimi erano nati, liberandosi dalle catene del colonialismo o trovando una nuova unità a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e in maniera in arrestabile dagli anni ’60 in poi, principalmente per iniziativa della Jugoslavia di Tito, anche se un ruolo importante lo ebbe anche l’India. Nel 1961 si tenne la prima conferenza internazionale in Jugoslavia, vi aderivano oltre alla gigantesca India post-gandhiana, tutta una serie di paesi “minori”: Jugoslavia, Libia, Siria, Egitto, molti paesi africani e sudamericani. L’idea era quella, nella divisione bipolare che sempre più andava configurandosi fra USA e URSS, di creare un terzo polo “non allineato” al campo sovietico, ma neanche dipendente dalla protezione della NATO. In realtà questi paesi sperimentarono ognuno un proprio percorso personalissimo di liberazione e creazione di Stati nazionali, ma godevano della protezione non invadente dell’URSS che mal tollerava che in queste zone qualcuno andasse a sganciare bombe.

È possibile constatare quanti di questi Stati sopravvivano e con quali tipi di governo a 30 anni dalla caduta dei regimi sovietici.

La Russia negli anni seguenti si è molto limitata a minacciare. Ammoniva gli Stati Uniti di non gloriarsi troppo e che il mondo unipolare non fosse possibile, ma finchè non gli entravano in casa si faceva bellamente i fatti suoi. Sia per tradizione staliniana (non interferire nelle guerre altrui), sia per mancanza di mezzi concreti (nessun patto di Varsavia, nessun paese amico, nessuna ideologia unificante) e solo ultimamente ha tentato di riconquistare una posizione di dominio militare, in particolare con la guerra in Siria.

Dunque: è costui il nemico dell’umanità?

Certo, vivessimo in un mondo perfetto e fossimo tutti asceti della non violenza, Putin sarebbe da considerarsi senza dubbio un nemico dell’umanità. Ma non è detto che sarebbe in cima alla lista.

Se questo è l’aspetto storico del contesto internazionale, come siamo arrivati a questa situazione di guerra dispiegata? Com’è potuto capitare? E come mai il nostro governo, a capo di uno Stato che pure ha scritto fra gli articoli fondamentali della Costituzione che “l’Italia ripudia la guerra”, si è buttato, in tempi di crisi, a capofitto in una politica guerrafondaia e omicida?

Chiariamo, per essere precisi: No! Non stiamo sostenendo la resistenza ucraina. L’unica cosa che interessa al nostro governo è curare gli affari italiani e in particolare sostenere la quarta nazione produttrice di armi del mondo (cioè l’Italia). Ma trattare una guerra come un normale affare commerciale è qualcosa di profondamente e radicalmente immorale.

Detto questo, Putin ha commesso un atto illegale invadendo un paese sovrano. Purtroppo i paesi sovrani sono spesso stupidi e l’Ucraina è in cima alla lista quanto a stupidità e se dobbiamo contare tutti i pro e i contro, i torti e le ragioni, senza dubbio la stupidità ucraina deve avere un peso sul piatto della bilancia.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia allora? Tante cose, tutte diverse da quelle che sta facendo.

Le farà?

Controvoglia, ma la linea politica sta cambiando. Non così quella economica invece.

Mi spiego, per non sembrare oscura. In Europa, questo aggregato economico totalmente inutile, Macron ha vinto le elezioni in Francia agitando uno straccetto appena macchiato di pacifismo. Comunque le ha vinte. E forte di questo blando e timido consenso elettorale ha chiesto agli stati europei di smetterla di tentare di risolvere la crisi ucraina gettando benzina sul fuoco. Molto meglio, infatti stare zitti, dire al proprio popolo che ci saranno sacrifici da affrontare e voltare gli occhi dall’altra parte mentre USA e Federazione russa si scannano sulla pelle del popolo ucraino e russo.

Quanto agli ucraini, quella loro non è resistenza perchè l’esercito non è volontario, ma di leva. E se sei maschio e scappi dall’Ucraina, allo stato attuale vieni bollato come disertore e ti attende la corte marziale.
Aiutiamo costoro, piuttosto.

Insomma il quadro politico non preannuncia niente di buono. Enunciamo a tal proposito la lista delle sciagure, così da esorcizzarle e saperle riconoscere, se può servire a qualcosa.

1- economia di guerra. Espressione ignobile.

2- taglio dei rifornimenti di gas naturale, se e quando la Russia deciderà di tagliare le forniture, che tutto il resto del dibattito al riguardo fa solo ridere.

3- incremento del prezzo dei prodotti fossili.

4- incremento dell’attività industriale inquinante e comunque più inquinante del gas naturale, ma non c’è da stare allegri in qualunque caso.

5- incremento delle spese militari interne: 26 miliardi all’anno…

6- invio di armi in territorio di guerra, scortate dalle forze armate italiane.

7- taglio della spesa pubblica: scuola, sanità, pensioni e welfare (il debito cattivo) per sostenere l’economia di guerra.

8- continuazione della decretazione presidenziale al di fuori del campo circoscritto della decretazione sanitaria.

9- elemosine di guerra.

10- insopportabile propaganda guerrafondaia fatta passare come buonsenso razionale di distinzione fra chi è buono e chi è cattivo, propugnata da gente che in quinta superiore si è scordata anche di studiare la seconda guerra mondiale perchè si avvicinavano le vacanze estive.

11- allargamento della NATO a paesi del cosiddetto socialismo europeo

12- escalation militare e incapacità di circoscrivere il teatro di guerra

13- decine di migliaia di morti

14- milioni di profughi

15- selezione fra profughi cattivi e profughi buoni, che comunque andranno tutti a fare lo stesso lavoro di merda.

16- possibile intervento di forze straniere, alleate alla Nato, nel teatro di guerra ucraino

17- uso della popolazione civile ucraina come esercito per procura degli Stati Uniti

18- complicità dei paesi europei nello sterminio del popolo russo, di quello ucraino, di quello russo-ucraino (che non è una bufala, esiste sul serio)

19- armamento “collaterale” di una variegata popolazione di suprematisti nazisti che in Ucraina hanno le loro basi.

20- creazione di un vasto deserto fra Varsavia e Mosca, abitato solo da mosche e animali randagi.

21- …

 

1Cfr Elias Canetti “Massa e potere” nel capitolo sulla democrazia.

2Canetti, da ingenuo pacifista qual’era, non ha però mai considerato il paradosso che si genera allorquando a decidere dell’entrata in guerra è un voto democratico.

 

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Letture moderne contro la guerra

21 anni fa, quando scoppiò la guerra in Afghanistan si creò un vasto movimento di protesta. Il movimento pacifista.

C’era una persona che più di tutte, in Italia almeno, si batteva contro la guerra. Ed era Gino Strada. Leggere oggi la sua autobiografia per me ha significato mettere ordine nei pensieri.

Dell’Ucraina non capisco niente, ma dell’Afghanistan so tutto. E se lo so è perchè Gino Strada e la sua associazione, Emergency, ne hanno raccontato tutte le atrocità.

Consiglio la lettura.

 

 

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Germania 1923

Chi mi conosce lo sa. Uno degli episodi della storia del Novecento che più mi coinvolge è quello dell’inflazione record della storia che coinvolse la Germania all’indomani della prima guerra mondiale.

Non la rivoluzione d’ottobre, non il crollo degli imperi, nè la guerra di Spagna, nè l’avanzata del nazismo. Nemmeno lo scenario della guerra fredda e la rivoluzione cubana (bè, la rivoluzione cubana…) mi affascinano tanto quanto l’inflazione del 1923.

I fatti. All’epoca la Germania usciva sconfitta dallo scontro fra grandi imperi che aveva trascinato il mondo nella prima guerra di trincea.
Lo stato tedesco non venne cancellato dalla cartina geopolitica, come poi avvenne al termine della seconda guerra mondiale (vedi divisione della Germania in quattro sfere di influenza), ma gli furono imposte sanzioni incredibili, che già, mi pare Keynes, disse che avrebbero preparato il terreno per lo scoppio di un secondo conflitto.
Oltre a costringerli a rinunciare al proprio esercito, praticamente gli venne imposto di ripagare le spese di guerra di tutte le nazioni vincitrici. Unica sconfitta, non perse, se non relativamente, territori (la Rhur e altri, poi riconquistati da Hitler), ma gli fu imposta una sanzione economica che conteggiava i costi che tutte le nazioni vincitrici e in particolare la Francia avevano avuto per condurre la guerra. Non solo dunque gli Stati scendevano in guerra con la più scellerata leggerezza, ma neanche intendevano pagarsi il costo dell’artiglieria impiegata nel conflitto.
Tolto ogni vantaggio economico estrattivo, tolta la possibilità di commerciare con l’estero, tutto quello che era concesso alla Germania era di produrre per destinare i profitti al ripianamento dei debiti di guerra. Un austerity ante-litteram che l’UE nostrana si sogna di notte di poter imporre!
Inutile dire che il costo della vita per gli abitanti e gli operai residenti in Germania aumentò.
Il marco – se a quei tempi avevano il marco – si svalutò a livelli incredibili e la spirale inflazionistica… Bè la spirale inflazionistica era da sogno psichedelico di quarta generazione!
Due volte al giorno – due volte al giorno – i prezzi aumentavano, raddoppiavano. Due volte al giorno – due volte al giorno – i salari inseguivano i prezzi.

Se ti dimenticavi di fare la spesa la mattina, coi soldi che ti rimanevano in tasca dopo mezzogiorno potevi a malapena comprarci un caffè e dovevi aspettare che il marito tornasse a casa la sera col nuovo aumento di salario per correre a fare la spesa prima dell’aumento delle otto di sera!

Mai più nella storia, che io sappia, si è verificato nuovamente un fenomeno del genere. Eppure la gente viveva e lavorava,  come se tutto fosse normale. I padroni non potevano nè chiudere le fabbriche e fermare la produzione, nè impedire l’aumento del salario, nè frenarsi dall’aumentare il prezzo dei beni prodotti e così il circolo andava avanti e avanti.
Nessun fenomeno economico è strano come la spirale inflazionistica del 1923.
Certo una sciagura per i redditi precari, i lavoratori giornalieri e la massa della popolazione.
Certo il calderone in cui hanno ribolitto e ribollito i peggiori odi nazionalisti e sentimenti di vendetta da cui poi è generata la follia del nazzismo.

Non è facile trovare spiegata questa storia sui libri di storia. Viene segnalata, ma si cerca di far finta che non esista, nè mai sia esistita. Che sia stata un debaclè, una svista del capitalismo, troppo giovane e ingordo all’epoca.

Perchè mi trovo ultimamente a pensare alla spirale inflazionistica del 1923? Perchè la storia ha uno strano modo di riproporre le stesse problematiche. La prima volta si presenta come tragedia, la seconda e tutte le volte a seguire come cappio al collo.

Così oggi ci troviamo a fronteggiare lo scenario di una terza guerra mondiale guidati dal governo più reazionario degli ultimi 10 anni che con l’inflazione duetta come se fosse a un veglione di valzer dei primi del novecento. Succhia risorse, come una zecca farebbe col sangue, dagli strati più poveri della popolazione e bellamente ingrassa i ceti ricchi.
Come lo fa?
Non ci sarebbe probabilmente neanche bisogno di scendere nel dettaglio perchè chi vive e lavora tutti i giorni già sa benissimo come fa, nè quest’articolo può coprire tutto il catalogo delle meschine misure messe in campo negli ultimi tempi per fare cassa, ma qualcosa diciamocelo lo stesso.

Della riforma dell’IRPEF abbiamo già parlato in un precedente articolo, aggiungiamo però qualche considerazione. In primo luogo non ci si rende conto di quanto sia iniqua questa riforma, finchè materialmente non si vede un cedolino aumentare da un importo di 50.000 euro ad uno di 55.000, senza colpo ferire da un mese all’altro dell’anno.
In più la riforma è stata accompagnata dall’innovazione dell’assegno unico che cancella e sostituisce vari tipi di bonus per familiari a carico su cui pure i lavoratori contavano e che ha il piccolo svantaggio di non essere retroattivo.  Cosa mai successa ai bonus che spettano a seguito del raggiungimento di uno status soggettivo, se la condizione giuridica è manifesto che esista al sopraggiungere di certe condizioni (sono mamma e nessuno può negare che lo sono dalla tale data!). Si chiamano diritti incomprimibili. Ma noi comprimiamo pure la maternità, perché no? Quindi se fra le doglie del lieto evento ti dimentichi di fare domanda, per la legge diventi mamma solo quando ti rinvieni, il passato è perso per sempre.

Messo nelle tasche giuste. Ovviamente.

Il costo della vita. Una cosa denunciata da più parti – da più parti di destra, a dire il vero – è il fatto che l’aumento del costo della vita sta causando un maggiore introito fiscale dovuto all’IVA. L’IVA è una tassa che passa direttamente dal produttore al consumatore con un’aliquota fissa (che varia a seconda del tipo di bene, ma sostanzialmente si aggira intorno al 22% per i beni normali) sui beni al commercio. Come funziona? La versa il produttore allo Stato (dopo vari sconti che si chiamano scarichi), ma la paga il consumatore. Cioè un bene costa 10 euro, il produttore ci calcola l’IVA e lo vende a 12 euro, il consumatore paga 12 euro e il produttore versa 2 euro allo Stato (1,2 -1,5 dopo i vari scarichi). Se il bene viene a costare 20 euro per l’aumento del costo della vita, lo Stato incassa 4 euro, invece che 2. Un aumento lineare.
Difficile a questo punto non pensar male.
Che cioè quando c’è stato da votare la riforma dell’IRPEF, che pure qualche cosa è costata, sapessero benissimo che il gettito fiscale non sarebbe variato perché sarebbe stato ripianato dall’aumento del costo della vita.
Cosa succede in questo modo? Giacchè è vero che l’IVA la pagano tutti, ma proprio perché la pagano tutti, questa pesa in maniera percentuale più sulle casse dei lavoratori (che sono di più e di più dei ricchi, anche non volendo, consumano). Così che la riduzione in busta paga dell’IRPEF dei ricchi, l’hanno pagata i poveri e il totale del carico fiscale si è ulteriormente schiacciato verso il basso.

Si dirà, ed è vero, che l’aumento del costo della vita non è stato deciso da Draghi and Co. ma è stata invece una decisione arbitraria dei produttori di energie fossili. Questo è vero, ma d’altra parte è anche vero che a fronte di un aumento arbitrario dei prezzi del petrolio, lo Stato non si è neanche sognato di andare a tassare i produttori di energie fossili. L’ENI è un’impresa con ancora sede legale in Italia, o no?
Nè ha messo in campo misure sensate per la riduzione del costo del carovita, il quale a ben vedere, non si riflette in maniera lineare con l’aumento del prezzo del petrolio, ma invece esponenziale, perchè ogni singolo operatore economico, scarica l’aumento che vive aumentando il prezzo del bene venduto, che passando di mano in mano e di azienda in azienda, porta a un aumento esponenziale del bene al consumo.

Ed anzi, mi è passata sotto gli occhi la notizia, che non ho osato approfondire, del fatto che fossero state introdotte tasse per i produttori di energia da fonti rinnovabili, mentre lo stesso non è avvenuto a chi le produceva da fonti fossili. Come a dire: non è giusto che voi produttori di energie rinnovabili non pagate il costo dell’aumento del petrolio, perciò dovete contribuire all’aumento generale, con l’aumento delle tasse!

Ultima postilla e poi mi taccio perchè mi sono stancata: il bonus facciate e il bonus ristrutturazioni edilizie. Se n’è tanto parlato, è vero. Dei produttori che aumentano arbitrariamente il prezzo dei beni di costruzione perchè tanto sanno che c’è mamma Stato che copre tutte le spese e azzera la concorrenza. Ed è un problema. Nessuno però parla di due altre questioni altrettanto importanti.
La prima che l’aumento del valore degli immobili così ristrutturati agratiss si scaricherà direttamnente sull’aumento del costo degli affitti e delle case in vendita.
Cosa che io non ho mai capito. Com’è possibile che tutti i beni venduti usati (li compro a 10.000 euro) si deperiscono e si vendono a meno del valore di acquisto (li vendo a 6.000 euro), mentre la Casa no. La Casa, anche se non gli fai un centesimo di ristrutturazione, anche se ci vivi dentro 10 anni, anche se ci fai i buchi nel muro, i bagni da buttare, la caldaia che rischia di esplodere da sola, il tetto che ci piove dentro, la Casa usata deve aumentare di valore!
La seconda: ma tutti questi soldi per l’edilizia privata, dato che sembra che i soldi ci sono, non sarebbe meglio investirli in edilizia pubblica?
Va bene, alcuni comuni più virtuosi, sanno che questi soldi son disponibili anche per ristrutturare le case ERP, ma più che renderli disponibili, non si potrebbe renderli obbligatori?

E poi, ovviamente: lo Stato Di Emergenza (SDE), ma hanno spostato l’Ucraina dalle cartine e l’hanno sostituita con la Svizzera, o l’Ucraina è ancora a 3000 km di distanza dall’Italia? Possibile che nessuno si incazza? Con Conte, almeno, due mesi dopo che aveva messo lo Stato di emergenza, c’era l’Ospedale di Piacenza che aveva chiuso i battenti perchè non riusciva più ad accogliere i malati di Covid. Se a maggio, la Russia non ha tirato un missile almeno a Trieste, mi deve dire Draghi che caxxo di senso ha lo Stato Di Emergenza!

 

 

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Come si chiama?

Come si chiama quella bella ragazza
che porta il sole nella mia stanza?

Ogni tanto compare, coi suoi vestiti trasandati
e i capelli profumati, e mi racconta
di posti lontani e mi parla
con un linguaggio straniero.
Ma sempre ride e sempre rido
come i bambini quando si fanno il solletico.

Si ma come si chiama?

Talvolta, girando nei miei stracci
sotto i portici della città
odo il suo nome, gridato
da una mamma che insegue una bambina
o da un giovanotto che sgrida la sua amante
E allora ricordo e mi illumino
ecco il suo nome,
certo era facile.

Si, ma come si chiama quella bella ragazza
che porta il sole nella mia stanza?

 

 

 

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20 miliardi

In attesa che venga varato il decretone di fine anno mettiamo i conti a posto.

Al solito mi tocca precisare che i mille impegni mi hanno impedito di approfondire la manovra del governo. E d’altronde, ribadisco, in questo sito non si fa giornalismo, ma solo chiacchiere da osteria. Le osterie non esistono più (pace all’anima loro), ma quel tipo di discussioni invece si.

Da quando in Costituzione, nel 2011, è stato approvato e introdotto il pareggio di bilancio, la manovra di fine anno è diventata l’unica permessa. Probabilmente nel corso dell’anno vi sarà capitato di sentire dai TG più volte parlare di manovra finanziaria, ma vi assicuro che sono solo parole al vento, senza che mai ci siano in ballo i soldi veri. Più precisamente si sente parlare di manovra finanziaria ad aprile e in estate. Ad aprile perchè si fa il resoconto sulla manovra di dicembre, in estate perchè si programma quella di dicembre. Questi tempi sono quelli decisi dall’Unione Europea. Ad aprile l’Unione europea valuta se ci si è discostati dai bilanci europei e se bisogna pagare sanzioni; in estate si progetta come rientrare dalle sanzioni di aprile.

A Dicembre infine si cacciano o si tagliano le risorse, secondo i desiderata europei espressi nelle sessioni precedenti.

Questo chiaramente succede se uno si vuole attenere ai piani europei, ma abbiamo visto, invece, che durante la pandemia col governo Conte prima e molto meno con quello Draghi poi, i soldi sono stati cacciati anche al di fuori dei tempi imposti da Bruxelles. “Bella forza, c’era una pandemia!” direte voi, e forse è vero. Ma nonostante questo a me è sembrata una cosa importante che qualcuno sia andato a scombinare i rigidi paletti europei e abbia costretto tutta l’UE ad emularlo. Poi, chiaro, l’UE non si cambia a forza di decreti e servirebbe invece, proprio di partenza, un cambio di mentalità, ma intanto salutiamo i decreti come segnale di un cambio di mentalità.

Con Draghi, chiaramente non c’è da aspettarsi cambi di mentalità, ma solo il più rigido formalismo burocratico. E già gli gira la testa che invece che tagliare, ha dei soldi da spendere a fine anno.

Come li ha spesi?

Male. Ed è talmente evidente a tutti che anche la CGIL ha fatto sciopero. Peraltro uno sciopero trainato a livello propagandistico più dalla UIL, che è tutto dire!

Se volessimo scendere nel dettaglio però ci impantaneremmo un po’, perchè appunto non ho avuto molto modo di seguire la discussione in proposito.

Quello che ho capito io è che hanno fatto una riforma fiscale. Poi, notizia di due giorni fa, hanno inserito un emendamento sui licenziamenti collettivi. Poi dovevano fare la riforma delle pensioni di cui non si è più sentito parlare, ma forse perchè la considerano una partita conclusa.

Niente per la sanità (se non ho capito male).

E direi che dentro la manovra di bilancio ci sta anche la riforma delle partecipate comunali, anche se viene presentata come parte del PNRR.

In tutto questo si inserisce infatti la programmazione del PNRR, di cui non so niente riguardo i tempi di approvazione, se segue un calendario suo o si allinea a quello canonico europeo (dicembre – aprile – estate / dicembre – aprile – estate). Per ora di sicuro possiamo dire che i soldi che verranno spesi per questa manovra di fine anno sono quelli del PNRR, ma attendo smentite al riguardo.

E se invece, come sembra, i piani di attuazione del PNRR andranno di pari passo con quelli del bilancio si avrà che ogni anno, a dicembre, ci saranno un 20/25 miliardi da spendere di debito agevolato fino al 2025. Che non sono però quelli del titolo dell’articolo.

Parliamo di queste cose che abbiamo detto.

1- Niente per la sanità. Il discorso sarebbe amplissimo e ridurlo a poche righe non sarebbe certo il caso. Che non taglino è un bene, che non finanzino è un male. Ma finchè c’è Giorgetti e i piani per la telemedicina, che non finanzino resta un bene comunque.
Come anticipato: giudizio molto banalizzato.

2- Riforma fiscale. Non c’è gran che da aggiungere a quanto detto da vari articoli e anche da sinistra italiana. Per dire quanto è evidente che è una riforma del cavolo. Tagliano le tasse, pochissime per la verità, ai redditi fra i 50.000 e i 75.000 euro. Levano uno scaglione, quando ne andava aggiunto uno oltre i 75.000. Insomma una manovra del tutto inutile, che ridurrà le risorse nelle casse dello stato e che non si capisce chi farà felice. Dato che tanto la gente coi redditi interessati dalla riforma – a spanne – voterebbe a destra sia che gli aumentassero le tasse sia che gliele riducessero e a cui avere 700 euro in più in capo a un anno non gli fa nè caldo ne freddo. Chiaro, fra averli e non averli, direbbe la mia nonna, sono 1400, ma lo stesso a loro non gli farebbe nè caldo nè freddo. Ovvio che fra averli e non averli, continuerebbe la mia nonna che non si intende tanto di manovre fiscali, diventerebbero 2800, ma ancora a loro non farebbe nè caldo nè freddo. Forse inizierebbero ad accorgerse se diventassero, fra averli e non averli, 5600, ma già saremmo arrivati a uno scaglione di tassazione di circa il 60% e saremmo in piena fantascienza.
Insomma 10 mld spesi male, ma non ancora i miliardi del mio titolo.

3- La norma sui licenziamenti. Quanto alla norma sui licenziamenti, e non chiamatela contro le delocalizzazioni, riporto pari pari quanto condiviso dal Collettivo di Fabbrica della GKN.

“Emendamento del Governo sulle delocalizzazioni: RSU Gkn “Una norma che ci avrebbe già chiuso. Riproponiamo il nostro testo e chiediamo di non votare quell’emendamento”

La norma presentata riguarda le aziende con più di 250 dipendenti: appena 4mila in tutto il paese, solo lo 0,1% del totale, e a cui si può facilmente sfuggire. Una delle differenze base con la proposta di legge preparata dal Collettivo di fabbrica e presentata da vari parlamentari tra cui il Senatore Mantero sta nelle finalità del piano: mentre nel testo del Collettivo l’azienda che chiude deve presentare un piano di continuità produttiva e occupazionale, in quello del Governo si prevede praticamente la sola mitigazione sociale dei licenziamenti. La continuità occupazionale e produttiva diventa infatti una prospettiva da indicare, al massimo una eventualità.

L’altra differenza sta nelle sanzioni. In caso l’azienda non rispetti o non presenti il piano – che è soltanto di semplice mitigazione sociale – le sanzioni sono irrisorie. Ben al di sotto delle peggiori aspettative.

L’azienda può incappare semplicemente nel raddoppio del cosiddetto ticket di licenziamento in caso di mancata presentazione o rispetto del piano o del 50% in caso il piano non sia sottoscritto dalle organizzazioni sindacali. Si sta parlando di un massimo circa di 3000 euro a lavoratore. Con 600.000 euro circa in più sui ticket licenziamento chiudevi Gkn Firenze. Inoltre non c’è nessun riferimento ai contributi pubblici presi da un’azienda, continuando con la tradizione dei bonus a pioggia e senza vincoli.

Non si tratta di una norma antidelocalizzazioni, come propagandato dal Governo, ma per proceduralizzare le delocalizzazioni. Vorremmo essere chiari: questa norma avrebbe chiuso Gkn, imposto la soluzione di Melrose e non avrebbe reso possibile nemmeno l’articolo 28. Il Governo sta al di sotto di quanto fatto da un semplice collettivo di fabbrica, i soliti “quattro operai a cui non tenete testa”. Cinque mesi di assemblea permanente hanno posto in maniera irreversibile il dibattito di quale intervento statale e per fare cosa. #insorgiamo

Quindi aggiungendo poche righe di spiegazione la proposta di legge si dimentica per strada la possibilità per lo Stato di intervenire a salvare il suo patrimonio industriale; si dimentica per strada la possibilità di far intervenire i lavoratori stessi nel piano di salvataggio; taglia fuori le aziende con un numero di operai inferiori ai 250, così che basta mandarne uno in pensione per averne 249; sostituisce la necessità di presentare un piano vincolante alla presentazione di un piano farlocco. Quanto alla sanzione prevista in caso di mancato rispetto dei patti si sta partendo da una base d’asta quasi nulla (1,5 volte quella attualmente prevista). Me lo togliessero a me 1 punto e mezzo di patente quando chiappo un rosso per strada!

4- la riforma delle partecipate comunali. Quello che ho capito è che costringono i comuni e gli enti locali a ricorrere al mercato, invertendo l’ordine della motivazione. Mentre fino ad oggi erano i comuni e le regioni a dettare le regole d’ingaggio di eventuali appaltatori esterni dei servizi municipali; da ora in avanti dovranno invece rispondere del perchè non decidono di affidare la gara ai privati e mantenere i servizi comunali. Suggerisco la motivazione: “in quanto riteniamo il servizio suddetto (acqua, rifiuti, trasporti, ecc…) un servizio inalienabile della comunità e pertanto non deve essere gestito con logiche aziendali”. Non ce li vedo così tanti sindaci comunali con la lancia in mano pronti a difendere i servizi pubblici! Boh…

5- riforma delle pensioni. Eccoci finalmente ai 20 mld del mio titolo. Forse non tutti sanno che… anzi quasi nessuno sa che… eppure è stato detto in sessioni pubbliche e in commissioni parlamentari. Come che sia io mi perito a pubblicare i dati in mio possesso e posso solo rimandare a consultare la bacheca facebook nel mese di aprile 2021 in cui è pubblicato un convegno del sindacato USB Pubblico Impiego a cui ha partecipato anche il capo dei servizi segreti delle pensioni, Pasquale Tridico.
Diciamo subito che gli era venuta meglio la riforma del reddito di cittadinanza che questa delle pensioni. Ma, a sua discolpa, lui dice: “si dovrebbe fare così”, poi qualcuno scrive la legge come gli pare.
Comunque la riforma delle pensioni prevede l’abolizione di quota 100 e il ritorno alla Fornero, con una scalone di quota 102, che non si capisce che senso ha, dato che si aprirà a chi ha almeno 64 anni (nati dal 1958 in avanti) e 38 anni di contributi. Cioè prolunga quota 100 per chi non è riuscito nel totopensioni a raggiungere la soglia dei 38 anni di contributi entro il 31 dicembre di quest’anno continuando pervicacemente a considerare l’anno di nascita, alla stregua del calendario cinese, un fattore meritorio di protezione.
Se poi questa quota 102 la calcolano anche con una decurtazione dell’assegno fino al compimento del 67° anno di età in cui poi danno la parte mancante di contributi maturati, non si è capito.
Comunque Tridico diceva “bisognerebbe ampliare la platea degli anticipi pensionistici”, magari pensando di non dare l’assegno intero – come già oggi è per gli APE che si fermano a un assegno di 1500 euro mensili anche se uno avesse maturato un assegno più alto, ma che è una tipologia di pensione a cui non riesce ad accedere quasi nessuno – e invece loro si sono inventati quota 102.
Non è il caso qui di entrare nel merito del perchè Tridico dica questa cosa, spiegazione che attiene a delle ingiustizie incredibili presenti nella riforma Dini-Fornero, ma che sarebbero troppo lunghe da spiegare e forse lo faremo in altra sede. Atteniamoci invece alla notizia vera.
Tridico dice, e da più di un anno ormai, che ci sono i soldi per fare una riforma delle pensioni!
Ma come? L’INPS non era in crisi? Il secondo debito più alto dopo quello dello Stato? Non abbiamo fatto i sacrifici e raggiunto l’età pensionabile più vecchia d’europa e probabilmente del mondo perchè era in rosso profondo?
Si e no. L’INPS ha ancora 200 mld di debito, che sembrano tanti, ma non lo sono e probabilmente non ha assolutamente mai rischiato di fare default.

Spieghiamo come stanno le cose. La riforma delle pensioni che noi attribuiamo alla Fornero, ma che risale a molti anni indietro e andrebbe per questo chiamata Dini-Fornero, ha cambiato l’equilibrio finanziario dell’INPS. I risparmi che ne sono derivati e che sono, bene precisarlo, risparmi dei lavoratori, per un certo periodo hanno tenuto i conti in pari, da quest’anno in poi inizieranno a fruttare circa 20 miliardi l’anno.
Ora se considerate che l’intera quota 100 è costata appena 10 miliardi in 3 anni, vi renderete conto certamente dell’entità dei risparmi che stanno entrando nelle casse dell’INPS.

Come funziona il debito pubblico, che anche questo lo è? Più o meno come un buco nero: tutto quello che ci entra non esce più. Se uno ha 200 mld di debito e 20 mld di risparmi l’anno, in dieci anni può ripianare il debito, ma se questi 20 mld di risparmi – i soldi dei lavoratori – sono usati tutti per ripianare il debito, il popolo continua ad avere pensioni da fame, lavorare fino all’età dello sfinimento e fare sacrifici. Se invece uno dà 2 mld l’anno a ripianare il debito, ci metterà 100 anni per ripianarlo tutto, ma in compenso avrà 18 mld da investire a proprio piacimento. Quindi? Quindi pare che abbiamo fatto una riforma troppo drastica delle pensioni e che i soldi ci sono per riformare la riforma troppo drastica delle pensioni. Semplice, no?

Cosa sta succedendo al riguardo? Bè per tutto l’anno 2020/2021 è successa più o meno una cosa di questo tipo: sono stati dati sgravi contributivi imponenti alle aziende e pagate casse integrazioni straordinarie (CIGS, che un tempo stavano in capo alle imprese e che prevedevano l’obbligo del reimpiego del lavoratore a fine cassa; poi ci siamo persi prima il contributo delle aziende e poi anche l’obbligo di reimpiego). Con che soldi li abbiamo pagati? Coi soldi dello Stato? Certo, ma quando i soldi sono finiti, dopo neanche 6 mesi di stanziamento, chi è che ci ha messo i soldi? Di nuovo l’INPS. Alle imprese in sgravi contributivi, i soldi della riforma delle pensioni? No, forse no. Forse solo i soldi della CIG, ma intanto i primi 20 mld sono partiti.
Dunque che senso ha varare una riforma di austerità pensionistica se i soldi ci sono?
E se non li usiamo per le pensioni, si può sapere, per piacere per che cosa li stiamo usando?

E chi è che dovrebbe decidere?

 

 

 

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Tentazioni

No dico: ma come si può resistere quando poi ti viene in mente di canticchiare sotto la pioggia??

Ascolta qui —> https://www.youtube.com/watch?v=SHM-T0Xy_J8

 

 

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Petrolio e tasse sotto il sole

Niente scuote il mio torpore, quanto il prezzo del petrolio…

Ne ho parlato con un mio amico. Gli ho chiesto: “ma perchè hanno alzato il prezzo del petrolio? Starà per finire? Non può essere per la pandemia, che ora tutti girano in macchina e la domanda non è diminuita”

Mi ha risposto che devono rifarsi dei mancati introiti della pandemia. Prima non potevano, ora possono e alzano il prezzo.

Ah, ecco…

Dunque non è una crisi. Ora, magari il mio amico non è un esperto broker finanziario e invece è una crisi, ma fino a prova contraria diciamo che l’ipotesi “vogliono rifarsi dei mancati introiti” regge e che questa non sia una crisi.

E che cosa può trasformare un rialzo arbitrario in una crisi?

Le leggi dell’economia, come il buon vecchio Keynes – Marshall – Samuelson ci insegna, sono valide in qualunque epoca storica e a qualunque mutare delle condizioni. Così che se durante la pandemia la domanda di petrolio calava e il prezzo precipitava, questo non è un motivo sufficiente per alzare il prezzo in una fase di espansione. L’economia è economia sia durante i momenti di bassa, che di alta e tanto più un capitalista dovrebbe saperlo e non mettersi in coda allo sportello dello Stato quando gira male, nè fare lo sciacallo quando gira bene.

Quindi quello dei capitalisti è un rialzo arbitrario. A conferma si può dire, ulteriormente , che non sarebbe un rialzo arbitrario se la domanda di petrolio, a fattori produttivi invariati, fosse talmente aumentata da impedire ai produttori di petrolio di tenere il passo e produrre tanto quanto chiede il mercato.
Il che porterebbe ai due scenari:
1- c’è da innovare i fattori produttivi. Cosa che potrebbe effettivamente, momentaneamente, comportare un rialzo del prezzo;
2- c’è una crisi in corso, nel qual caso non ci sarebbe innovazione di processo possibile in grado di recuperare il calo di produzione.
Ma dato che la domanda non è certo aumentata rispetto allo scenario prepandemia e quanto petrolio prodotto bastava prima, tanto ne basterebbe oggi e dato che abbiamo detto che non è una crisi, ma un atto di sciacallaggio, di profittazione, significa che quello dei capitalisti è un rialzo arbitrario.

Certo Marx, ci direbbe che in realtà sono le leggi dello sciacallaggio le leggi vere dell’economia, ma poi direbbe subito che no, che il capitalismo è stato il motore della storia per la prima parte della storia dell’umanità, che ci ha emancipato dall’epoca del feudalesimo e ha liberato le immense forze produttive della tecnica e dell’ingegno umano e insomma si confonderebbe, ci confonderebbe e quindi meglio chiamare le cose col loro nome.

Quello dell’aumento del petrolio è un rialzo arbitrario.

Che cosa può trasformare un rialzo arbitrario del prezzo del petrolio in una crisi?

Lo Stato, ecco cosa.

Poniamo appunto il caso che il prezzo del petrolio aumenti arbitrariamente. Cosa comporterebbe?
L’aumento dei prezzi delle merci e dei servizi… semplice.

Durante la pandemina, fra la prima e la seconda ondata c’è stato un momento, un breve periodo durato neanche una settimana, in cui il barista sotto casa sentiva l’alito della miseria mordergli i calcagni, sentiva la crisi approssimarsi, sentiva l’incertezza causata da 3 mesi di mancati introiti addensarsi e da bravo piccolo bottegaio, pensò di alzare il prezzo del caffè.
10 centesimi in più a caffè… è certo che con questo sistema avrebbe messo gli spettri della miseria in cantina per sempre! Invece no, dopo neanche una settimana di vane giustificazioni coi propri clienti, che anche lui insomma non poteva reggere il peso della crisi per gli altri, subito lo riportò al prezzo normale, rallegrandosi in cuor suo di non aver ceduto al panico e salvato con questo la nazione. La gente cautamente tornò a comprare il caffè al bar e il barista sotto casa fu più contento di prima.

Peccato invece che i petrolieri siano cuori così sensibili che al primo alitare di paura corrano ad alzare il prezzo di una tazzina di petrolio preda degli spasimi del panico.

In questo loro moto di paura, poichè il petrolio è ancora l’olio che unge ogni piccolo ingranaggio della nostra società, causano un vortice di reazioni a catena che portano all’aumentare dei beni e servizi. Perchè, questa volta giustamente, il nostro bravo piccolo bottegaio sotto casa, avrà delle buone ragioni per dire “non posso mica reggere il peso della crisi tutto da solo” dato che questo peso in realtà si riferisce a un aumento arbitrario del prezzo del petrolio deciso da altri e non di un moto di panico nato nella pancia di sè medesimo.

Se consideriamo poi che il prezzo del petrolio è uno di quei fattori che nell’economia del nostro bottegaio può essere, senza troppo tema di finire in miseria, scaricato sui consumatori, è certo che questo avverrà.
E’ una legge dell’economia: se aumenta il costo dei fattori produttivi, o aumenti gli incassi, o vieni sbattuto fuori dal mercato degli affari.
Sulla domanda dei beni così detti “anaelastici” questo aumento degli incassi necessario a non essere sbattuto fuori dal mondo degli affari può essere generato direttamente con un aumento dei prezzi.

I beni anaelastici sono infatti quelli di cui non può diminuire il consumo se non marginalmente anche a fronte di un aumento del loro prezzo. Così tutti i beni primari, alimentari, energetici e il petrolio ci rientrano.
Elastici sono invece quei beni il cui consumo può essere limato via dal paniere degli acquisti senza grossi problemi e sono i cosidetti beni di lusso o superflui.

Quindi se il prezzo del petrolio –  bene anaelastico per antonomasia – aumenta, non ci sarà una diminuzione del consumo, ma come vuole il senso comune comporterà un aumento generalizzato dei prezzi. Fenomeno praticamente identico a quello conosciuto col nome di inflazione.

Quindi i nostri capitalisti hanno fatto una mossa inflazionistica, generale ed estesa al livello dell’intero globo, che i produttori di merci che utilizzano il petrolio come fattore produttivo metabolizeranno aumentando il prezzo delle loro merci al consumo. Cosi è all’operaio e all’impiegato che mancheranno i soldi in tasca a fine mese.

Aggiungiamo come notazione finale la considerazione seguente, urlata ai 4 venti in tempi di crisi pendemica (che vergogna!). Sembrerebbe, così ci ha informato wikileaks, che i produttori di petrolio abbiano raggiunto il picco della produzione petrolifera. Cioè, lo ripetiamo, che al momento attuale si scoprono percentualmente meno riserve petrolifere (e altre energie fossili) rispetto a quante se ne trovavano 10 o 10 anni fa. Il che, ancora, vuol dire che ci troviamo di fronte ai due seguenti scenari:

  1. Abbiamo consumato tutte le energie fossili disponibili e siamo di fronte a un tracollo delle risorse energetiche disponibili, di cui la diminuzione delle riserve (le quali riserve contemplano i giacimenti attualmente utilizzati e quelli ancora da utilizzare, ma già noti) sarebbe il campanello di allarme.
  2. Abbiamo raggiunto il picco di quella che viene chiamata curva gaussiana (cioè della normalità) della produzione e tanto quanto petrolio abbiamo consumato dagli anni ’50 ad oggi, tanto ne possiamo consumare. In un lasso di tempo che comunque sarà minore dato che il consumo di petrolio è comunque cresciuto esponenzialmente e quindi le riserve si riduranno a un ritmo più veloce di quanto avvenuto nella seconda metà del novecento. Da cui le stime sul fatto che il 2050 è l’anno limite.

 

 

 

 

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Storia della cagnolina

Quando ero molto piccola avevo una cagnolina. Allora abitavamo in un appartamento e lei viveva sul balcone. Era un balcone piccolo e a lei toccava passarci tutto il giorno. Poi la sera il rituale di famiglia era di liberare tutto il corridoio che dalla porta di casa andava alla portafinestra del balcone, da giocattoli e ammennicoli vari, aprire la porta di casa e poi aprire la porta del balcone, godendo così della vista di una cane a forma di razzo che scappava verso la libertà. Ovviamente i miei genitori, furbescamente, la lasciavano uscire a stomaco vuoto di modo che la fame la riconducesse a cercare la cena sempre a casa dopo una mezz’oretta di scorribande.

Ci trasferimmo poi in una casa che aveva anche un giardino… Avrà così guadagnato la libertà la cagnolina? No. Peggio. Perchè in questo giardino c’era un orto e la mia cagnolina aveva il brutto vizio di fare buche. Le piaceva scavare. Quindi, chi di famiglia proprietario dell’orto ci ingiunse di tenere la cagnolina alla catena. Si iniziò così un periodo molto infelice nella vita della cagnolina, la quale non veniva mai portata a spasso da noi che eravamo padroni dissennati e lei passava tutta la vita alla catena. Quando per un qualche caso riusciva a liberarsi scappava.

L’orto fu poi smantellato, ma la povera cagnolina, vittima di un circolo vizioso, non trovò la libertà. Perchè succedeva che se veniva liberata non c’era recinto abbastanza alto in grado di contenerla, lei scappava e non tornava per giorni e giorni. Quindi la tenevamo legata per non farla scappare, e se la liberavamo scappava.

La storia ha però un lieto fine. Infatti alla povera cagnolina, che noi negli anni avevamo accudito così bene, pensammo di affiancare un altro cane. Fu proprio una bella idea, dal punto di vista della cagnolina. Questa infatti alla vista di un amico cane si calmò immediatamente, si potè liberarla e quasi mai se ne andava. Solo ogni tanto per dimostrare che sapeva ancora farlo.

 

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