Aspettative autunnali

Senza voler dare risposte, senza pensare che esistano soluzioni semplici, senza ritenere tutto sbagliato di quanto accaduto fin’ora, né tutto molto semplice vorrei avanzare qualche riflessione.

Fra poco più di un mese iniziano una serie di anniversari e appuntamenti importanti, l’autunno 2026 sarà l’anniversario delle giornate di lotta dell’autunno 2025, sarà l’anniversario della farsa del cessate il fuoco nella striscia di Gaza, sarà l’anniversario dell’inizio del genocidio. Quasi tutto simultaneamente.

Viviamo in un periodo in cui gli strumenti della contro-rivoluzione e della repressione si sono fatti molto efficaci nel colpire il movimento politico di opposizione. Quel movimento politico che per me ha delle caratteristiche di un certo tipo: è fatto da pratiche e da analisi che non accettano la delega nella soluzione delle vertenze, né la compatibilità al ribasso in termini di diritti sociali e civili e sopratutto in termini di diritti economici. Cosa che si può tradurre facilmente in uno slogan: non un soldo, non un muscolo di forza lavoro per il capitalismo.

Il che non significa rifiutare il mondo reale, cioè i rapporti reali di produzione in cui siamo immersi, ma solo non considerare il mantenimento di questi rapporti reali un obiettivo da perseguire con l’azione politica.

Sembrerebbe scontato, abbiamo letto mille volte e condiviso l’idea che il comunismo è il movimento pratico reale che trasforma e infine abbatte lo stato di cose presente. Eppure la compatibilità delle nostre rivendicazioni con l’ordine vigente è un sottotraccia sempre presente nelle nostre proposte di alternativa e da ultimo lo abbiamo visto per esempio con la battaglia per il referendum sulla magistratura.

Quando mai la magistratura è stata amica delle lotte sociali? E sicuramente la magistratura è uno dei principali strumenti che mantiene inalterato lo stato di cose presenti.

Eppure, molti di noi, si sono svestiti del ruolo di rivoluzionari e hanno fatto campagna elettorale per difendere la magistratura. Non tutto il movimento politico di opposizione, qualcuno si è opposto anche alla battaglia sul referendum, ma la maggior parte se ne è associato. Questo perchè nella Costituzione c’è una parte di storia che riconosciamo come una conquista del movimento operaio e popolare e per non perdere quella accettiamo anche la parte che invece ci attacca e ci scatena contro la repressione.

La accettiamo, ma non la difendiamo.

Non vogliamo letteralmente preservarla, solo sopportarla.

Anche così delimitando il campo ideologico, cioè in confini che sono abbastanza ampi, non si può però arrivare a ricomprendervi al suo interno tutta la gente che è scesa in piazza nelle mobilitazioni dell’autunno passato.

Allora, come è venuto fuori quel movimento?

Credo che la miglior rappresentazione di quel movimento sia quella della rete: ognuno di noi è un nodo di questa rete e ogni nodo è in relazione solo con un numero limitato di altri nodi, ma tutti i nodi insieme fanno appunto una rete.

Semplice.

E una rete, da che mondo è mondo, serve a prendere dei pesci.

Che poi subito lasceremmo andare come fanno i bambini quando vanno a pescare le prime volte.

Nessun movimento poi è replicabile. Ed anzi penso che dovremmo opporci all’ambizione di replicare il movimento dell’autunno 2025, per vari motivi.

In primo luogo perchè se prendiamo a riferimento una piazza, rischiamo di idealizzarla ed avere un’ideale della lotta come metro di riferimento non è sempre un bene. Una lotta può essere motivo di esperienza, non dovrebbe trasformarsi però in un’ideale.

Si fa così e non si fa in altro modo.

Un altro motivo per cui non dovremmo tentare di replicare le piazze dell’autunno è appunto che quelle piazze non è detto che fossero senza limiti. Alcune analisi sono state fatte di quel movimento. È stato detto, per esempio, che il limite di quelle mobilitazioni è stato di non avere alla sua testa la classe operaia. Diciamo pure la classe lavoratrice per essere più inclusivi, ma comunque quella parte di popolazione che tiene in piedi questo paese e che oggi è fra l’altro in buona misura composta da immigrati (circa un 20-25% della forza lavoro è di origine non italiana) e che è la parte di popolazione più interessata a migliorare le proprie condizioni di vita, a dare una spinta alla lotta di solidarietà col popolo palestinese in chiave politica e rivendicativa.

Quindi se non si tratta di replicare ritualmente le piazze dell’autunno 2025, che cos’è che dobbiamo fare?

Qui segno alcune risposte che penso possano tornare utili, anche se non hanno una dimensione immediatamente pratica.

1- Fermare il genocidio in Palestina rimane un obiettivo ancora necessario. Sappiamo benissimo cosa accade ogni giorno nella striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano. E se anche possiamo dubitare di tutto, è certo che la richiesta delle piazze dell’autunno era come minimo quella di fermare il genocidio.

Ovviamente non dobbiamo essere riduttivi. Nelle piazze dell’autunno l’obiettivo immediato era chiaro, ma non così la coscienza e il livello di informazione delle persone che vi hanno partecipato. Questa rivendicazione è però passata chiaramente nei termini generali, a cui bisogna dare poi declinazioni pratiche più cogenti e operative. Che vuol dire fermare il genocidio? E sappiamo anche questo: significa interrompere i bombardamenti, far retrocedere i militari e i coloni, rompere il blocco nella striscia di Gaza. E poi ancora servono declinazioni ancora più pratiche e operative.

Inoltre “fermare il genocidio” non è la nostra unica rivendicazione in merito ad Israele e alla Palestina.

Ma quale che sia il dettaglio delle rivendicazioni che ci poniamo, dobbiamo tenere la battaglia per la Palestina come parte non contrattabile delle nostre rivendicazioni più generali.

Nella vastità delle cose che dobbiamo conquistare, fermare il genocidio, esprimere solidarietà alla resistenza palestinese, deve restare una parte centrale della nostra azione politica.

E questo anche laddove i lavoratori non siano d’accordo con questa cosa.

In questi mesi infatti può sembrare che si sia verificato un arretramento delle rivendicazioni della classe operaia sulla Palestina e che oggi richiedano più tradizionalmente una difesa dei propri diritti e salari. Io non credo che le cose stiano proprio così e penso che sia più il senso di impotenza che spinge le persone ad abbandonare il terreno della solidarietà e della lotta.

Inoltre c’è da considerare che eccetto l’autunno 2025 e fino ad allora, la costruzione della solidarietà ha incontrato tantissimi ostacoli. E in particolare quelli legati alla scarsità delle informazioni della stampa main-stream che diventava difficoltà di tracciarsi un quadro mentale chiaro dello scenario palestinese e delle connessioni che c’erano fra il nostro e gli altri paesi occidentali e quanto accadeva nella striscia di Gaza. E questo senso di inconsapevolezza che porta poi all’indifferenza fino anche ad allontanarsi dalla solidarietà, non è scomparso dopo l’autunno 2025, ma anzi cerca di nuovo di farsi strada e farsi sentimento diffuso prevalente.

Poichè creare una rivendicazione chiara sul tema non è cosa che possa essere demandata in toto alla coscienza individuale è necessario tenere comunque al centro delle rivendicazioni generali la lotta per la Palestina.

Io almeno la vedo così.

2- E come lo facciamo? Anche qui, non ci sono risposte semplici. Da un lato ci sono gli obiettivi politici sulla lotta palestinese: fermare i rapporti di collaborazione con Israele, organizzare la solidarietà umanitaria, fermare la corsa al riarmo. Dall’altro ci sono le legittime richieste del popolo palestinese: il diritto all’autodeterminazione e il diritto al ritorno.

Insomma… dirò una cosa scontata: serve organizzazione. Serve una parte organizzata per il tutto. E serve ascolto di quello che ci chiedono i palestinesi.

Questo limita le nostre forze? Disperde energie preziose in una lotta che già ha impedito alla classe operaia di occuparsi di se stessa per oltre 3 anni? Quasi sicuramente si, però è una cosa che bisognerebbe lo stesso tentare. Se ci sono veramente le forze per provarci e io questo non lo so.

3- Infine una cosa importante da fare è tenere aggiornate le comunità di quello che facciamo. Come sappiamo la solidarietà verso la Palestina si esprime principalmente nelle comunità migranti e se anche non è questione che riguardi solo loro, ma che, come detto, deve essere messa al centro di tutte le nostre rivendicazioni quotidiane, è certo che per molte comunità immigrate la bandiera palestinese è un simbolo di internazionalismo molto più sentito rispetto alla falce e martello.

E anche nelle piazze lo si è visto distintamente: quando le comunità partecipano le piazze scoppiano, quando non ci sono le piazze sono lo stesso efficaci, ma rimangono a parlarsi un po’ addosso.

E come mai i migranti non partecipano tanto spesso alle manifestazioni?

Qui la risposta la lascio aperta, ma quello che mi interessava sottolineare è che tenere aggiornate le comunità è fondamentale. Ovviamente se non li aggiorniamo direttamente sono più che capaci di informarsi da soli, ma il legame è meglio che sia a doppio senso e che ci siano spazi dedicati di discussione (penso per esempio a dei volantini, non a cose mega-elaborate).

Altro da dire non ho.

 

 

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Uno spazio privato

Questo spazio virtuale è stato recentemente ripulito di tutti i vecchi post.

Alcuni post erano risalenti a più di 10 anni fa, provenienti dal precedente blog che avevo su una piattaforma commerciale e ricopiati su questo. La maggior parte invece erano stati scritti su questo server a partire dalla pandemia da covid-19.

In ogni caso appartengono a un’epoca della mia vita in cui: 1- ero più giovane, ovviamente. 2- seppure ero sufficientemente cinica, non ero ancora disperata.

Il cinismo, fino a tutto il periodo della pandemia, era una risposta adeguata al contesto socio-economico dell’epoca e io lo utilizzavo a piene mani.

Individualmente la pandemia è caduta nel periodo in cui, alla tenera età di 35 anni e oltre, avevo trovato finalmente un lavoro stabile che mi permetteva di pagare le bollette, dopo svariati anni passati a fare lavoretti a nero, sottopagati, iper-sfruttati e più che saltuari, sarebbe corretto definirli “inventati dal niente”. Comunque lavori così variopinti e variegati che non mi permettevano in nessun caso di emanciparmi. Campavo perché condividevo la mia casa di montagna, in cui ho passato gran parte della mia vita, con un mio cugino. Avevo una macchina di terza mano. E quando i lavori saltuari non bastavano a riempire il carrello della spesa, fintanto che era viva mia mamma, ci pensava lei a darmi una mano.

Non ho mai vissuto in povertà, ma non mi potevo permettere niente più che il necessario.

Finiti gli effetti della crisi del 2011, la pubblica amministrazione ha iniziato nuovamente a bandire concorsi e dopo averne provati alcuni ne ho vinto uno e mi sono trasferita.

È stata una decisione impulsiva di cui non avevo strettamente necessità. Fra i mille lavori che facevo, stavo anche dentro un CAF della CUB e avevamo buone speranze di poter ingrandire le attività a livello regionale fino a diventarne io la responsabile. Inoltre in casa avevamo dei risparmi da parte che avrei comunque potuto utilizzare. Non sarei diventata ricca, ma nel contesto della mia vita, mi sarei potuta mantenere. Mi sentivo però ancora abbastanza giovane da mettermi in gioco e avendone la possibilità me ne sono andata senza quasi salutare.

Ora vivo una vita normale per cui ogni tanto mi ritengo addirittura fortunata.

Anche se a volte rimpiango la mia vita senza radici in cui comunque gli incontri, le amicizie e le lotte politiche non mancavano. E seppure erano battaglie molto rivendicative e senza grandi aspirazioni ideologiche avevano il pregio di entrare nelle case e nella vita delle persone, tramite sportelli di mutualismo di vario tipo.

Con la vita che faccio ora quel tipo di militanza non sarebbe però più praticabile.

Da quando mi sono trasferita quindi la mia vita politica si è legata alla politica generale del paese, tradizionalmente intesa. Chiacchiere sulle leggi, sul governo, sulla situazione economica generale, sulla guerra, ecc..

Non mi sono però adattata gran che a questa vita politica in primo luogo per le difficoltà di intervenire pubblicamente alle iniziative. La politica senza mutualismo tende spesso a divenire arte retorica per cui bisogna avere voglia di esporsi e non avere dubbi, caratteristiche che sono lontanissime dal mio modo di vivere e che riesco a fare solo con fatica e da cui tendo a ritirarmi di continuo.

Inoltre l’età avanza e il mondo appartiene ai giovani. Non è un modo di dire, è la realtà per me.

Se non si partecipa direttamente al cambiamento della società, ad un dato momento la società diviene qualcosa di esterno su cui si possono solo esprimere commenti, ma che ha una sua vita e regole proprie. Se ad appropriarsi della lotta politica sono i giovani, allora la strada giusta è imboccata, ma se per camminarci sopra i giovani si rivolgono ai modelli del passato, si può star certi di essere fregati.

C’è poi il fatto che la stabilità nella nostra società ha un prezzo da pagare. Si può vivere stabili e con le spalle coperte solo a patto di non disturbare mai il manovratore e non prendere in considerazione questo aspetto è da irresponsabili. Ogni norma che tutela allo stesso tempo impone un ricatto e la libertà rimane solo un’ideale.

E questo è il punto per cui il passaggio dal cinismo alla disperazione nella mia vita, riflette anche un passaggio storico, almeno a livello astratto.

Il cinismo è uno scudo molto resistente in un contesto in cui lo scontro con le classi dirigenti capitaliste è puramente antagonista. In cui c’è un Noi contro un Voi che si confronta. Quando si va al muro contro muro, allo scudo contro scudo, quello del cinismo può spazzare via interi eserciti. Perché l’obiettivo in quei casi non è ribaltare il mondo, cambiare il sistema economico, ma far prevalere nelle contraddizioni esistenti gli aspetti positivi che poi riescano effettivamente a cambiare la società.

Il cinismo è ideale in una guerra di lunga durata, quando non c’è bisogno di aspettarsi niente dal momento presente e tutto da costruire nel momento futuro.

Ma quando non ci sono più leve da muovere per costruire il momento futuro e il momento presente è nelle mani di Trump, Nethanyau e tutta quella melma di persone schifose, il muro contro muro non risulta più tanto efficace e il cinismo diventa un rifugio affollato di fascisti.

Allora subentra la disperazione e la sensazione di impotenza.

Un senso di disperazione che non riguarda tanto la mia vita materiale immediata. Salvo qualche vaga preoccupazione per la vecchiaia, la mia vita materiale è relativamente al sicuro. Viceversa è il contesto generale che mi preoccupa e basta che parli con una mia collega con figli che già mi si affollano in testa le domande e se il nostro lavoro sia sufficiente a tenere al sicuro lei e la sua famiglia. Probabilmente si, ma chi è che deve fare le spese della nostra sicurezza fittizia? E che dire di tutti quelli che non possono permettersi un lavoro stabile?

Penso poi che la disperazione sia una sensazione condivisa che cerchiamo di contrastare prima di tutto a partire da noi stessi. In ogni caso bisogna fare attenzione.

È un po’ come quando si parla dei cambiamenti climatici: i finti tonti, i capitalisti approfittatori e i codardi continuano ad opporre agli scienziati il negazionismo più estremo e la cosa paradossale è che se a prevalere fossero proprio le politiche che mettono un freno alle produzioni fossili, costoro si ritroverebbero comunque dal lato dei vincitori, potendo dire: “Visto? Non si è verificata nessuna crisi climatica, possiamo continuare a governare noi che abbiamo sempre negato che ci fosse il riscaldamento climatico”.

Cioè il verificarsi di condizioni che cambiano il panorama climatico, sconfesserebbe allo stesso tempo anche l’intero movimento ambientalista e potrebbe trasformare negazionisti e responsabili della crisi climatica negli stessi soggetti che danno poi la soluzione.

Per questo, seppure la complessità del mondo moderno non tolleri facili semplificazioni, la coerenza rimane un valore importante da coltivare e con cui orientarsi.

C’è un’altra cosa poi che aumenta il mio senso di disperazione ed è la mancanza della dimensione collettiva nella mia vita. Anche questa è una cosa che si è consolidata col passaggio dal cinismo alla disperazione. Prima, se anche non ne parlavo, la dimensione della vita collettiva era il mio principale orizzonte di riferimento: per qualunque dubbio, paura, incazzatura, protesta, indignazione, idea folle mi venisse in mente avevo sempre uno spazio collettivo a cui riportare le mie idee e con cui confrontarmi. Ma piano piano la dimensione collettiva è diventata sempre più difficile da conciliare con la vita privata.

Sia chiaro: non do la colpa agli altri di essersi allontanati, so di essere stata io a tagliare i ponti, ma questo è avvenuto solo nella misura in cui non potevo conciliarli con la mia vita privata.

Non si può vivere però assediati dal senso di disperazione e se anche la ragione pretende di non perdersi in sogni, di conformarsi al mondo esteriore fatto di soprusi e menzogne, individualmente non si può ritenere né il cinismo, né la disperazione una soluzione. E allora farò finta anch’io che le cose possano essere diverse. Esistono infinite strade e strategie con cui tenere a bada le paure e le insicurezze e questo blog mantiene in parte questa funzione nella mia vita. Non è uno spazio in cui esercitare nessun talento, né che si pone scopi informativi, ma solo un’exit-strategy come tante altre della mia vita.

In alcuni dei vecchi post definivo questo spazio virtuale come un’osteria o un centro sociale di quartiere, di quelli in cui si mette in discussione il mondo com’è rappresentato dai telegiornali e dalle istituzioni sempre benpensanti. Uno di quei posti, ormai sempre più rari, in cui ascoltare la voce della fazione degli incazzati che si ritrova per dubitare di tutto.

Purché non chiuda per fallimento.

 

 

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Dove sono gli adulti?

Quando ci fu la crisi economica in Grecia e il rischio di default per il sovraindebitamento, l’allora ministro dell’economia Yanis Varoufakis scrisse un libro, una sorta di memoriale, intitolato “adulti nella stanza”. Da cui venne tratto anche un documentario abbastanza popolare.

Il libro riportava le esperienze del ministro e del premier greci nel loro confronto con i vertici della Troika e dell’UE. Varoufakis aveva un suo piano di risanamento dell’economia greca, molto sensato, molto keynesiano, molto moderato e cercava di presentarlo dati alla mano ai vertici UE. Ma doveva scontrarsi contro una sorta di muro di gomma, per cui ogni proposta di piano di rientro che faceva, finanziariamente sostenibile, trovava un’opposizione silenziosa quando non apertamente offensiva. Questo nonostante lui stesse parlando direttamente coi vertici economici istituzionali europei e mondiali e nonostante la sua fosse una discussione inserita in un dibattito pubblico e accademico di alto livello.

In teoria dunque:

  • Parlava con le persone giuste per risolvere il problema.
  • Portava soluzioni idonee a risolvere il problema, sotto il profilo accademico.
  • Nessun altro oltre i soggetti coinvolti avrebbe potuto risolvere il problema.

Da questo dunque il titolo “adulti nella stanza”. Non giganti nella stanza o nani nella stanza, ma normalissimi e rispettabilissimi adulti. Persone in teoria capaci di gestire un problema.

Tutti sanno che quella discussione andò malissimo, che vennero usate maniere di coercizione nei confronti del primo ministro Tsipras che fecero parlare molti osservatori di “brain washing” e il piano di risanamento che passò fu quello voluto dalla Troika, senza mediazione alcuna, per cui il governo greco si trovò ad essere mero esecutore materiale della fase di distruzione del welfare greco, fase di cui non sono sicura si veda ancora la fine.

Chiusero decine di ospedali, la disoccupazione dilagò, ma le infrastrutture strategiche greche finirono nelle mani giuste.

Che cos’era successo? Perché quegli adulti nella stanza non si trovavano d’accordo nel modo di risanare un debito?

Se una persona qualunque finisce in rosso e salta una rata di pagamento del mutuo e si reca in banca per discutere il risanamento, magari dovrà pagare interessi da strozzinaggio, ma perfino una banca è capace di capire che è meglio tenersi il cliente e fargli una dilazione delle rate di pagamento, piuttosto che portargli via casa, garanzie e anche mutande.

Insomma quello che era successo non è difficile da capire: il fatto è che quegli adulti nella stanza, quelle persone che dal punto di vista formale, legale e istituzionale avevano tutti i poteri per fare un’operazione espansiva in Grecia, non erano affatto i decisori finali e il muro di gomma serviva a proteggere interessi economici precisi. Nel caso dell’epoca si trattava delle banche e dei fondi di investimento che avevano truffato il mondo intero con la crisi dei debiti subprime. Non c’era nessun rischio serio per l’economia mondiale e la Troika sapeva benissimo di poter imporre agli speculatori in questione il piano di rientro proposto dal ministro greco, ma non voleva farlo.

Il che faceva mettere in dubbio perfino il ruolo da “adulti” che si riunivano nelle stanze della Troika. Erano veramente gli “adulti”? E se non erano loro, dove stavano gli adulti dell’epoca?

 

Oggi noi ci poniamo spesso la stessa domanda nei confronti della situazione in Israele: dove sono gli adulti? E soprattutto: che cosa stanno facendo?

Sembrano domande normali, ma sono invece domande pericolose e rivoluzionarie, perché nonostante noi invochiamo spesso l’aiuto e l’intervento degli adulti, il silenzio di rimando che arriva, quando non lo sbeffeggiamento e il dileggio sono veramente stomachevoli.

Quindi mettiamo ordine, prima di tutto, e poi parliamo.

Abbiamo detto, tante volte, che la questione palestinese è una questione che ci riguarda in prima persona in maniera diretta. Lo abbiamo detto in molte forme diverse, tutte giuste. E aggiungo qui la definizione che “ci riguarda direttamente perché ci sentiamo direttamente responsabili”. Siamo direttamente responsabili per molti motivi: perché il mondo è globalizzato e le dipendenze economiche di Israele sono connesse a tutto il mondo; perché nonostante fossimo a conoscenza della radicalizzazione delle posizioni sioniste abbiamo fatto finta di non vederle e le abbiamo scusate; perché abbiamo assistito a due anni di genocidio senza dire una parola di condanna. Ma tutti questi sono in realtà motivi che rendono responsabile la nostra classe di governo, piuttosto che i cittadini e la società civile occidentale. Allora penso che ci sentiamo direttamente responsabili perché sappiamo che potremmo direttamente riuscire a invertire la rotta, a mettere mano almeno ai problemi più gravi ed emergenti, a portare solidarietà concreta al popolo palestinese.

Sappiamo poi che la strada per risolvere il problema sia quella di fare ognuno il proprio dovere nel proprio quadratino. Questa indicazione che è stata detta da Gino Strada non risolve gran che, ma è un potente invito a fare qualcosa e almeno il proprio quadratino, a non sentirsi impotenti davanti alla situazione attuale. Ovviamente Gino Strada non parlava della situazione attuale in Palestina, ma si riferiva al precipitare di un mondo che trova nella guerra il suo unico sfogo propulsivo e per questo è un’indicazione che può essere attuata anche alla situazione attuale.

Abbiamo poi delle domande a cui rispondere, a cui non sappiamo che risposta dare. E sono principalmente organizzative. Ma qui si va totalmente alla cieca e nonostante tutti i nostri sforzi è molto difficile, alla cieca, trovare la strada giusta.

Io tento qui una divisione organizzativa immediata di 3 temi di discussione.

  • Il ruolo delle flotille. Che ci piaccia o meno, le flotille sono uno strumento importante di partecipazione popolare. Non è cosa che riguarda solo gli ultimi mesi, ma decenni di costruzione e si ha sempre un po’ paura a parlare di un’iniziativa altrui a cui tante persone hanno dedicato le loro migliori energie. Però penso che sia necessario parlarne, e qualcuno si deve prendere l’onere di aprire un dibattito pubblico sul tema. Perché lo strumento delle flotille è bellissimo, ma i limiti dell’ultima missione sono stati tanti e troppo grandi per passarci sopra e far finta che non ci siano stati.
  • Che cosa può concretamente fare il movimento di solidarietà. Se non ci fossero le flottile comunque la solidarietà si organizzerebbe lo stesso. Nel milione di cose che già sono state fatte, alcune sono meglio di altre e bisognerebbe spingere per replicarle. Preciso che io qui considero “solidarietà” anche azioni para-istituzionali quali quelle di Emergency e altre ONG (al limite anche la Chiesa) che riescono anche a portare un aiuto concreto. Insieme alle tante iniziative che si riescono a fare a “casa propria” e che sono altrettanto importanti. Inoltre la solidarietà ha molte sfaccettature e anche questo è un punto importante da mettere in discussione e attiene direttamente a quello che si può fare concretamente.
    Le soluzioni più semplici, ma anche le più efficaci, sono quelle di chi lottando per le proprie condizioni di vita lotta anche contro il genocidio in Palestina, perché le lotte sono interconnesse. Ma non tutte le lotte sono connesse allo stesso modo e forse ogni tanto questo va sottolineato e le energie dispiegate per molte battaglie territoriali non è pensabile sottrarle dai campi in cui già si stanno impegnando.
  • Qual è il ruolo degli attori istituzionali. Non è un tema che si possa dare per scontato e da cui si possa ritirarsi dall’approfondire. Innanzi tutto: fanno veramente parte del cerchio degli adulti o sono invece il nemico da combattere?
    La risposta per quanto sembri banale non può essere che: dipende. Non si può cioè dare una risposta unica valida per ogni contesto. Diciamo pure che io ritengo che le istituzioni rappresentino l’ordinamento della classe dominante e quella classe non è la nostra. Ma il mio punto di vista non porta molto lontano.
    Perciò anche in questo caso dobbiamo discutere volta per volta che cosa ci aspettiamo veramente dalle istituzioni. E l’unica cosa di cui siamo sicuri è che non vorremmo esserne schiacciati, come è successo in Grecia.

In conclusione di queste brevi riflessioni, la domanda principale rimane: dove sono gli adulti? E se anche nelle nostre organizzazioni ci fossero gli adulti, che cosa possiamo fare?

 

 

 

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Ancora in viaggio verso Gaza: è in preparazione la missione primaverile delle flotille

Di nuovo, come già questo autunno, un certo quantitativo di barche partiranno verso Gaza per rompere l’assedio che le autorità israeliane impongono a quel quadratino di terreno fin dal 2007.

Mentre la missione dell’autunno si svolgeva in pieno stato di guerra proprio nel territorio della striscia di Gaza, oggi invece la guerra in medio-oriente imperversa ancora, ma come un’onda si è spostata a un’altra riva e a Gaza vige ora un precario cessate il fuoco.

Dopo quasi vent’anni il blocco imposto da Israele a Gaza nel 2007, in seguito alla vittoria di Hamas nelle elezioni locali, non si è affatto alleggerito.

In un primo momento, nel 2007, il blocco aveva coinvolto solo i traffici entro le 12 miglia e quindi riguardava prevalentemente i commerci di Gaza con l’estero. Ovviamente Gaza non era un grande porto del Mediterraneo, quanto partiva da Gaza era esclusivamente prodotto in loco e quanto vi arrivava serviva solo al consumo della città in sé e per sé. Non essendo un blocco che comportava intralcio alle rotte internazionali, il mondo se ne disinteressò. E a parte qualche testardo scrittore italiano che lo riteneva inaccettabile e qualche condanna pro-forma in sede ONU il fatto passò inosservato. Mentre Israele tagliava i rifornimenti e i contatti isolando e rinchiudendo nella più grande prigione del mondo oltre un milione e mezzo di persone, il mondo guardò da un’altra parte.

D’altra parte, che cosa si poteva fare?

Pochi anni dopo nel 2008 in una città assediata e impossibilitata a crescere si abbattè il primo di 5 attacchi di rappresaglia israeliana. L’operazione a cui venne dato l’esplicativo nome di “piombo fuso” bombardò i quartieri della città incessantemente per 23 giorni di fila.

Fu la prima guerra a Gaza in questo stile.

Certamente in nessuna guerra i bombardamenti sono mai belli o giusti o necessari e ogni volta sono un atto di violenza immotivato, ma in quell’occasione si trattava di bombardare persone che non solo non potevano nascondersi, ma che non sarebbero neppure potute fuggire.

Bisogna immaginarsi la situazione: una città piena di vita, di persone – in gran parte giovani adulti come si direbbe oggi – che cercava il suo modo di esistere nell’assedio, impegnata nelle attività in cui ogni città è impegnata: lavoro e produzione, ma anche attività culturali di ogni tipo. Dall’arte allo sport, Gaza viveva una primavera confusa e contradditoria, ma comunque autonoma e indipendente. Bambini che andavano a scuola e famiglie impegnate a stare in piedi in una situazione che non dava possibilità di fuga. Insieme a contadini e pescatori che rifornivano i mercati interni. Unica prospettiva per il futuro: la resistenza e la speranza nel buon esito delle azioni diplomatiche per liberarsi dall’occupazione. Un contesto di vita semplice che a un certo momento viene travolto dalle bombe.

In realtà non c’è bisogno di immaginarsi alcunchè, perchè c’era un giornalista che scriveva e raccontava tutto. Si chiamava Vittorio Arrigoni e scriveva per il Manifesto reportage quotidiani in cui descriveva ogni giorno i bombardamenti e le azioni della popolazione civile per farci fronte, con lucidità e trasporto.

Il bilancio dell’operazione costò oltre 1400 morti palestinesi e 0 israeliani (forse 1 o 2 inciampati per strada mentre salivano sui bombardieri).

Pochi anni dopo nel 2011 Vittorio Arrigoni venne assasinato da un gruppo di estremisti islamici.

Con la morte di Arrigoni le luci su Gaza iniziarono ad affievolirsi.

Arrivavano ancora notizie: si sa per esempio che il mare venne limitato ulteriormente a 6 miglia dalla costa. I pescatori si lamentavano, dicevano che così vicino alla costa non c’era pesce a sufficienza. Infine l’attività stessa della pesca venne di fatto proibita.

Il blocco veniva motivato sempre con la solita scusa: non si sapeva se le barche nei mari gazawi portavano armi ai terroristi, ma invece di controllare le imbarcazioni e lasciarle o meno passare, gli sparavano direttamente addosso.

Il valico via terra che confina con l’Egitto invece subiva addirittura un doppio controllo: sia da parte delle autorità israeliane che da quelle egiziane. Qualche palestinese residente, qualche Organizzazione Internazionale, qualche ONG riusciva a passare, ma per il resto, per la gente comune, era impossibile raggiungere o commerciare con Gaza e così continuerà ad essere fino ad oggi.

Oggi, nel 2026, a 5 mesi dal precario cessate il fuoco firmato dopo due anni di massacro ai danni dei palestinesi, la società – cosidetta – civile non è ancora riuscita ad entrare nella striscia di Gaza a vedere che cosa è successo veramente in questi due anni.

Sono infatti entrati nella striscia solo alcune squadre (piccole e poche) dell’ONU e di ONG, con grandi limitazioni. Forse qualche tecnico o ingegnere internazionale per aiutare con i primi lavori di stabilizzazione delle infrastrutture. Ma un popolo che ha subito una situazione di guerra come quella descritta dai giornalisti negli ultimi due anni, ha bisogno anche di semplice calore umano internazionale e questo è sicuramente uno degli obiettivi più importanti di questa missione.

Inoltre, pur credendo a quanto emerso dalle immagini e dalle notizie che sono state inviate da Gaza negli ultimi due anni, c’è comunque bisogno di garantire una pluralità delle fonti di informazione. Fra le persone che non ricevono permessi per stanziarsi a Gaza, infatti, ci sono proprio i giornalisti internazionali. I quali invece sono più che ben accetti nelle città israeliane. E quando si proibisce all’informazione di verificare le notizie è bene domandarsi come mai questo avvenga.

Certamente la missione, così congeniata, risulterebbe dunque un po’ vaga negli obiettivi ed è molto probabile che nonostante le difficoltà che sta attraversando lo stato sionista di Israele in questo periodo, non sia così indebolito da non riuscire a fermare la missione (ma comunque è necessario tentare) ed è probabile che ritenga la nostra missione anche pericolosa da un punto di vista politico.

È bene rispondere anche a questa obiezione: ovviamente la missione è formata da attivisti di varie parti del mondo e della società civile e che pertanto portano anche un punto di vista politico. Ma questo punto politico è stato più volte dichiarato ed è riconosciuto dalle convenzioni internazionali: chiediamo il riconoscimento e l’autodeterminazione del popolo e dello Stato palestinese, secondo le regole del diritto internazionale, ma non accettiamo che vengano applicate norme che usano la ragione del più forte per imporsi.

Per tutti questi motivi dovremmo sostenere la missione primaverile della flotilla per rompere il blocco su Gaza e sulla Palestina.

 

 

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Handala

Chi è il personaggio raffigurato in questa vignetta e che cosa ha a che vedere con la Palestina?
Handala è il suo nome. È sicuramente un profugo, si capisce perché ha una toppa sulla spalla destra ed è rimasto senza scarpe, quindi è diventato profugo in seguito a una guerra. Sembrerebbe essere un bambino perché ha la testa un po’ sproporzionata rispetto al corpo, ma ha la postura dell’attesa e della resilienza degli adulti, quindi chissà. E poi, nonostante abbia vissuto una guerra, è fermo, non sta scappando, si capisce perché ha i piedi un po’ allargati come di chi si mette comodo per passare un po’ di tempo dritto in piedi.
È girato di spalle e non sappiamo perché. Forse non si vuole far vedere in faccia con una preveggenza di 50 anni di quelli che sarebbero stati i tempi attuali. Oppure sta guardando qualcosa davanti a sé che però noi non riusciamo a vedere.
Il racconto ufficiale del disegno è questo: è stato creato nel 1969 dopo la guerra di occupazione illegale dei territori in Cisgiordania del 1967 dall’autore Naji al-Ali. Nelle parole dell’autore (riprese da wikipedia):
“Handala è nato a 10 anni e avrà sempre 10 anni. È stato a quell’età che ho lasciato la mia terra natale. Quando Handala tornerà, avrà ancora 10 anni, e poi inizierà a crescere.
Era la freccia della bussola, puntata costantemente verso la Palestina. Non solo la Palestina in termini geografici, ma la Palestina nel suo senso umanitario: il simbolo di una giusta causa, che si trovi in Egitto, Vietnam o Sudafrica.”
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