20 miliardi

In attesa che venga varato il decretone di fine anno mettiamo i conti a posto.

Al solito mi tocca precisare che i mille impegni mi hanno impedito di approfondire la manovra del governo. E d’altronde, ribadisco, in questo sito non si fa giornalismo, ma solo chiacchiere da osteria. Le osterie non esistono più (pace all’anima loro), ma quel tipo di discussioni invece si.

Da quando in Costituzione, nel 2011, è stato approvato e introdotto il pareggio di bilancio, la manovra di fine anno è diventata l’unica permessa. Probabilmente nel corso dell’anno vi sarà capitato di sentire dai TG più volte parlare di manovra finanziaria, ma vi assicuro che sono solo parole al vento, senza che mai ci siano in ballo i soldi veri. Più precisamente si sente parlare di manovra finanziaria ad aprile e in estate. Ad aprile perchè si fa il resoconto sulla manovra di dicembre, in estate perchè si programma quella di dicembre. Questi tempi sono quelli decisi dall’Unione Europea. Ad aprile l’Unione europea valuta se ci si è discostati dai bilanci europei e se bisogna pagare sanzioni; in estate si progetta come rientrare dalle sanzioni di aprile.

A Dicembre infine si cacciano o si tagliano le risorse, secondo i desiderata europei espressi nelle sessioni precedenti.

Questo chiaramente succede se uno si vuole attenere ai piani europei, ma abbiamo visto, invece, che durante la pandemia col governo Conte prima e molto meno con quello Draghi poi, i soldi sono stati cacciati anche al di fuori dei tempi imposti da Bruxelles. “Bella forza, c’era una pandemia!” direte voi, e forse è vero. Ma nonostante questo a me è sembrata una cosa importante che qualcuno sia andato a scombinare i rigidi paletti europei e abbia costretto tutta l’UE ad emularlo. Poi, chiaro, l’UE non si cambia a forza di decreti e servirebbe invece, proprio di partenza, un cambio di mentalità, ma intanto salutiamo i decreti come segnale di un cambio di mentalità.

Con Draghi, chiaramente non c’è da aspettarsi cambi di mentalità, ma solo il più rigido formalismo burocratico. E già gli gira la testa che invece che tagliare, ha dei soldi da spendere a fine anno.

Come li ha spesi?

Male. Ed è talmente evidente a tutti che anche la CGIL ha fatto sciopero. Peraltro uno sciopero trainato a livello propagandistico più dalla UIL, che è tutto dire!

Se volessimo scendere nel dettaglio però ci impantaneremmo un po’, perchè appunto non ho avuto molto modo di seguire la discussione in proposito.

Quello che ho capito io è che hanno fatto una riforma fiscale. Poi, notizia di due giorni fa, hanno inserito un emendamento sui licenziamenti collettivi. Poi dovevano fare la riforma delle pensioni di cui non si è più sentito parlare, ma forse perchè la considerano una partita conclusa.

Niente per la sanità (se non ho capito male).

E direi che dentro la manovra di bilancio ci sta anche la riforma delle partecipate comunali, anche se viene presentata come parte del PNRR.

In tutto questo si inserisce infatti la programmazione del PNRR, di cui non so niente riguardo i tempi di approvazione, se segue un calendario suo o si allinea a quello canonico europeo (dicembre – aprile – estate / dicembre – aprile – estate). Per ora di sicuro possiamo dire che i soldi che verranno spesi per questa manovra di fine anno sono quelli del PNRR, ma attendo smentite al riguardo.

E se invece, come sembra, i piani di attuazione del PNRR andranno di pari passo con quelli del bilancio si avrà che ogni anno, a dicembre, ci saranno un 20/25 miliardi da spendere di debito agevolato fino al 2025. Che non sono però quelli del titolo dell’articolo.

Parliamo di queste cose che abbiamo detto.

1- Niente per la sanità. Il discorso sarebbe amplissimo e ridurlo a poche righe non sarebbe certo il caso. Che non taglino è un bene, che non finanzino è un male. Ma finchè c’è Giorgetti e i piani per la telemedicina, che non finanzino resta un bene comunque.
Come anticipato: giudizio molto banalizzato.

2- Riforma fiscale. Non c’è gran che da aggiungere a quanto detto da vari articoli e anche da sinistra italiana. Per dire quanto è evidente che è una riforma del cavolo. Tagliano le tasse, pochissime per la verità, ai redditi fra i 50.000 e i 75.000 euro. Levano uno scaglione, quando ne andava aggiunto uno oltre i 75.000. Insomma una manovra del tutto inutile, che ridurrà le risorse nelle casse dello stato e che non si capisce chi farà felice. Dato che tanto la gente coi redditi interessati dalla riforma – a spanne – voterebbe a destra sia che gli aumentassero le tasse sia che gliele riducessero e a cui avere 700 euro in più in capo a un anno non gli fa nè caldo ne freddo. Chiaro, fra averli e non averli, direbbe la mia nonna, sono 1400, ma lo stesso a loro non gli farebbe nè caldo nè freddo. Ovvio che fra averli e non averli, continuerebbe la mia nonna che non si intende tanto di manovre fiscali, diventerebbero 2800, ma ancora a loro non farebbe nè caldo nè freddo. Forse inizierebbero ad accorgerse se diventassero, fra averli e non averli, 5600, ma già saremmo arrivati a uno scaglione di tassazione di circa il 60% e saremmo in piena fantascienza.
Insomma 10 mld spesi male, ma non ancora i miliardi del mio titolo.

3- La norma sui licenziamenti. Quanto alla norma sui licenziamenti, e non chiamatela contro le delocalizzazioni, riporto pari pari quanto condiviso dal Collettivo di Fabbrica della GKN.

“Emendamento del Governo sulle delocalizzazioni: RSU Gkn “Una norma che ci avrebbe già chiuso. Riproponiamo il nostro testo e chiediamo di non votare quell’emendamento”

La norma presentata riguarda le aziende con più di 250 dipendenti: appena 4mila in tutto il paese, solo lo 0,1% del totale, e a cui si può facilmente sfuggire. Una delle differenze base con la proposta di legge preparata dal Collettivo di fabbrica e presentata da vari parlamentari tra cui il Senatore Mantero sta nelle finalità del piano: mentre nel testo del Collettivo l’azienda che chiude deve presentare un piano di continuità produttiva e occupazionale, in quello del Governo si prevede praticamente la sola mitigazione sociale dei licenziamenti. La continuità occupazionale e produttiva diventa infatti una prospettiva da indicare, al massimo una eventualità.

L’altra differenza sta nelle sanzioni. In caso l’azienda non rispetti o non presenti il piano – che è soltanto di semplice mitigazione sociale – le sanzioni sono irrisorie. Ben al di sotto delle peggiori aspettative.

L’azienda può incappare semplicemente nel raddoppio del cosiddetto ticket di licenziamento in caso di mancata presentazione o rispetto del piano o del 50% in caso il piano non sia sottoscritto dalle organizzazioni sindacali. Si sta parlando di un massimo circa di 3000 euro a lavoratore. Con 600.000 euro circa in più sui ticket licenziamento chiudevi Gkn Firenze. Inoltre non c’è nessun riferimento ai contributi pubblici presi da un’azienda, continuando con la tradizione dei bonus a pioggia e senza vincoli.

Non si tratta di una norma antidelocalizzazioni, come propagandato dal Governo, ma per proceduralizzare le delocalizzazioni. Vorremmo essere chiari: questa norma avrebbe chiuso Gkn, imposto la soluzione di Melrose e non avrebbe reso possibile nemmeno l’articolo 28. Il Governo sta al di sotto di quanto fatto da un semplice collettivo di fabbrica, i soliti “quattro operai a cui non tenete testa”. Cinque mesi di assemblea permanente hanno posto in maniera irreversibile il dibattito di quale intervento statale e per fare cosa. #insorgiamo

Quindi aggiungendo poche righe di spiegazione la proposta di legge si dimentica per strada la possibilità per lo Stato di intervenire a salvare il suo patrimonio industriale; si dimentica per strada la possibilità di far intervenire i lavoratori stessi nel piano di salvataggio; taglia fuori le aziende con un numero di operai inferiori ai 250, così che basta mandarne uno in pensione per averne 249; sostituisce la necessità di presentare un piano vincolante alla presentazione di un piano farlocco. Quanto alla sanzione prevista in caso di mancato rispetto dei patti si sta partendo da una base d’asta quasi nulla (1,5 volte quella attualmente prevista). Me lo togliessero a me 1 punto e mezzo di patente quando chiappo un rosso per strada!

4- la riforma delle partecipate comunali. Quello che ho capito è che costringono i comuni e gli enti locali a ricorrere al mercato, invertendo l’ordine della motivazione. Mentre fino ad oggi erano i comuni e le regioni a dettare le regole d’ingaggio di eventuali appaltatori esterni dei servizi municipali; da ora in avanti dovranno invece rispondere del perchè non decidono di affidare la gara ai privati e mantenere i servizi comunali. Suggerisco la motivazione: “in quanto riteniamo il servizio suddetto (acqua, rifiuti, trasporti, ecc…) un servizio inalienabile della comunità e pertanto non deve essere gestito con logiche aziendali”. Non ce li vedo così tanti sindaci comunali con la lancia in mano pronti a difendere i servizi pubblici! Boh…

5- riforma delle pensioni. Eccoci finalmente ai 20 mld del mio titolo. Forse non tutti sanno che… anzi quasi nessuno sa che… eppure è stato detto in sessioni pubbliche e in commissioni parlamentari. Come che sia io mi perito a pubblicare i dati in mio possesso e posso solo rimandare a consultare la bacheca facebook nel mese di aprile 2021 in cui è pubblicato un convegno del sindacato USB Pubblico Impiego a cui ha partecipato anche il capo dei servizi segreti delle pensioni, Pasquale Tridico.
Diciamo subito che gli era venuta meglio la riforma del reddito di cittadinanza che questa delle pensioni. Ma, a sua discolpa, lui dice: “si dovrebbe fare così”, poi qualcuno scrive la legge come gli pare.
Comunque la riforma delle pensioni prevede l’abolizione di quota 100 e il ritorno alla Fornero, con una scalone di quota 102, che non si capisce che senso ha, dato che si aprirà a chi ha almeno 64 anni (nati dal 1958 in avanti) e 38 anni di contributi. Cioè prolunga quota 100 per chi non è riuscito nel totopensioni a raggiungere la soglia dei 38 anni di contributi entro il 31 dicembre di quest’anno continuando pervicacemente a considerare l’anno di nascita, alla stregua del calendario cinese, un fattore meritorio di protezione.
Se poi questa quota 102 la calcolano anche con una decurtazione dell’assegno fino al compimento del 67° anno di età in cui poi danno la parte mancante di contributi maturati, non si è capito.
Comunque Tridico diceva “bisognerebbe ampliare la platea degli anticipi pensionistici”, magari pensando di non dare l’assegno intero – come già oggi è per gli APE che si fermano a un assegno di 1500 euro mensili anche se uno avesse maturato un assegno più alto, ma che è una tipologia di pensione a cui non riesce ad accedere quasi nessuno – e invece loro si sono inventati quota 102.
Non è il caso qui di entrare nel merito del perchè Tridico dica questa cosa, spiegazione che attiene a delle ingiustizie incredibili presenti nella riforma Dini-Fornero, ma che sarebbero troppo lunghe da spiegare e forse lo faremo in altra sede. Atteniamoci invece alla notizia vera.
Tridico dice, e da più di un anno ormai, che ci sono i soldi per fare una riforma delle pensioni!
Ma come? L’INPS non era in crisi? Il secondo debito più alto dopo quello dello Stato? Non abbiamo fatto i sacrifici e raggiunto l’età pensionabile più vecchia d’europa e probabilmente del mondo perchè era in rosso profondo?
Si e no. L’INPS ha ancora 200 mld di debito, che sembrano tanti, ma non lo sono e probabilmente non ha assolutamente mai rischiato di fare default.

Spieghiamo come stanno le cose. La riforma delle pensioni che noi attribuiamo alla Fornero, ma che risale a molti anni indietro e andrebbe per questo chiamata Dini-Fornero, ha cambiato l’equilibrio finanziario dell’INPS. I risparmi che ne sono derivati e che sono, bene precisarlo, risparmi dei lavoratori, per un certo periodo hanno tenuto i conti in pari, da quest’anno in poi inizieranno a fruttare circa 20 miliardi l’anno.
Ora se considerate che l’intera quota 100 è costata appena 10 miliardi in 3 anni, vi renderete conto certamente dell’entità dei risparmi che stanno entrando nelle casse dell’INPS.

Come funziona il debito pubblico, che anche questo lo è? Più o meno come un buco nero: tutto quello che ci entra non esce più. Se uno ha 200 mld di debito e 20 mld di risparmi l’anno, in dieci anni può ripianare il debito, ma se questi 20 mld di risparmi – i soldi dei lavoratori – sono usati tutti per ripianare il debito, il popolo continua ad avere pensioni da fame, lavorare fino all’età dello sfinimento e fare sacrifici. Se invece uno dà 2 mld l’anno a ripianare il debito, ci metterà 100 anni per ripianarlo tutto, ma in compenso avrà 18 mld da investire a proprio piacimento. Quindi? Quindi pare che abbiamo fatto una riforma troppo drastica delle pensioni e che i soldi ci sono per riformare la riforma troppo drastica delle pensioni. Semplice, no?

Cosa sta succedendo al riguardo? Bè per tutto l’anno 2020/2021 è successa più o meno una cosa di questo tipo: sono stati dati sgravi contributivi imponenti alle aziende e pagate casse integrazioni straordinarie (CIGS, che un tempo stavano in capo alle imprese e che prevedevano l’obbligo del reimpiego del lavoratore a fine cassa; poi ci siamo persi prima il contributo delle aziende e poi anche l’obbligo di reimpiego). Con che soldi li abbiamo pagati? Coi soldi dello Stato? Certo, ma quando i soldi sono finiti, dopo neanche 6 mesi di stanziamento, chi è che ci ha messo i soldi? Di nuovo l’INPS. Alle imprese in sgravi contributivi, i soldi della riforma delle pensioni? No, forse no. Forse solo i soldi della CIG, ma intanto i primi 20 mld sono partiti.
Dunque che senso ha varare una riforma di austerità pensionistica se i soldi ci sono?
E se non li usiamo per le pensioni, si può sapere, per piacere per che cosa li stiamo usando?

E chi è che dovrebbe decidere?

 

 

 

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