(quasi) La stessa storia

C’era una volta un passeggiatore.

Anzi no, c’era una volta un vero e proprio camminatore. Colui che cammina con un obiettivo preciso, non per penitenza, non per dovere, ma che da una parte deve arrivare e per farlo, cammina e cammina.

Chi lo vedeva passare, veloce veloce nella sua falcata decisa o lemme lemme quando i pensieri lo coglievano e camminava come sovrappensiero, non sapeva che il camminatore avesse una meta. Niente nella sua andatura suggeriva ai passanti che lui non stesse facendo una passeggiata, non stesse raggiungendo un negozio o un luogo di lavoro o magari la sagra del paese, ma che invece fosse un esperto marciatore con miglia e miglia percorse sotto le suole, che aveva camminato tanto.

Lui era infatti un maestro nell’arte del camminare e sapeva tutti i pericoli della strada. Delle strade sapeva tutto, sapeva riconoscere i selciati scivolosi in cui bisognava fare attenzione per non cadere e mettere bene i piedi su ogni pietra, magari nell’intercapedine fra una e l’altra; sapeva che passo andava tenuto quando una salita lunga quanto una montagna gli si stagliava davanti per non affaticarsi, ma anche per arrivare in cima. Conosceva anche i posti migliori in cui fermarsi a riposare. Quando camminava spesso si ritrovava a pensare che la strada fosse un posto bellissimo, ché il percorso che lui aveva appena fatto sarebbe poi stato seguito da altre persone, magari una sola, e questo gli dava carica e coraggio per andare avanti, perchè pensava “così come altri calcheranno le stesse strade e pietre che ho calcato io, a mia volta io troverò qualcuno che già sulla strada si è incamminato prima di me”.

Non sapeva il nostro camminatore che la realtà non è così logica come si mostra al pensiero e alla fantasia e che le strade del mondo e le loro mete finali, sono tante e tanto varie che seppure esistessero due camminatori che marciano con la stessa determinazione per raggiungere un obiettivo, potrebbero andare per strade molto diverse, senza incontrarsi mai.

È necessario per chiarire meglio questo concetto, spiegare a questo punto quale fosse la meta finale del nostro camminatore e perchè avesse deciso di raggiungerla, perchè cioè si fosse messo in cammino.

Si diceva infatti, nel paese dei dormienti dal quale il nostro camminatore proveniva, che da qualche parte, lontano 100 volte 1000 miglia, ci fosse un’eremita in grado di curare il sonnambulismo (il male del secolo, secondo il nostro camminatore) e tutte le malattie dell’epoca moderna, ma che questo posto fosse raggiungibile solo camminando, percorrendo la distanza di 100 volte 1000 miglia.

Così il nostro camminatore dopo averci un po’ pensato si era messo sulla strada e aveva iniziato a camminare per raggiungere la santona che risolveva ogni problema, il sonnambulismo in primo luogo, di cui erano affetti i suoi amici e parenti più stretti e che lui voleva a tutti i costi aiutare. Oltre, chiaramente, al fatto che lui stesso ne soffriva e così pensava di aiutare gli altri aiutando se stesso.

Il nostro camminatore era stato molto bravo fino adesso, non aveva fatto del suo camminare un’attività mistica o di espiazione, come solitamente nella tradizione viene inteso un percorso di questo tipo, ma invece si era incamminato con la più ferma convinzione che curare il sonnambulismo fosse un dovere dei cittadini per bene e se per raggiungere la soluzione fosse necessario camminare 100 volte 1000 miglia tanto valeva approfittare dell’occasione per imparare le cose del mondo, che secondo il nostro camminatore – persona, questo dobbiamo riconoscerlo, un po’ romantica – si potevano capire solo sulle strade del mondo, motivo per cui la sua determinazione a raggiungere l’eremo della santona aveva trasformato questa sua marcia in una camminata tanto avvincente.

A metà del percorso aveva ormai capito che non avrebbe trovato nessun altro con la sua stessa meta e che evidentemente in non tutti i paesi del mondo si era a conoscenza dell’esistenza della profezia sul sonnambulismo, ma d’altra parte aveva conosciuto anche tante persone con percorsi diversi che gli avevano fatto nascere la voglia di andare a visitare ognuna delle mete che gli altri volevano raggiungere, non prima però di aver raggiunto il suo obiettivo finale, questo è chiaro, giacchè non si era dimenticato dei suoi amici sonnambuli. Lui d’altra parte era già guarito da solo e iniziava a pensare che camminare fosse un ottima cura, ma gli restava il dubbio di come fare a convincere i suoi amici a sottoporsi a una faticaccia simile e se per caso non esistesse un rimedio più veloce, motivo per cui era ancora così determinato a raggiungere l’obiettivo nella convinzione che la specialista delle montagne gli indicasse un rimedio semplice e sicuro. D’altra parte non poteva nascondere la delusione dovuta al fatto che nessuno si fosse unito alla sua strada, che non esistesse nessuno che, come lui, fosse interessato a guarire l’annosa malattia del sonnambulismo.

Insomma dobbiamo riconoscere che alla fine il nostro camminatore è giunto alla sua meta. Lassù in cima a una montagna, incontaminata di boschi, dove si conviene che stia l’eremo di una santona, trovò la casa della maga. Speranzoso bussò alla porta, una signora di una certa età venne ad aprirgli la porta e lui, dopo essersi accomodato su una sedia un po’ scarna, ma accogliente e con braccioli, con parole chiare e circostanziate iniziò a spiegarli il motivo della sua visita. Spiegazione che già tante volte aveva ridetto nella sua testa da uscirgli fuori senza nessuna incertezza e con la presunzione tipica di chi dalla scienza si aspetta ogni risposta, così da poterla scrivere facilmente su una ricetta.

La santona un po’ lo lasciò parlare, un po’ lo ascoltò, ma via via che il racconto procedeva lo sbigottimento le si disegnava sulla faccia. “Cosa cavolo voleva costui da lei? In che senso costui pensava che lei lo potesse aiutare? Come una ricetta e che sono una cuoca? Questo è decisamente fuori di testa, mica solo perchè abito a 100 volte 1000 miglia da casa sua penserà sul serio che una leggenda sia una verità? Si, lo pensa”. Superfluo descrivere gli improperi che uscirono dalla bocca della santona giunti al punto della narrazione in cui il camminatore gli esponeva la sua convinzione che altri si sarebbero messi in cammino per raggiungere il suo stesso obiettivo. La maga si figurò se stessa come un’albergatrice costretta ad ospitare tutti gli svitati del mondo e sbottò intimando all’uomo che era entrato in casa di alzarsi, prendere i suoi stracci e risolutamente e irreversibilmente, andarsene al diavolo e di smettere di importunarla!

Che è poi il finale che ogni storia di viaggi con mete illusorie e fantastiche si merita.

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