Tre pezzi facili

1/1/2014

C’era una volta,

tanto tanto tempo fa,

una famiglia piccina piccina che viveva in una casetta piccina piccina, con un giardino piccino piccino.

La famiglia piccina piccina era formata da Ansel, la mamma e il papà. E nel salotto della casina piccina piccina c’era un gabbietta piccina piccina dove viveva Ciripì.

Ciripì era un passerotto che aveva sempre vissuto con la famiglia. Lui viveva in una gabbietta che era così piccina piccina, ma così piccina piccina che non aveva mai potuto spostarsi più di tanto.

Ciripì era molto felice, gli piaceva vivere con Ansel, la mamma e il papà che tutti i giorni alla mattina presto e alla sera tardi si riunivano nel salotto per discutere di problemi importantissimi. Per esempio parlavano dell’importanza di lavarsi le mani prima di mangiare o di dove buttare i rifiuti una volta terminata la cena. Di che programma guardare alla televisione o di che libro leggere prima di addormentarsi.

Ogni tanto, però le discussioni vertevano in litigi, specie fra la mamma e il papà e Ciripì si spaventava a morte. Le voci alte della mamma e del papà suonavano alle orecchie piccine piccine di Ciripì come urla e grida.

Ciripì era infatti un passerotto un po’ fifone.

Della cura e della pulizia di Ciripì si occupavano Ansel e la mamma. Una volta a settimana inoltre questi si occupavano di ripulire la gabbietta di Ciripì, aprivano la gabbietta e Ciripì saliva sulle loro dita mentre Ansel o la mamma sostituivano il foglio di giornale sporco sul fondo della gabbietta con uno pulito e gli cambiavano l’acqua.

Un giorno però, quando ormai Ciripì aveva compiuto già un anno e iniziava a sentire l’età che avanzava la casa si vuotò improvvisamente: Ansel e la mamma erano spariti. Se ne erano andati. Spariti tutti i rumori familiari della vita quotidiana, sparite le discussioni serali e per la casa si aggirava soltanto il papà.

Ciripì era molto triste e soffriva la fame perché infatti il papà si scordava di dargli da mangiare, in diversi giorni, solo una volta gli aveva riempito la ciotolina e si era ormai convinto che la vita fosse finita.

Passarono dieci giorni di silenzio e tristezza quando a un certo punto Ciripì vide avvicinarsi il papà alla gabbietta con un foglio di giornale in mano e in quell’altra una bottiglietta d’acqua. Ciripì pensò che si accingesse a ripulirgli la gabbietta, che in effetti dopo dieci giorni era molto sporca.

E infatti il papà posò il foglio di giornale e l’acqua sulla mensola e si avvicinò con la sua manona al cancelletto piccino della gabbia piccina piccina.

Ciripì che era esperto di queste operazioni, avendole viste fare ad Ansel e alla mamma tante volte, svelto si tirò sul fondo della gabbia, per consentire al papà di avere spazio per far entrare la mano nella gabbietta, ma questo che, invece, mai aveva avuto a che fare con Ciripì, aprì il cancelletto, cacciò dentro la sua manona e senza dar tempo al povero passerotto di raccapezzarsi di quanto accadeva, lo acchiappò e afferrò saldamente fra le sue dita, premendolo tanto da formare un pugno con le dita tutto intorno al corpicino del passerotto. Ciripì, preso dallo spavento, si agitava e dimenava per cercare di sfuggire alla presa delle dita.

Il papà si fermò a guardare pensieroso la testa del povero passerotto che sporgeva dalle sue dita e sbatteva a destra e a sinistra, domandandosi come mai Ansel e la mamma non gli avessero detto che Ciripì fosse così pauroso. Si ricordava bene che, partendo per le vacanze, gli avevano detto che bastava prendere l’uccellino in mano e quello se ne sarebbe stato tranquillo aspettando che le pulizie della gabbietta finissero.

Non sapendo che fare il papà allentò un po’ la presa pensando di rimetterlo nella sua gabbietta, ma come Ciripì sentì le dita del papà aprirsi diede un ultimo scossone e si ritrovò libero. Le ali si spalancarono e spiccò il volo.

Quale sorpresa!

A questo servivano le ali?

Ciripì volò dalla mano del papà alla libreria; dalla televisione alla mensola delle foto di famiglia, da un capo all’altro della stanza piccina piccina e il papà spiccava grandi salti nel tentativo di riafferrare il passerotto che non ci pensava proprio a farsi rimettere in gabbia.

Volando da una parte a quell’altra della stanza, dal soffitto alla parete, dalla porta si diresse verso la finestra da cui arrivava la luce chiara del sole e in un secondo, vooom, fu fuori.

Accecato dalla luce e dall’aria aperta fu preso da una ventata che lo sbattè violentemente a destra, poi un’altra lo scaraventò dalla parte opposta, un vuoto d’aria lo fece crollare improvvisamente a picco, ma in pochi minuti capì come funzionava questa storia strana del volare e tutto felice si diede ad esplorare il nuovo mondo. Ora, pensava Ciripì, sono anch’io come gli altri passerotti: posso volare, farmi un nido, trovarmi una passerotta, vedere il mondo dall’alto!

E di Ansel che era stato il suo migliore amico e della mamma e del papà, non gli rimase che un vago ricordo.

Questa è la vera storia di come Ciripì imparò a volare.

Questa storia è stata scritta tanti anni fa, non l’ho mai voluta pubblicare perchè a differenza di come sembra non è una storiella a lieto fine e il fatto che Ciripì riesca ad uscire dalla finestra lo condanna solo a morire spiaccicato sul parabrezza di qualche automobile o finire divorato fra le grinfie di un gatto. D’altra parte non credo che neanche Sepulveda si aspettasse un finale migliore per la sua gabbianella che imparò a volare.

15/12/2020

L’amicizia è una fregatura. Sopratutto quando non hai amici.

Le persone con cui ho avuto un rapporto d’amicizia, di quelli veri, che ti chiami per chiederti “come va?” e fare quattro chiacchiere, non sono tantissimi. Dopo la scuola: 1. Poi 3 all’università. Più qualche comitiva che si univa e si divideva come fanno le formazioni nubiformi. Poi ti fidanzi e gli amici si moltiplicano, proporzionalmente a quanto il tuo rapporto è stabile, quindi circa una ventina. Poi basta. Perso il fidanzato, persi tutti gli amici.

Non si dovrebbe fare mai, è chiaro. Quando ci si fidanza sarebbe sempre meglio coltivare le amicizie proprie.

Ho provato in seguito a farmi degli amici.

Quanto alle amiche, forse non lo sapete, ma le donne tendono a dirsi tutto. Le amicizie femminili non sopportano i segreti. Metti un segreto, un’incomprensione, una diversa visione del mondo e fra donne non nascerà mai un’amicizia forte.

Col sesso opposto è più facile, un po’ perchè i maschi sono tutti con la testa fra le nuvole e neanche si accorgono dei segreti, un po’ che c’è sempre la possibilità di finire a letto, cosa per cui vale la pena anche mantenere un rapporto insincero, alla fine non si frappongono mai grossi ostacoli all’amicizia fra sessi opposti.

Così qualche amico me lo sono fatto.

Qualcuno, molti di più, invece l’ho perso.

Poi c’è la distanza.

Da ultimo la panacea di facebook che illude di avere per amici persone di cui non conosci più neanche il suono della voce.

Società di merda.

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