Lavorare stanca – contro lo smart-working

1- Bollettino statistico sanitario

Peraltro dati conosciuti fin dall’inizio dell’epidemia, ma qui li confermiamo, seppure il trend sembrerebbe peggiore di questo.
0,05% di mortalità. 5% di letalità.

L’influenza invece: 0,01% di mortalità e la letalità… quella si aggira sullo 0,1%, forse anche 0,05%.

Insomma un virus grave, anche molto grave.
Una gran bella scocciatura.

Rallenta Rallenta Rallenta… fermati quasi!
Non usare la macchina, non ce n’è bisogno.
Non lo vedi? I mezzi pubblici sono vuoti.
La città è deserta.

Rallenta.

2- contro lo smart-working, io ci provo.

Io forse sono solo arrabbiata perchè il mio lavoro è stato dequalificato.
Mi hanno chiusa in casa e costretta a stare lontana da altri esseri umani per 8 ore al giorno, che diventano facilmente 10, che diventano facilmente settimane intere.
La paura della malattia può dunque precipitare una fetta importante di lavoratori in un baratro di solitudine e sfruttamento fino a poco tempo fa impensabile.

Non c’è solo il lavoro nei campi, non c’è solo lo sfruttamento della logistica, c’è anche l’inabissamento dello smart-working.

Ci dicessero almeno che siamo stati confinati in quanto strettamente necessario alla tutela della salute collettiva e per il tempo strettamente indispensabile. O, viceversa, si fosse manifestata una ferma volontà da parte della classe dirigente italiana di protesta contro la privazione e lo svuotamento degli uffici (pubblici e privati) e l’intenzione di riportarci tutti in loco, questi sarebbero orizzonti politici su cui si potrebbe ragionare.
Invece no. Si è deciso di fare della paura del contagio (legittima) un grimaldello per portare avanti in maniera alquanto spietata un attacco ulteriore ai diritti dei lavoratori e, per quel che riguarda la Pubblica Amministrazione, anche ai servizi resi ai cittadini.

Sappiamo infatti che è uscita una direttiva del ministero della PA che impone la modalità di “lavoro agile”, come viene chiamato, come forma ordinaria, nel minimo del 60% della prestazione lavorativa a partire da gennaio 2021 (ora, stante la pandemia, saremo intorno al 90%). Non è quindi solo una risposta emergenziale che vogliono imporre, ma una riforma strutturale. E che, togliamoci ogni dubbio, se la situazione non cambia sostanzialmente, passerà certamente.

E non basterà certo la constatazione amichevole che proseguire nel processo di sfruttamento perpetrato dal modello capitalistico non ci porterà fuori da questa situazione, ma anzi ne aggraverà le forme… magari bastasse!

Mi sono arrovellata in questi giorni – nova! – su come affrontare questo argomento. E non sono arrivata a granchè di conclusioni.
Comunque per quanto le possibilità di incontro con sindacati e lavoratori siano state quasi annullate, ho fatto un giro di consultazioni.
La cosa chiara è che ce lo vogliono far passare come una modalità di lavoro sana e positiva della nuova normalità, come ormai viene chiamata – forse fascismo fa brutto – accettata e condivisa da tutti, anche se tutti quelli con cui ho parlato io sono invece disperati per questa modalità di lavoro.
Il problema è che si parla con gente che col proprio luogo di lavoro non c’entra niente, mentre coi colleghi è difficilissimo trattare l’argomento perchè imperano i sindacati concertativi e la loro ideologia che, neanche a dirlo, è completamente asservita alle direttive padronali.

Termini forti, ma strettamente corretti.

Più nel dettaglio si fa difficoltà a vedere il problema perchè a monte è posta la paura del contagio. Paura che, finalmente almeno, si riconosce che possa avvenire principalmente sul luogo di lavoro. Quindi per tutti quanti possono evitare di andare a lavorare la cosa è fortemente incentivata e sostenuta e dato che per il settore dei servizi il fatto si sposa benissimo anche con le esigenze di risparmio sui costi della produzione e con l’incremento della produttività ricercato dal capitale, la trasformazione sta avvenendo nella più totale indifferenza generale.

E’ sorta quindi per me l’esigenza di fare un riassunto della situazione per decidere come comportarmi. Chiaramente il mio è un riassunto solo ideale e per quanto la situazione sia grave dal mio punto di vista non lo è probabilmente altrettanto nella realtà.
C’è una distanza significativa fra quello che significano le leggi oggettive della società, le conseguenze che determinano nell’organizzazione della quotidianità e come poi si manifestano nell’atteggiamento politico delle persone. Se manca la coscienza di cosa significano, è difficile che si possa dire sul serio che si realizzano in un sistema politico specifico.

Partiamo.

Sembrerebbe dunque che nella PA si stia realizzando un nuovo modello lavorativo fra le attività che in smart possono essere erogate e quelle che non possono esserlo. Alla luce di questa considerazione tutte le altre scompaiono. Perchè? Domanda senza risposta. Ci sono poi differenze rilevanti fra settore privato e pubblico che però qui non potremo più di tanto approfondire.
Chiaramente le attività che non possono essere eseguite a distanza sono quelle attinenti il trattamento fisico delle persone, quindi tutti i lavori da OSS e da infermieri, mentre per quelli dei dottori già si ragiona sul fare le diagnosi a distanza (con ‘sti pazienti stronzi che non descrivono nel dettaglio i loro sintomi e inducono in errore il povero medico).
La didattica uguale, ridotta alla blaterazione di un professore x a caso, può essere demandata quasi completamente alla modalità on-line, richiedendo la presenza solo per attività di sintesi e per le verifiche didattiche.
I servizi psichiatrici possono essere svolti per quel che riguarda l’aspetto medico e di intrattenimento dagli operatori, mentre i percorsi di inserimento riabilitativi, il trattamento psicanalitico, ecc… può essere svolto a distanza. Tutta la produzione di prestazioni (comunali, regionali, ministeriali, universitarie) può agevolmente essere passata in modalità agile.
Le assemblee deliberative stesse possono venire chiuse al pubblico garantendo la pubblicità magari solo con modalità streaming.
E via discorrendo.
Tutto si può fare on-line. Tranne la costruzione di server e reti.

Le critiche principali attengono a due tipi di problemi: la tutela dei diritti dei lavoratori e l’efficacia del servizio reso.
Sul versante della mancanza di tutela dei diritti dei lavoratori la lista è veramente lunghissima.
In primis è stato praticamente azzerato il diritto di esprimere opinioni e la libertà di parola durante lo svolgimento dell’attività lavorativa.
I diritti sindacali stessi risultano fortemente lesi dall’impotenza a indire assemblee effettive, in luoghi idonei a contenerle.
La mancanza di strumentazione idonea per svolgere il lavoro, tutta quella che fa parte dell’organizzazione strumentale che in ufficio si trova (computer, telefono, stampanti, scrivanie e sedie ergonomiche, tastiere e mouse).
Il fatto che i costi secondari vengano scaricati tutti sui lavoratori (riscaldamento, condizionamento, energia elettrica, contratto telefonico).
Incremento coattivo della produttività, per cui il timer che segna l’orario di lavoro diventa uno strumento mostruoso di controllo ben più del cartellino che timbra l’ingresso e l’uscita del lavoratore, perchè diventa immediatamente orologio della effettivà produttività e non solo della presenza sul luogo di lavoro.
La responsabilità amministrativa nella lavorazione delle prestazioni che ricade sulle spalle del singolo lavoratore invece che sull’organizzazione nel suo complesso.
Il controllo pervasivo operato dai capi e responsabili sulla divisione del lavoro praticamente quotidiano, quando non orario.
La sospensione completa del processo della formazione continua necessaria allo svolgimento di un’efficace azione amministrativa, che è stata demandata di nuovo al buon cuore del lavoratore e che non ha tempi dedicati nel mostruoso timer che conta il tempo della sua prestazione e comunque lede il principio dell’omogeneità delle prestazioni e imparzialità dell’azione amministrativa.
L’alienazione totale del lavoratore, sicuramente l’aspetto più bestiale, costretto a vivere per otto ore al giorno, quando non l’intera giornata in una sfera ripiegata sull’individualità che non ha assolutamente niente nè di sociale, nè di democratico.

Quanto all’effettività del servizio reso il discorso è più ampio e ogni servizio andrebbe trattato a sè nel dettaglio, qui ci possiamo limitare a sostenere solo alcuni aspetti generali.
Fra le considerazioni importanti di cui tenere conto va notato che i servizi pubblici da un lato risentono della romantica visione che li vorrebbe come espressione dell’art.3 della Costituzione, per cui sono servizi pubblici quelli atti a rimuovere ostacoli alla piena espressione della personalità e alla partecipazione politica; dall’altro lato però, realisticamente, viene invece considerato servizio pubblico solo quello che effettivamente la repubblica si degna effettivamente di elargire. Fra questi due estremi si colloca quindi il servizio pubblico e sarebbe da definire per ogni campo che cosa si pensa che sia di preciso e come fare ad erogarlo nel migliore dei modi possibili.
Per quel che riguarda l’aspetto concreto un servizio costruito sulla responsabilità individuale dell’operatore risentirà in termini di qualità e di velocità della prestazione perchè l’utente potrebbe incorrere nel diniego di una prestazione che in realtà gli spetterebbe o viceversa nell’elargizione di una prestazione che non spetta e un suo successivo recupero coattivo in quanto gli errori sono molto più frequenti. D’altra parte si potrebbe dover attendere tantissimo tempo a fronte di una situazione personale complicata e non tipica per i tempi amministrativi dilatati che si impongono per mantenere la qualità della prestazione, tanto lunghi da indurre l’utente a rinunciare.
L’impossibilità di accesso ai servizi se non su liste di attese lunghissime, similmente a quanto già avviene in sanità, spingerà inoltre verso processi di privatizzazione e esternalizzazione (necessari stanti la carenza del personale), che solo apparentemente potrebbero risolvere la situazione se l’erogatore ultimo rimane comunque il soggetto pubblico (ma per esempio per la scuola potrebbero essere funzionali).
La totale esclusione di quanti o non sanno accedere al mondo digitale, o non ne hanno i mezzi, oppure, chiaramente, sono stranieri e quindi non hanno capacità di comprensione della lingua italiana parificata a un madrelingua (che già, solitamente, fa fatica a capirci qualcosa) porteranno alla percezione stessa che i diritti tutelati dalle amministrazioni non siano in realtà diritti, ma privilegi.
E per tutti quanti un po’ più abili che comunque si ostinassero ad ottenere i servizi nella modalità in cui sono stati predisposti dall’amministrazione, i tempi di erogazione si allungheranno e gli errori si moltiplicheranno¹, stante che non esisterà mai la possibilità di parlare vis a vis con un operatore o anche laddove si avesse questa fortuna non è pensabile che l’operatore sia in grado in una così grande trasformazione di indicare con precisione tutti i passaggi che occorre fare per ottenere il servizio.
La conclusione sarà uno sfrenato dilagare della burocratizzazione di ogni singolo passaggio amministrativo, anche di quello più insignificante, che farà la fortuna di commercialisti e servizi di assistenza e che comunque non riuscirà a risolvere il problema in quanto molti di questi operatori esterni optano per il passaggio alla produzione “agile” stessa…
Insomma le comiche!

Che fare, dunque? Non siamo qui in grado di delineare una strategia precisa, ma solo indicare alcuni aspetti.
Il nodo mi dicono sia tutto dovuto alla difficoltà di individuare un modello alternativo che alla paura della malattia sappia fare fronte.
In realtà qualcosa fra i sindacati di base si è mosso, sopratutto per quanto riguarda i settori impegnati nella produzione e di lì si potrebbe prendere spunto. Il tema è quello di garantire la sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro a fronte ormai anche di un rischio epidemiologico grave.
Partiamo infatti dalla considerazione che questa malattia se la si prende è una malattia grave, comunque grave abbastanza da portare alla mancanza respiratoria e di costrngere a letto anche per un paio di mesi. Una malattia che speriamo che prima o poi ci abbandoni, ma che può anche restare con noi per sempre. Può essere abbastanza grave da indurre, quando verrà il momento, tutta la popolazione a vaccinarsi per debellarla.
Inoltre questa malattia si è presentata e sempre più si manifesta come “malattia di classe” in quanto si cerca di scaricarne i costi sui soliti settori sociali che hanno sempre pagato: le classi popolari. Questa volta non solo quelli economici, ma si cerca di scaricargli anche quelli sanitari. Chi non abbastanza tutelato da lavorare da casa, dovrà continuare un lavoro degradante in presenza, col rischio di ammalarsi.
A me sta bene: recludiamo i ricchi nelle loro sfarzose case di lusso, una prigione dorata, ma almeno ce li togliamo dai piedi per sempre. Facciamoli crescere stupidi e asettici e diamogli un giocattolino con cui allietarsi (netflix, per dire). Poi suoniamogli alla porta e alitiamogli in faccia!

Fuor di battuta e tornando sul pezzo.
Non è possibile – o almeno io non lo ritengo possibile – limitarsi a scuotere la testa e non cercare scenari di soluzione. Per quel che riguarda il comparto sanitario facendosi forza delle voci critiche e positive che ci sono e non di quelle unicamente ipocondriache. Gli appelli a “non recarsi in ospedale” lanciati durante il lock-down resteranno probabilmente uno dei punti più bassi e vergognosi che la nostra sanità abbia mai raggiunto e che speriamo non debba ripetersi mai più.
Chi si ammala deve essere seguito e non gli dovrebbe essere permesso di aggravarsi al punto di doverlo mettere in terapia intensiva. Così per questa malattia come per tutte le altre. Non dimentichiamoci infatti che negli ultimi anni, in inverno, bastava la semplice influenza a mettere in sofferenza gli ospedali e portare “al collasso” i pronto soccorso.
I medici di base, si presume, dovrebbero in un progetto di cura territoriale, avere un ruolo di primo piano e le forze andrebbero organizzate in modo da sfruttarle al massimo e non disperderle. Ci domandiamo: ottime le mascherine chirurgiche per la popolazione, ma sono stati predisposti anche tutti gli altri DPI necessari per il personale sanitario e per quanti sono obbligati ad accedere ai percorsi covid? Sono stati predisposti percorsi covid? Sembreranno domande stupide, ma vista l’esperienza precedente è legittimo avere sfiducia.
Sui luoghi di lavoro, pure, il discorso è complicato. E’ complicato in particolare dal fatto che la storia delle battaglie per la medicina del lavoro è sempre stata orientata verso quello che si chiama Mac-0, cioè rischio biologico zero. Così per l’amianto, così per i pesticidi, così per Taranto. E in questi casi che rientrano direttamente sotto il controllo capitalistico di produzione non si può che essere solidali con queste battaglie, ma con una malattia non so se questa sia poi la strategia migliore.
Se si stesse ragionando in una prospettiva in cui fosse stato predisposto l’obbligo del lavoro in presenza si potrebbe chiedere la predisposizione di un protocollo di sicurezza che sia preventivo e sanzionatorio al tempo stesso. Per quanto attiene alla prevenzione: quanto è stato scritto e previsto (dispositivi di protezione, sanificazione e disinfettazione) va abbastanza bene, ma andrebbe aggiunto in più un forte incentivo a turnare e rallentare i ritmi di produzione che sono poi quelli che portano a una disattenzione maggiore sul rispetto delle norme di sicurezza e a un affollamento nei luoghi di lavoro. D’altra parte il livello sanzionatorio (oltre al percorso giudiziario su cui pure si aprono dei fronti di lotta importanti) va tenuto in considerazione. Servirebbe che al ritrovamento di un paziente positivo, l’intero reparto di riferimento venisse chiuso immediatamente per x giorni (che potrebbero essere 5 lavorativi), fatto il tampone a tutti quanti coinvolti nel reparto entro i 5 giorni, poi di nuovo dopo 10, poi di nuovo dopo altri 10. Questo con l’intento esplicito di spingere i datori di lavoro a provvedere a che il contagio non si diffonda. Detto questo i primi 5 giorni di assenza dei lavoratori potrebbero essere coperti dalle casse dello Stato (è già abbastanza punitivo dover sospendere la produzione). Per tutti quanti risultassero positivi e fossero necessarie invece misure di quarantena o cure specifiche, la spesa andrebbe invece ripartita fra datore e Stato per una presunzione di colpevolezza che nel caso di specie non farebbe poi male, almeno se non è stata predisposta la turnazione sulle 12 ore lavorative. Insomma l’obiettivo dovrebbe essere non solo quello del distanziamento sociale, ma della rarefazione delle possibilità di contagio.

In questa prospettiva, là dove il lavoro in presenza venga considerato imprescindibile alla predisposizione del servizio, lo smart-working potrebbe rivestire un ruolo residuale, che si dovrebbe limitare a non più di un 30-40% della prestazione (al contrario di come viene proposto ora) affinchè la presenza di colleghi sui luoghi di lavoro sia garantita in numero tale che, seppure in sicurezza, la formazione e la funzione sociale del lavoro possano “circolare”.
Poi, è chiaro, si possono anche prevedere possibilità di astensione volontaria, cioè viceversa di adesione volontaria allo smart-working totale, sempre ritrattabile e con obbligo di motivazione, con la più che legittima ratio politica del: ” se non ti vuoi ammalare chiuditi in casa!”

Per quanto sia irrazionale, dovremmo provare ad utilizzare l’idea che “dovremmo rischiarcela tutti”, rischiarcela tutti, ma tutti in sicurezza. Non ci devono essere privilegi, nè divisioni fra lavori che si considerano essenziali e lavori che in logica dicotomica dovrebbero dunque essere considerati “inutili”? O se proprio dobbiamo usare questa distinzione, allora fra i primi della lista io ci vorrei mettere giornalisti, politici e direttori d’industria. Lasciamo loro a casa, si può?

In sintesi l’ultima riflessione che mi sento di fare: penso che sia paradossale trovarci in questa situazione a causa di un evento ampiamente previsto dal nostro sistema sociale. Una malattia, appunto. Contro le malattie il welfare tutela l’individuo, non lo espone al banchetto capitalista. Così dovrebbe essere. Nè d’altra parte si può pensare che per questo evento si possano ledere gli altri diritti costituzionali che sono ugualmente importanti. Insomma il coronavirus ci ha colti impreparati dopo 30 anni di tagli al sistema sanitario, ma dopo 6 mesi… quanto ancora si deve restare impreparati e per fare piacere a chi?

 

1 – Al riguardo c’è da segnalare però che negli ultimi 10 anni circa con l’inserimento della possibilità di presentare direttamente le domande on-line e l’eliminazione dei modelli cartacei i tempi di attesa si sono sensibilmente ridotti. Se prima attendere ben oltre il raggiungimento del diritto l’erogazione era la norma, ora riveste più carattere di eccezione.

 

 

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