Regali dai capitalisti

Sinceramente mi sono stancata di questa storia dell’anonimato e del giocare ad avere il pisello più grosso on-line. Sono anni che mi batto contro questa iattura, ma i miei stalker personali sembrano tutti stupidi. Continua a restarmi il sospetto che siano pagati per quanto fanno.

Sto leggendo un libro.
Ed è il caso di fargli un po’ di promozione.
E’ l’autobiografia di Edward Snowden.

Snowden è noto per aver rivelato a tutto il mondo cosa i servizi di spionaggio USA avessero fatto a partire dall’attacco alle torri gemelle di New York in termini di cybersicurezza. Lo ha potuto rivelare in quanto era un agente dei servizi segreti stessi, uno dei primi agenti “tecnici” di questi servizi e quindi inserito in posti chiave dell’attività di spionaggio.
E’ dovuto fuggire dagli USA per aver fatto queste rivelazioni e ora è un rifugiato politico. E’ anche presidente di una società per la libertà di parola piuttosto importante.

Il libro è molto interessante. Per la nostra generazione (la mia e di Edward) è molto importante capire il funzionamento di internet. E in questo libro è ben spiegata, fra l’altro con un approccio storico che è apprezzabile per molti aspetti.
In tantissimi passaggi del libro mi sono ritrovata come se mi stessi guardando in uno specchio, come se stessi leggendo il mio stesso diario e questo aiuta a sentirsi meno soli nel fronteggiare il fenomeno internet.

Ora noi viviamo una fase politica in cui il nostro PdC promuove la digitalizzazione come se fosse un battitore d’asta. Ma di un’asta importante, tipo un’asta di un bene pubblico, tipo il Colosseo.
Partiamo dalle sue ragioni: è vero, in effetti, che ancora in Italia scontiamo un digital-divide importante. La didattica a distanza lo ha messo chiaramente in luce: tantissimi ragazzini non hanno un PC in casa e hanno dovuto seguire le lezioni sugli smartphone; altri proprio non sono neanche riusciti a connettersi (almeno non alla scuola). Per il digital-divide in direzione nonni invece si può fare poco.

Però c’è una divisione forse anche più importante che è quella fra quanti internet lo hanno visto nascere e ci si sono dedicati e appassionati, reinventandosi tecnici informatici e tutti gli altri che lo usano come un servizio creato da qualcuno, a cui accedere, senza preoccuparsi di niente. Un po’ come quando si usano le strade pubbliche. Ma se sulle strade pubbliche almeno, per frequentarle, è necessario se non conoscere le regole ingegneristiche che tengono in piedi i ponti, almeno i cartelli, le regole del codice della strada, l’uso delle striscie pedonali, dei marciapiedi, ecc… su internet accediamo senza avere idea nè della struttura tecnica, nè delle regole del codice della strada.
Anzi diciamo pure che queste regole non esistono.
E se esistessero i vigili urbani che ti farebbero la multa sarebbero gli Stati Uniti.
Questa è fra le cose principali che spiega Snowden: l’architettura tecnica è in mano agli USA, sia per quel che riguarda le grandi compagnie di servizi (non sto a fare l’elenco, tanto qualunque nome di compagnia informatica vi venga in mente è quasi sicuramente americana), ma anche per quel che riguarda l’infrastruttura materiale vera e propria: server, router, switch (che non ho idea di cosa siano).
E già questo è un aspetto angosciante.

Il PdC ha detto anche che metterebbe internet fra i diritti costituzionali… proprio non gli viene in mente niente di meglio da fare a quell’uomo?
Ma la questione non è banale.
Che internet intendiamo, quando diciamo che la vorremmo fra i diritti inalienabili? Perchè se parliamo della rete che ci permette di accedere ai consumi digitali, io da soggetto che ne è stato deprivato per lunghissimo tempo posso arrivare a capire l’esigenza in sè, ma non mi spingerei certo fino a chiamarla un diritto. Se invece è della internet raccontata dai pionieri del web: il mondo della conoscenza, dell’anonimato totale e della parità, allora è tutta un’altra questione. Quella possiamo essere sicuri che se anche la mettessimo sulla carta costituzionale più bella del mondo comunque rimarebbe un sogno e un’utopia. Quindi ha davvero senso, anche se presa in questa forma, considerarla un diritto?

Oggi internet è un guazzabuglio di melensaggini e vendita di prodotti commerciali. Le barre di ricerca, che siano più o meno allineate sul trattamento dei dati, propongono le stesse soluzioni e le grandi aziende hanno ormai imparato ad accaparrarsi il traffico web. Anche le piattaforme di incontro virtuale sono pensate e organizzate solo da compagnie informatiche stranote che selezionano le persone in base al sesso, al luogo di nascita e quello di abitazione. Tutti siamo schedati on-line e ogni scheda ha il suo piccolo archivio personale.
Internet ormai ha un senso solo per comprare cose: prodotti e servizi. Per quello è utile, ma è veramente un’infrastruttura costosa se poi è a questo che si deve ridurre.
Facebook, e-commerce e web-tv… bè, vedi un po’ che culo!

Comunque dice anche che fa risparmiare carta. E’ vero. Ma per salvare un paio di alberi siamo davvero disposti a regalare le nostre informazioni e a cedere al principio della sorvelianza globale? Domanda retorica giacchè non c’è alternativa.
Almeno però impegnamoci nell’ampliare i pochi spazi di libertà che ci sono concessi e per educare chi vuole imparare ad usarlo correttamente.

 

 

 

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