Di critica in critica al cambiamento climatico e al movimento ambientalista

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É vero, nessuno ha ancora elaborato una teoria economica del cambiamento climatico. Nè fisica, né chimica, né climatica, né biologica, né economica, né politica, né sociale, né culturale. Siamo all’anno zero della ricerca. Eppure di cose se ne sentono dire talmente tante che ormai dovremmo essere in grado di sapere tutto al riguardo.

Partiamo oggi con un esercizio ardito: riassumere tutto quanto è noto al grande pubblico in merito al cambiamento climatico, riscaldamento, e sue conseguenze.

Questo resoconto dal futuro ci terrà impegnati per qualche tempo. Sarà una raccolta in parte di informazioni pseudo-scientifiche; in parte di luoghi comuni; in parte di ragionevoli critiche. Spero che la lettura vi interesserà abbastanza da spingervi a partecipare a questo dibattito e alla lotta che sull’ambientalismo si combatte.

Da dove partiamo?

Non c’è un punto di partenza vero e proprio. Per spiegare le cause, sarebbe forse opportuna una descrizione storica, ma dal momento che dobbiamo sapere se invece è in atto o meno un cambiamento, da che cosa è caratterizzato e che conseguenze comporterà è meglio utilizzare un po’ di sano materialismo dialettico: scomporre i fenomeni, metterli per punti e trarne le dovute conclusioni.

  • Effetto serra: L’effetto serra è parte del processo che permette lo sviluppo della vita sulla terra.
    Sostanzialmente dovuto al fatto che esiste un’atmosfera nel nostro pianeta, sta ad indicare che i raggi solari che scaldano il pianeta vengono trattenuti nella nostra atmosfera. Così come per coltivare le piante in stagioni invernali noi proteggiamo le piantine sotto grossi teli di plastica, allo stesso modo l’atmosfera si comporta nei confronti della terra tutta e la tiene al calduccio, proteggendola dal gelo siderale dello spazio. Però c’è un equilibrio da rispettare: se i gas dell’atmosfera, e precisamente la CO2, principale responsabile dell’effetto serra, aumentano troppo, la temperatura sotto la coltre aumenterà troppo. Troppo rispetto a cosa?
  • Concetto di temperatura media: per rispondere alla domanda precedente sarà bene fin da ora introdurre il concetto di temperatura media. La media è una rivelazione matematica di un fenomeno che si presenta in serie, abbastanza semplice da calcolare. Solitamente si studia al secondo anno di liceo, ma solo perchè prima si deve imparare la somma e la divisione dei numeri e assimilarle per bene. Comunque sia, per semplificare il concetto, diciamo che l’anno, unità di misura per le medie sul clima, viene diviso nei suo 360 giorni. Di ogni giorno si calcola la temperatura… media? O mediana? O minima? O massima? Non ha importanza, l’importante è che si prenda sempre a riferimento la stessa tipologia di giorno in giorno. Trovato il valore di temperatura di ogni giorno, li si deve sommare e poi dividere per 360. Così si trova la temperatura media dell’anno.
    Poichè il clima è un fenomeno molto variabile e così anche la temperatura (che dipende dalle stagioni e dai cambiamenti atmosferici) è chiaro che la media da un anno all’altro varierà. La domanda che si fanno gli scienziati del riscaldamento globale è: in che direzione varia di anno in anno e di decennio in decennio? Se oscillasse in maniera casuale, sarebbe la situazione normale, il problema è che queste medie aumentano. E hanno individuato come valore soglia di questo aumento del riscaldamento globale quello di 2,5 gradi centigradi. Perchè proprio questo valore? Perchè un obiettivo bisogna pur darselo, stante che il riscaldamento climatico procede inesorabile. Quindi, per rispondere alla domanda precedente, sopra i 2,5° centigradi l’effetto serra è “troppo”.
  • Effetto serra bis: come si è sviluppato il concetto di effetto serra negli anni? Ci viene in aiuto la fantascienza e/o l’astronomia. Infatti quando si è iniziato a studiare questo fenomeno per spiegare cosa sarebbe potuto succedere al pianeta Terra, si prendeva a riferimento il tipo di atmosfera presente su Venere. Venere, come tutti sanno, possiede un’atmosfera di gas tossici, principalmente CO2, e su quel pianeta l’effetto serra è decisamente massimo: i raggi solari che passano, restano intrappolati indefinitamente nel pianeta, non disperdono il loro calore, ma solo aumentano quello planetario, innescando un effetto a catena per cui lo strato atmosferico di Venere si ispessisce continuamente e la temperatura sale continuamente. In questo modo veniva descritto a noi l’effetto serra sul nostro pianeta: se si fosse continuato ad aumentare la temperatura della terra, bruciando combustibili fossili e aumentando la quantità di CO2 nell’atmosfera la temperatura sarebbe salita, il caldo avrebbe impedito all’ecosistema di riprodursi normalmente e nella morte di piante, alberi, alghe e quant’altro, la CO2 sarebbe ancora aumentata, impedendo alla vita di potersi sviluppare fino al punto limite di trasformare il nostro bel pianetino in una Venere di nuovo tipo.
    Oggi siamo meno catastrofisti e diciamo che “troppo” non significa che renderà la temperatura incompatibile con la vita sulla terra, ma solo con la vita umana, che tutto sommato è molto meglio!
  • Il processo fotosintetico. Altro processo che rende possibile lo sviluppo della vita sulla terra. Dopo aver parlato degli effetti potenzialmente distruttivi di un processo fondamentalmente buono, quale quello dell’effetto serra, soffermiamoci ora su un processo naturale unicamente buono, che non ha assolutamente nessun effetto negativo e nostra unica speranza di salvezza. Quello della fotosintesi clorofilliana: insegnato in quinta elementare.
    Le piante hanno una particolare sostanza/fluido che scorre al loro interno che si chiama clorofilla. Questa clorofilla si riconosce molto bene perchè tinge gli alberi di verde (e anche l’erba). Questa clorofilla ha un grandissimo pregio: si nutre infatti di CO2. E precisamente se ne nutre grazie al sole, quindi la fotosintesi è massima quando le giornate di sole sono lunghe lunghe e serene serene.
    Ovviamente la clorofilla per nutrirsi e intrappolare la CO2 ha bisogno anche dell’acqua. Così che, se si danno le due condizioni acqua+sole le piante tutte felici, grazie alle foglie, si nutrono della CO2 che trovano nell’atmosfera, la intrappolano nel legno o nelle radici e rilasciano in cambio l’ossigeno che ci permette di sopravvivere a tutti.
    L’unica sfiga è che di notte, come tutti gli altri esseri viventi anche le piante respirano l’ossigeno e rilasciano la CO2, ma le perdoneremo per questa cosa, dato che col sole invece di ossigeno ce ne regalano tanto assai, da bastarci anche in inverno e nelle brevi nottate estive.
    Ovviamente non sono solo gli alberi a rilasciare ossigeno, ma tutte le piante verdi. Ruolo di primo piano lo hanno le alghe nel mare, perchè sono tantissime.
    Influiscono invece pochissimo gli alberi che hanno foglie aghiformi, progettate per rilasciare pochissimo ossigeno, ma per intrappolare CO2 anche in periodi prolungati di buio (o viceversa, non sono sicura, comunque di ossigeno ne producono poco).
    Altro bellissimo effetto positivo degli alberi è quello di accumulare CO2 al proprio interno e quando poi l’albero muore, creare nei millenni e nei millenni vaste distese di CO2 sotterranea che prima si trasforma in carbone e poi alla fine, grazie all’effetto della pressione, in petrolio e gas. Oppure in diamanti, che pure sono belli.
  • CO2: dopo averla tanto nominata spieghiamo qualcosa anche della CO2. Chimica purtroppo si inizia molto tardi alle superiori, così che io l’ho fatta solo un anno e poi sono bocciata e non ho più avuto il piacere di trovarmela fra i piedi. Comunque è un composto chimico gassoso formato da vari atomi. E qui le mie conoscenze si fermano. So però che viene formata dalla combustione, dai processi respiratori e anche per altre vie. Quindi tutti gli animali viventi, al contrario delle piante, respirando usano l’ossigeno e rilasciano CO2. Anche l’uso di combustibili fossili fa una cosa simile. Potremmo definirla uno scarto naturale, che come detto è però utile per le piante.
    Quali sono le attività che rilasciano più CO2? La risposta è abbastanza intuitiva: tutte quelle che adoperano la combustione. Quindi quelle che utilizzano il petrolio, il carbone, il gas, il legno, eccetera… In una scala dell’inquinamento, a parità di energia sviluppata: il carbone è la più inquinante; seguita dal petrolio e in maniera ravvicinatissima dal gas. Ciò sta ad indicare che se anche molte produzioni industriali potrebbero continuare ad utilizzare vicendevolmente ognuna di queste forme energetiche, il bilancio in termini di CO2 rilasciata sarebbe sempre negativo. Più negativo col carbone, meno col petrolio e meno ancora col gas, ma già che abbiamo problemi col petrolio, sostituire l’uno o l’altro cambierebbe poco ed anzi rischierebbe di peggiorare le cose. (Oltre al fatto che le macchine e gli aerei col carbone non si possono far funzionare).
  • Cambiamento climatico: Parlando dell’effetto serra già qualcosa abbiamo detto rispetto all’aumento della temperatura. Entriamo in maggior dettaglio per quel che riguarda le conseguenze sul cambiamento climatico. Sfatiamo intanto un mito: quello che mette in dubbio che esista un riscaldamento climatico. Se non esistesse, da quanto si è detto prima, si dovrebbe trarne la conclusione che non dovrebbe esistere né un aumento della temperatura media, che invece c’è; né un aumento della CO2 nell’aria, che invece c’è. Quindi il clima si sta riscaldando e lo sta facendo in progressione con l’aumento della CO2. Dato che l’effetto serra non è un fenomeno misterioso (almeno per un buon agricoltore), non servono tante altre evidenze per rispondere che “Si, ci sarà un cambiamento climatico, e che il nuovo clima sarà/è più caldo”. Detto questo, però non sappiamo quali saranno le conseguenze in termini concreti per quel che riguarda il clima.
    Dello scenario più catastrofico abbiamo detto sopra e (se Dio ci verrà in aiuto) dovrebbe essere scongiurato dal fatto che abbiamo già consumato oltre la metà delle riserve petrolifere nel pianeta e che quindi, se anche consumiamo tutta la restante metà, potremmo finire in uno scenario di aumento a 4°. Se poi anche ci mettiamo a bruciare tutto il carbone, ormai saremmo comunque tornati alla situazione industriale ottocentesca e potremmo arrivare a un riscaldamento da + 6° però a quel punto ci fermeremmo e il processo, volenti o nolenti tornerà ad invertirsi.
    Cosa succederebbe ad un aumento di 6° gradi di temperatura media all’anno? Questo è tutto da stabilire.
  • Poli e ghiacciai: Non si può non parlare dell’effetto più macroscopico che esista al riguardo del riscaldamento climatico che è lo scioglimento di ghiacciai e poli. Effettivamente è dall’osservazione di questi fenomeni a partire dalle prime spedizioni artiche e antartiche dei primi del novecento che gli scienziati (in questo caso geologi) hanno iniziato ad accorgersi che qualcosa non andava e che i poli si stavano sciogliendo. E che quindi ci fosse un riscaldamento globale in corso. La riduzione di ghiacciai e ghiaccio polare è la principale freccia che i sostenitori del riscaldamento terrestre hanno al loro arco. L’evidenza empirica è chiara, incontrovertibile e assolutamente indicativa di un effetto serra che ha preso una direzione di irreversibilità. Infatti i ghiacci che si stanno sciogliendo non sono quelli stagionali che ogni anno, col succedersi delle stagioni, si dilatano e si restringono erodendo il terreno sottostante, ma ghiacci che non si scioglievano da migliaia e migliaia di anni.
    Le principali conseguenze al riguardo sono tre. La prima che riguarda tutti i paesi in cui molte delle sorgenti montane trovavano la loro origine proprio nella presenza dei ghiacciai, che ora si stanno prosciugando: in sintesi, il ghiaccio si formava in inverno e in primavera tornava a sciogliersi e ad alimentare le sorgenti, oggi il ciclo si è interrotto per buona parte perchè l’alimentazione di queste sorgenti proviene solo dallo scioglimento dei ghiacci millenari che è diventato già ora esiguo. La seconda, molto nota, è che lo scioglimento dei ghiacci dei poli provoca un innalzamento del livello del mare e sicuramente la scomparsa di habitat importanti per molte specie viventi. La terza è la messa allo scoperto di vasti giacimenti petroliferi presenti sicuramente al polo nord e, molto probabilmente, anche nel polo antartico. Anche se forse questi ultimi con le tecnologie estrattive oggi così avanzate dovrebbero già essere accessibili.
    Un ultimo effetto dovuto dallo scioglimento dei poli è sempre legato al surriscaldamento terrestre, infatti i poli e i ghiacci hanno (avevano) anche un importante funzione di specchio riflettore dei raggi solari. Così che i raggi che arrivavano a riflettersi sulle superfici ghiacciate, venivano rimbalzati via e non causavano danni. Via via che il manto ghiacciato dei poli si restringe i raggi solari che prima venivano riflessi si sommano a tutti gli altri e contribuiscono ad elevare il riscaldamento generale del pianeta.
  • Buco nell’ozono: Parlando di lotta contro il riscaldamento globale non si può evitare di fare almeno un accenno a un altro grande problema affrontato dall’umanità in particolare negli anni ’80 e ’90 e oggi, fortunatamente, in via di risoluzione che è quello del buco nell’ozono. Se il problema con la CO2 è che ispessisce il livello di questo gas nell’atmosfera, il buco nell’ozono era in un certo senso un problema opposto. L’ozono è infatti lo strato ultimo della nostra atmosfera, formato da certi gas che permettono alla nosra atmosfera di restarsene ben compatta e circoscritta attorno alla Terra e non disperdersi nelle nebbie siderali. L’ozono però può consumarsi se nell’atmosfera viene introdotto un particolare gas (il freon, mi pare) che si combina con quello presente nell’ozono e in qualche modo lo “cancella” creando dei buchi da cui non solo la nostra atmosfera rischia di disperdersi nelle nebbie siderali, ma sopratutto è l’altra grande importante funzione dell’atmosfera esterna che viene messa a repentaglio. Quella cioè che ci protegge dai raggi solari. Noi pensiamo infatti che il sole sia molto lontano e che i raggi che ci colpiscono siano tutto sommato, ormai già abbastanza tiepidini. Invece, in termini spaziali, il sole ci è molto vicino e l’ozono in parte, similmente a come fanno anche i poli, riflette alcuni dei raggi più dannosi. Se si assottiglia troppo, però, questi finiscono col passare. Sono raggi molto pericolosi che aumentano la probabilità di contrarre brutte malattie quali i melanomi.
    Il freon era un gas che si trovava nelle bombolette spray. Oggi sostituito da più innocui composti, seppure ancora adoperato in alcune economie, quali quella cinese, che ancora non hanno mandato dei satelliti nello spazio a studiare il fenomeno del buco nell’ozono.
  • Scomparsa delle api: quali le conseguenze del riscaldamento terrestre? Questa domanda continuerà ad assillare gli scienziati per i prossimi decenni. Non sarà solo una domanda accademica, ma una di quelle domande in cui appena verrà trovata la risposta, contestualmente provocherà anche la ricerca di una soluzione. Uno degli effetti più preoccupanti è quello della messa a repentaglio della sopravvivenza delle api. Poco male, si dirà, perchè il numero di insetti invece si moltiplicherà e quindi compenserà. Fosse solo una questione numerica, il problema effettivamente sarebbe risolvibile, purtroppo però la questione ha a che vedere con il cerchio della vita. Anche gli insetti infatti sono specializzati e hanno ognuno un proprio ruolo e le api hanno questa magnifica organizzazione sociale per cui dal polline riescono a tirare fuori di tutto. Si costruiscono la casa in cui abitano e di cui si nutrono e in cui, sopratutto riescono a passare l’inverno. Nessun altro insetto è in grado di fare tanto e di dedicarsi con tanta passione alla raccolta del polline. Quindi senza api, il processo di impollinamento sarà seriamente messo a repentaglio. Già lo è.

 

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Nella scorsa puntata abbiamo introdotto alcuni concetti chiave della tematica “riscaldamento globale – effetto serra – cambiamento climatico”. Approfondiamone alcuni e avanziamo sul tema delle conseguenze.

  • conseguenze del cambiamento climatico (fisiche e biologiche): Possiamo dividere le cause che provocano il riscaldamento del pianeta in fisiche (i raggi del sole) e chimiche (presenza di CO2 nell’atmosfera). Queste combinandosi producono cambiamenti che sono di nuovo fisici (lo scioglimento dei ghiacci e altri che vedremo) e sopratutto biologici, altrettanto preoccupanti.
    Ci si chiede al riguardo quanto cause ed effetti compromettano o meno lo sviluppo della vita sulla terra.
    Da questa serie di fattori derivano poi anche cambiamenti sociali di una certa gravità di cui dovremo tener conto perchè, per sintetizzare il concetto, il riscaldamento della terra può mettere a repentaglio sia il nostro habitat ecologico, ma anche quello economico e pertanto sociale. O meglio: potrebbe mettere in crisi la nostra attuale economia (capitalista), ma anche il nostro habitat ecologico.
  • Ipotesi estreme, ma realistiche (fisica – chimica): abbiamo detto che la presenza dell’anidride carbonica nel pianeta è un fenomeno che permette lo sviluppo della vita sulla Terra in quanto causa il riscaldamento del pianeta. Senza CO2 niente effetto serra, senza effetto serra niente temperature tiepide. Ma se la CO2 aumenta troppo così farà anche la temperatura e la principale conseguenza sarà quella dello scioglimento dei ghiacci i quali, peraltro, provocheranno di conseguenza un maggior riscaldamento del pianeta in un effetto a catena che se diventa inarrestabile potrebbe comportare esiti catastrofici, stile Venere.Fra le altre conseguenze pericolose dello scioglimento dei poli, la più nota è l’innalzamento del livello del mare. Di quanto, però, è difficile prevederlo. Gli studi ufficiali dicono che il livello del mare, nel peggiore dei casi salirà di mezzo metro. Non tantissimo, certo, ma non è neanche quello che si può chiamare un effetto “simbolico”. Il mare non è infatti come un bicchiere d’acqua che se lo si colma eccessivamente straripa conquistando e sommergendo le terre emerse. Il mare ricopre i due terzi abbondanti del pianeta ed è attraversato da onde, maree e terremoti, non sta fermo mai. La Terra in realtà è per lo più acqua, ma nei poli in forma congelata è racchiusa il 10% dell’acqua terrestre. Quindi un suo scioglimento e una sua versata a mare comunque causerà degli effetti gravi.Forse non sommergerà le terre emerse, ma le eroderà maggiormente, forse sommergerà solo le isolette sperdute, chissà.
    Altre conseguenze note e propagandate sono due, in parte interconnesse, in parte separate. Da un lato c’è la questione delle correnti marine; dall’altra la questione della salinità del mare. Sono questioni interconnesse perchè la salinità del mare è quella che, si dice, permette lo sviluppo delle correnti. Come che sia, le correnti marine dipendono sicuramente dalla temperatura. Quelle fredde, infatti, si creano ai poli a periodi alterni, secondo le stagioni, per cui durante le estati il ghiaccio si scioglie e riversa acqua fredda e dolce nel mare che crea delle correnti: fiumi di acqua che si muovono secondo la rotazione della terra verso il baricentro e verso l’equatore, lì poi si scaldano, si mischiano, si rigirano e diventano fiumi d’acqua calda che si muovono verso i poli. Ruotano e fanno tutte dei giri strani, ma dove passano fredde raffreddano anche il clima dei continenti; dove passano calde lo riscaldano, e aiutano le stagioni.
    Il problema è che nessuno sa cosa succederà alle correnti se il ghiaccio si scioglie troppo. Di partenza è facile dirlo: creeranno correnti che saranno fredde sempre, sia d’estate che d’inverno, ma nel più lungo periodo, invece non si sa, perchè quando il ghiaccio farà fatica a riformarsi nell’inverno, il movimento delle correnti potrà diventare forse solo caldo?L’altro effetto è quello della salinità del mare. Nel mare l’acqua è composta per il 97% di H2O e per il 3% di sali disciolti. Sembrerebbero poco, ma sono abbastanza per renderla non potabile. Questa salinità si è formata nei millenni e nei millenni via via che i fiumi portavano nel mare la terra disciolta che erodevano nel loro percorso. Uno sversamento di acqua dolce massiccio, diminuirebbe la salinità del mare, ma non dovrebbe essere un problema troppo grave perchè nessun essere vivente, nemmeno i pesci così ben adattati, gradisce poi troppo la salinità del mare. Forse cresceranno un po’ di alghe in più, ma come abbiamo detto è un bene per la lotta alla CO2.
    Lo scioglimento dei poli potrebbe però anche causare uno sversamento di composti chimici imprigionati fin’ora sotto il ghiaccio millenario che potrebbero invece essere molto dannosi.L’ultimo effetto previsto è che il blocco delle correnti potrebbe accelerare anche il processo che ci porterà verso una nuova glaciazione, ma forse potrebbe frenarlo. L’idea di base è che il riscaldamento possa accelerare a un punto tale da disperdere l’H2O e il calore dell’atmosfera nello spazio e comportare un raffreddamento eccessivo e di colpo del pianeta che tornerebbe così a congelarsi, riavviando, si pensa, il ciclo delle stagioni, in una scala di tempo che si misura in centinaia di migliaia di anni, da essere quasi un milione (650.000 anni, si dice). È però un’ipotesi più improbabile ancora di quella “effetto Venere”, perchè mentre quella “effetto Venere” si basa su dei presupposti fisici e chimici noti, l’altra non spiega come dovrebbe fare la CO2 a disperdersi tanto da impedire al pianeta di scaldarsi.
    La realtà, però, è che nessuno sa perchè ci siano proprio le glaciazioni. Che ci saranno è certo, ma probabilmente fra un par di centinaia d’anni, forse un par di migliaia di anni. Forse quando inizieranno, ci sembrerà ovvio il perchè siano iniziate.Le due ipotesi limite dell’estinzione della vita nelle sue forme note (e sicuramente della vita umana) dalla Terra sono però utili come ipotesi di ricerca per capire che o troppo caldo che faccia, o troppo freddo che faccia, è in questo range che ci si muove. Si potrebbe anche pensare infatti che la previsione delle glaciazioni, invece che dell’ “effetto Venere” sia una specie di ipotesi che chiama in causa la “Nemesi”, una vendetta divina che, si, estinguerà la nostra civiltà, ma permetterà comunque alla specie di sopravvivere, dato che l’Homo di Neanderthal all’ultima glaciazione è riuscito a sopravvivere.
  • critica alle critiche: aumento delle precipitazioni e mantenimento della temperatura media. Fra i critici del riscaldamento globale, quelli che sostengono che non ci sia niente di cui preoccuparsi, ci sono anche pareri bizzarri che vale la pena riassumere. Quelli più antipatici sono infatti coloro che sostengono che il riscaldamento terrestre non esista e che se anche esistesse non sarebbe colpa nostra. Non sarebbe un effetto antropico, come dicono loro. Forse hanno ragione, non è antropico, è solo capitalista, ma di sicuro lo causano gli umani e non certamente le scimmie!
    Dicono, costoro, che ci sono tante cause del riscaldamento, il sole è certamente la prima (ma va!) e dato che non possiamo controllare il sole, allora non possiamo controllare niente. Certo, molto giusto. Se non fosse che il riscaldamento del pianeta è iniziato in maniera irreversibile solo con l’industrializzazione. Sarà un caso anche quello? Sfiga vuole che il sole ci riscaldi di più proprio quando noi abbiamo iniziato a costruire le industrie?Non insistiamo oltre, è chiaramente un tentativo disperato di difendere un sistema economico senza né capo né coda.Fra quanti sostengono che un cambiamento c’è e che sia colpa nostra, ci sono pareri però interessanti per quel che riguarda l’effetto sul clima. Il clima, infatti, non è propriamente una cosa stabile, è variabile per definizione, ma certamente dipende dal rapporto che si stabilisce nel ciclo dell’acqua fra evaporazione e precipitazioni. Così che se il caldo aumenta, aumenta il processo di evaporazione e di conseguenza anche le precipitazioni e lo scenario più probabile è dunque che ci troveremmo a vivere in un mondo solo più piovoso. Di nuovo, nel breve tempo è vero, nel lungo periodo però non c’è tanta sicurezza di cosa questo significhi.Dov’è che andrà a piovere e per quanto pioverà? Per sempre, forse? Non si sa.
    E se aumenta lo strato delle nuvole che succede ai raggi solari? E quanto ci vorrà perchè le piante, che solo loro lo possono fare, si rimangino tutta la CO2 che abbiamo sparso sul pianeta?
  • aumento delle zone aride: Fra gli effetti già in corso, c’è senza dubbio quello dell’aumento delle zone aride. Anche qui è difficile prevedere nel lungo periodo cosa succederà, ma è certo che le zone già povere di acqua con un processo di evaporazione velocizzato si troveranno con terreni sempre più aridi in cui vivere e i deserti si estenderanno ulteriormente. Stiamo parlando di vaste zone dell’Africa, ovviamente, così come del medio-oriente. Anche questi sono effetti certi.
    In generale tutti i posti lontani dal mare, le cui fonti di acqua trovavano alimentazione in ghiacciai montani o sorgenti sotterranee tenderanno probabilmente a diventare più aridi.
  • Cambiamenti biologici: Eccoci qui, dunque al problema centrale. Che effetti avrà il riscaldamento sulla vita sulla Terra? La vita è infatti un processo evolutivo lungo milioni di anni e non qualche par di migliaia e che ha avuto anche salti epocali. Quello più vistoso, è stato la nascita e la scomparsa dei dinosauri, ma anche i cambiamenti che stiamo vivendo noi non sono proprio bazzecole.
    Ora, ammettiamolo, a parte i medici e i biologi, di biologia non ci capisce niente nessuno. Io sopratutto, che biologia si studia in quarta superiore e io proprio non ho mai aperto un libro sull’argomento neanche per sbaglio. Quindi ammetto la mia ignoranza in materia e posso al riguardo solo dire cose abbastanza vaghe.Intanto partiamo dai dati sicuri: la scomparsa della biodiversità. Questo è un problema salito alla ribalta da diversi anni, a seguito della nascita del movimento verde e per lunghi anni non è mai stato messo in relazione diretta col riscaldamento ambientale. Non c’è infatti bisogno di spingersi fino a scaldare il pianeta per distruggere gli ecosistemi della Terra, lo sviluppo capitalistico è in grado di devastare habitat unici anche senza aspettare che l’anidride carbonica faccia la sua parte.Così tutti gli animali che migrano, per esempio, e non sono pochi, hanno dovuto modificare le loro strategie di sopravvivenza a fronte dell’invasione degli esser umani. Molte specie già senza il riscaldamento globale non ce l’hanno fatta e si sono estinte. Altre invece si estingueranno proprio a seguito del riscaldamento, non trovando più zone meno fredde o anche meno calde in cui migrare. Come per calcolare la popolazione di uno stato si sommano i nati e gli immigrati e si sottraggono i morti e gli emigrati, allo stesso modo si dovrebbe fare per considerare il grado di biodiversità del nostro pianeta: continuano a formarsi specie animali, insetti sopratutto, nuove, ma sono in maggior numero quelle che si estinguono. Se per caso poi si volesse continuare il paragone con l’età media della popolazione di uno stato, si avrebbe che la nostra biodiversità sta invecchiando.Quanto alle piante e all’agricoltura, anche qui sappiamo cosa la distruzione della biodiversità e lo sviluppo delle monoculture ha prodotto da sé, senza bisogno di aspettare il riscaldamento globale, ma non si può essere certi degli effetti del cambiamento climatico. È chiaro che le piante non dovrebbero aversene troppo a male dell’aumento della CO2, ma molte potrebbero non reggere gli effetti di cambi di stagione troppo drastici.
    Portiamo un esempio per tutti, uno che conosco: il cinipede. Il cinipede è una mosca (parassita) che fa le proprie larve nelle foglie dei castagni, bloccandone la crescita e quindi lo sviluppo della fotosintesi. “Il cinipede è arrivato in Italia con gli immigrati cinesi”. Certo. Forse. O forse è arrivato in Italia perchè ci ha trovato un bel clima riscaldato di quel mezzo grado in più che gli ha permesso di sopravviverci in Italia. Fortuna vuole che in Cina ci fosse un insetto antagonista che si nutriva di queste larve, l’università di Pisa se lo è andato a prendere in Cina, l’ha lanciato sui monti italiani dal Veneto all’Umbria e i castagni si son salvati. Lieto fine della favola e siamo tutti felici e contenti.
    Io si, ma è alla fortuna che ci si può appoggiare? Non credo.Parliamo di noi, invece. Astraendo momentaneamente dall’ipotesi che la nostra civiltà si basi nel rapporto che ha stabilito con la natura. Cosa succede a noi quando le temperature si alzano troppo? Cosa succede per esempio d’estate ai malati e alle persone più fragili? Cosa fa il calore al nostro corpo? Un aumento di temperatura di 6 gradi, medi peraltro, cosa comporta d’estate? Facciamo l’ipotesi che le nostre estati passino dai 40 gradi che già oggi si raggiungono a 46 o 50 gradi, dato che si tratta dell’estate, cosa pensiamo che possa succederci?
    O se invece, scomparissero le estati e piovesse per sempre, cosa pensiamo che possa succedere? Certo avremmo una temperatura gradevole di solo una trentina di gradi, ma si sa che gli uomini hanno scelto di vivere tutti nelle foreste pluviali, no? È proprio il loro habitat preferito!Comunque sia un suggerimento agli scienziati ecosistemici di tutto il mondo mi sento di darlo. Vogliamo sapere se la Terra sta diventando più umida o più calda (che poi le due cose possono andare di pari passo)? Traiamo insegnamenti dai vecchi minatori che si portavano il cardellino in miniera. Vediamo che cosa ammazza le api: l’umidità o il caldo? Magari poi sapremo anche quale deve essere la soluzione specifica.

 

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In questa terza e ultima (per ora) parte, cercherò di esporre alcuni dei dubbi principali riguardo le conseguenze del riscaldamento globale, in primo luogo economiche – intendendo l’economia in senso spicciolo – e riguardo gli effetti sulla nostra organizzazione sociale in generale.

Tutta l’esposizione seguita fin qui è stata abbastanza approssimativa e semplicistica, quando non cialtrona, perchè l’argomento trattato è veramente fonte di infinite incertezze già per gli scienziati e tanto più per i comuni cittadini.

  • Esaurimento delle energie fossili: non abbiamo trattato questo tema fino a qua, non per dimenticanza, ma per tenere distinti i due problemi della futura crisi petrolifera e del riscaldamento globale. Il fatto che quest’ultimo sia causato dall’uso dei combustibili fossili porta a sovrapporre i due problemi, ma da un punto di vista descrittivo occorre cercare di tenerli separati il più possibile. La nostra società si basa sull’uso del petrolio. Il petrolio è la base di tutta la nostra corrente attività quotidiana. Dai mezzi pubblici a quelli privati, dall’illuminazione al riscaldamento, il petrolio e le altre energie fossili muovono ogni singola rotella della società. Sono però fonti energetiche finite e non rinnovabili e nonostante la grande quantità di queste ancora in circolazione, queste fonti ormai sono in esaurimento. Questa notizia è stata resa pubblica da un noto (ma non troppo) rapporto sovversivo a firma Wikileaks. Certo Assange non è proprio quella che si definisce una fonte (giornalistica) autorevole ed ufficiale, ma trattandosi di una materia così importante per la nostra economia è lecito ritenere che le fonti ufficiali mentano e che potenti haker organizzati siano invece riusciti a mettere le mani, per una volta, su informazioni attendibili. Cos’è che ha detto Wikileaks? Ha svelato che le proiezioni che l’Arabia Saudita dava a quei tempi (anni 2010) circa le sue riserve petrolifere erano bufale e che i loro giacimenti erano invece esauriti per i due terzi. Perchè la notizia era così importante? Chiaramente non c’è solo l’Arabia Saudita a produrre petrolio. Ma se il primo produttore mondiale improvvisamente si trova ad essere il decimo o l’undicesimo, qualche problema significativo al riguardo c’è.
    Dunque, da calcoli vari, fatti da vari esperti, sembra che sia vero che abbiamo superato la china e che le riserve di petrolio nel mondo siano state consumate per circa la metà. Al momento (negli ultimi anni), infatti, si trovano meno giacimenti di petrolio (calcolati in termini di barili) rispetto a quanti barili si consumino ogni anno. A questo c’è anche da aggiungere che molti di questi giacimenti necessitano ancora dei costi di investimento estrattivi e che, di loro, giunti al momento in cui il petrolio non servirà più nella quotidianità perchè troppo raro, per loro propensione i capitalisti neanche lo estrarranno più e che quindi queste riserve che sono la metà dello stock iniziale, nel futuro non verranno sfruttate pienamente, ma solo per circa la metà, forse i due terzi. Dopo di che i costi di estrazione diverranno insostenibili per i capitali privati e ci sarà, eventualmente, bisogno dell’intervento statale. Il tema dell’esaurimento del petrolio si sovrappone a quello del riscaldamento anche per l’aspetto delle soluzioni. Per quanto riguarda l’esaurimento del petrolio, infatti, ci si chiede: quali siano le energie alternative che lo possano compensare al 100% di modo da continuare a far funzionare almeno tutti gli altri rami di attività industriale e domestici? Dal punto di vista del riscaldamento globale, invece, ci si chiede quali siano le fonti di produzione di energie alternative al petrolio e non inquinanti (possibilmente non inquinanti in generale, ma almeno non inquinanti in confronto alla CO2)? Le soluzioni al riguardo sono poi le stesse, identiche e sovrapposte. A volte ascoltando il dibattito sul cambiamento climatico ed essendo consapevoli dell’esaurimento del petrolio, si ha la sensazione che i media parlino a suocera, perchè nuora intenda. Nel senso che ci rimbombano con la paura apocalittica del riscaldamento, per non farci pensare che il petrolio finirà. Forse le cose stanno così. Ma dato che i due dibattiti si sono invece sviluppati parallelamente e in maniera indipendente è irreale e illogico pensare che il dibattito sul cambiamento climatico sia solo una copertura di un problema diverso.Il fatto è che le due questioni esistono entrambe e ad entrambe si deve trovare una soluzione.E qui casca l’asino, e si rompe le ginocchia…
    A che punto siamo con le soluzioni?
    Sempre allo stesso.Raccogliere le idee per la stesura di questo articolo mi ha aiutato a scoprire come mai ho avuto sempre questa grande passione per l’ambientalismo: perchè le proposte di soluzione energetica alla crisi petrolifera continuano a sembrare uscite da un libro di fantascienza!

    Certo, la mia è una battuta e mi fa anche ridere, ma lo stato dei lavori è proprio quello. Parlano di nucleare, di fissione e/o di fusione. Parlano di idrogeno. Parlano del sole così ricco di raggi solari eppure così avido nel volersi fare intrappolare. Parlano di carbone pulito (che devo ancora capire cos’è, ma quasi di sicuro è una fregatura).

    Certo, qualcosa si potrà fare, ma niente servirà a sostituire il petrolio. E sarebbe anche ora che gli Stati se ne accorgessero, perchè quando il petrolio inizierà a scarseggiare, averne un po’ da parte servirà eccome per tante attività necessarie, ma impossibili senza petrolio. Pensiamo alla manutenzione dei gasdotti, che un po’ più a lungo del petrolio dureranno. Oppure, per amor del cielo, decidiamoci a scavare ‘sti cavolo di buchi sotto le catene montuose per metterci le scorie nucleari, che a nessuno conviene averle per strada quando non esisterà più benzina e impianti elettrici per tenerle sotto controllo.

    Forse queste cose già si fanno, ma non se ne parla.

    Io le ho pensate e pertanto le scrivo, ma chiaramente, mi aspetto che qualcuno ci stia già lavorando seriamente.

  • Scenari di soluzione: fra quanti propongono delle soluzioni c’è chi sostiene che il tema del riscaldamento vada affrontato seguendo due approcci e alcuni principi base. Gli approcci proposti sono quelli della pianificazione e della valutazione dei rischi; il principio “principale” è “chi inquina, paga” insieme ad altri, più motivanti, che invitano a vedere il cambiamento climatico come una grossa opportunità di fare del bene. Alcuni di questi temi sono diventati molto alla moda fra la nostra classe politica, tanto che, per fare un esempio, la decisione se costruire o meno opere inutili inquinanti, quale il TAP, viene demandata a una strategia economica che si basa sul calcolo dei costi. Non è proprio il calcolo dei rischi, ma ci si avvicina molto. Secondo questo approccio, dunque, si ritiene di poter razionalizzare in tutti i suoi aspetti il problema del cambiamento climatico e per ogni aspetto applicare una soluzione preventivamente studiata e pianificata, per far muovere cittadini e imprese come ingranaggi di un semplice meccanismo. Da un lato abbiamo gli scettici che negano che il riscaldamento del pianeta sia dovuto all’industrializzazione e al capitalismo (mai usare queste parole, molto meglio edulcorarle e dire che sono effetti antropici); dall’altro c’è chi sostiene che si, forse, disgrazia vuole che il riscaldamento sia dovuto alle industrie, ma non tutte, solo quelle inquinanti, e comunque non è certo colpa dei capitalisti, ma solo dello Stato e che quindi è quest’ultimo che deve porre rimedio. Però porre rimedio solo se questo non è di troppo disturbo ai capitalisti stessi, sopratutto a quelli tanto all’avanguardia. Se ci si chiede però quali siano queste aziende così virtuose il problema si infittisce, invece di chiarirsi. La questione principale è, a mio avviso, che finchè il tema viene discusso da eminenti scienziati – climatologi, biologi, ecologisti, etnografi, ecc… – e si limita a porre in relazione cause ed effetti in una sfera unicamente fisica e biologica le responsabilità e le possibili risoluzioni appaiono semplici, quando poi però si tratta di capire come passare dalla teoria alla pratica, quali soluzioni concretamente adottare e quindi ci si rivolge all’aspetto politico della questione le soluzioni si sciolgono tutte come neve al sole. Quando infatti in astratto si dice che si dovrebbe limitare l’uso di carburanti o del riscaldamento, tantissime persone in astratto pensano ai mille giri inutili che fanno con la loro macchina solo per non starsene chiuse in casa o ai 25 gradi che raggiunge la temperatura nelle loro abitazioni in pieno inverno e sono propense a ritenere facile la soluzione, ma nel momento in cui si arriva a dover mettere in pratica (o almeno a pensare) quali siano i cambiamenti veramente necessari, tutti si rendono conto che per evitare una catastrofe climatica si incorrerebbe in una catastrofe sociale ed economica di proporzioni ben più importanti. È questo il motivo per cui, alla fin fine, si vive il problema del riscaldamento climatico con quel senso di fine del mondo che spaventa tanto le classi dominanti, quanto quelle popolari. È come vivere fra l’incudine e il martello e l’unica cosa che viene richiesta alle persone normali e che cosa preferiscano che sia il martello: la crisi ambientale che minerà la nostra società partendo dalla distruzione del nostro habitat naturale o quella economica che distruggerà le classi popolari lasciandole prive di lavoro e di risorse economiche?Davanti a questa bellissima scelta, la maggior parte delle persone preferisce di gran lunga negare che esista un problema. E per questo motivo occorre riportarle alla coscienza, pur andando contro corrente.
  • Conseguenze economiche: se c’è una parola magica in grado di far smuovere le montagne è la quantificazione dei danni economici del riscaldamento globale: i danni economici saranno ingenti. Si parla di 5.000 miliardi di dollari. Forse al pari di una guerra mondiale, forse superiori.Mi sono sforzata di capire come abbiano fatto a individuare una cifra del genere, ma non ci sono riuscita. Perchè non sono riuscita a capire come abbiano fatto i conti, che cosa materialmente abbiano contato come “danni economici”, né se in questa cifra siano compresi solo quelli da cambiamento climatico o anche da esaurimento delle energie fossili. È comunque certo che “monetizzare” la questione del cambiamento climatico serve più a nascondere quali saranno i problemi, piuttosto che a “spaventare” descrivendoli sul serio.C’è poi da considerare che la critica al cambiamento climatico è legata a un certo modo di intendere i problemi dell’inquinamento e dell’attività industriale. Così se per una certa parte dell’opinione politica i problemi del riscaldamento e dell’inquinamento sono interconnessi, c’è da considerare che esiste una nutrita schiera di osservatori che sostengono che non si debba essere radicali nell’affrontare il dibattito sul clima, ma avere piuttosto un atteggiamento distaccato per valutare tutte le opzioni.Partiamo dalla questione agricola e alimentare (l’ABC della sfera economica). Abbiamo accennato, nella scorsa puntata, al problema della biodiversità e detto che il primo attacco sferrato e che ha modificato profondamente il primo settore dell’economia (come comunemente viene definito quello agricolo e alimentare) è stato inferto dal modello capitalista, inteso come modo di produzione.La produzione industriale dell’agricoltura è diventato il modo normale di coltivare: non si parla qui solo dei trattori – che pure sono importanti – ma anche della produzione estensiva, svolta spesso sfruttando le deboli economie delle ex-colonie; della produzione chimicamente trattata volta sia a distruggere qualsiasi organismo e parassita che sulle piante viva, sia a fertilizzare i terreni; della concentrazione di capitali in mano a poche ditte che posseggono il monopolio della vendita dei semi; della costruzione di regimi alimentari fortemente orientati a sostenere una dieta di proteine e grassi animali; della sproporzione nella distribuzione per cui i prodotti alimentari sono prevalentemente commerciati in zone ricche del mondo, mentre i mercati poveri si basano ancora sulla produzione per l’autosussistenza o comunque ci sono vaste fasce di popolazione mondiale che ancora soffrono la fame.I problemi al riguardo saranno belli grossi. I cambi di clima sia nella loro manifestazione di precipitazioni estreme (uragani, bombe d’acqua); sia per quanto riguarda l’aumento delle zone di aridità in cui si calcola vivano ancora circa 1 miliardo di persone; sia per quel che riguarda la trasformazione dell’habitat con l’arrivo di nuovi parassiti e malattie in climi che non li conoscevano causeranno grossi “danni economici”.Già su questo campo le battaglie politiche si sprecano: come produrre? Tornare al biologico sembrerebbe la soluzione più ragionevole, ma non scontata. Ci sono infatti apparati scientifici interi che premono per spingere ancora di più il processo di industrializzazione dell’agricoltura. La maggior parte della produzione è infatti in mano ad aziende capitaliste e queste hanno la capacità di rispondere ai problemi dell’agricoltura aumentando l’investimento nella produzione chimica e in quella geneticamente modificata. Il problema, sostengono, sarà quello di mantenere inalterato il livello di produttività della terra e anzi incrementarlo, giacché la popolazione mondiale sta ancora crescendo e ci sarà bisogno di sfamare molte persone in più, trovando il modo di fare fronte ai cambiamenti climatici. Un passaggio al biologico di massa, dal loro punto di vista, sarebbe deleterio, perchè la produzione biologica non è in grado di garantire gli stessi livelli di produttività per metro quadro.Il problema è reale. Io rimango però una sostenitrice dell’agricoltura biologica se non altro perchè offrirà lavoro a molta più gente. Certo i prezzi aumenteranno, ma tanto già oggi, stante il livello degli scarti (si buttano tanti prodotti alimentari quanti ne vengono consumati), molta gente non riesce lo stesso ad accedere al mercato alimentare pienamente. Quindi non mi pare proprio che produttività e prezzo siano tanto collegate.Altri effetti deleteri sul comparto alimentare si avranno nella pesca. Anche qui non c’è stato bisogno di aspettare il cambiamento climatico per mettere a repentaglio la capacità autoriproduttiva dei pesci. Già la pesca intensiva ha fatto grossi danni. Comunque il cambiamento climatico influirà sulle correnti, con cui i pesci si orientano nel mare e sul mantenimento delle barriere coralline che sono i principali ecosistemi del mare, ma che sono molto sensibili ai cambiamenti climatici. In sintesi: se spariscono le barriere coralline, sparirà anche il 60% dei pesci.Andiamo ora a fare una visita al problema dei danni causati dal maltempo. Gli uragani e le piogge torrenziali: c’è veramente bisogno di far notare cosa comporterà un aumento di questi in alcune zone della Terra? Per quel che riguarda i paesi che affacciano sugli oceani le manifestazioni sono ormai diventate evidenti. Le immagini di uragani che spazzano via città allagandole non sono solo quelle che arrivano dagli Stati Uniti, ma più sovente dalla zona indonesiana e asiatica. Si dirà: da quelle parti piove sempre. È vero. È da millenni che ci piove, ma se fossero stati posti tanto inospitali anche nel passato, la gente ci sarebbe lo stesso andata a vivere con tanta caparbietà? Ora non hanno altro posto in cui andare, ma siamo sicuri che sia sempre stato così?

    Poi veniamo a noi, alla nostra bella Italietta. Se tutto va bene a noi il riscaldamento climatico non dovrebbe dare troppo fastidio, la speculazione edilizia nel Sud Italia ha infatti largamente anticipato il riscaldamento globale e quindi le manifestazioni non saranno tanto evidenti. Certo al sud farà più caldo d’estate. In compenso il nord diventerà un po’ più tiepido seppure battuto dalle pioggie torrenziali. Il Chianti e l’olio di oliva spariranno, ma per il resto il massimo dei problemi, oltre quelli agricoli, saranno quelli del contenimento degli argini dei fiumi e della riparazione delle frane e basterebbe istituire un fondo per il maltempo per farci egregiamente fronte. Non che penso che verrà fatto, dico solo che basterebbe.

    Tasto dolente delle conseguenze del riscaldamento globale saranno quelle sanitarie. Nuovamente non c’è bisogno di aspettare il riscaldamento globale per dire che l’inquinamento ha causato danni alla salute. Gli stili di vita, la vicinanza a siti industriali, l’uso dei prodotti chimici in agricoltura; il traffico nelle città; l’uso dell’amianto nelle costruzioni e nella produzione; l’uso dei diserbanti e la lista potrebbe continuare: i morti sul lavoro, gli incidenti stradali, l’inquinamento delle falde acquifere, gli incendi nelle discariche e nelle fabbriche… Tutti questi non sono problemi che hanno a che vedere col riscaldamento. Però qualcosa cambierà, non so bene come, ma certo il clima è una variabile di una certa importanza nella qualità della vita delle persone.

    Quindi con questi problemi noi dovremmo essere arrivati ai 5.000 miliardi di danni. Come si vede, in gran parte, a parte quelli in agricoltura su cui si combatte una vera guerra d’opinioni, per il resto non sono problemi gestibili dal sistema capitalista perchè non garantiscono nessun profitto. Non solo non garantiscono nessun profitto all’iniziativa privata, ma non lo garantirebbero neppure con la mediazione di un intervento statale. È probabile perciò che non verranno affrontati. 5.000 miliardi di dollari di danni economici, se non costituiscono dall’altra parte un guadagno, si può star sicuri che non esistono.

  • Scettici del riscaldamento globale: torniamo nuovamente sulla questione degli scettici del riscaldamento globale, dato che il tema sembra affascinare una certa parte dell’opinione pubblica. Abbiamo già anticipato che la maggior parte di questi scienziati scettici vorrebbe far passare la tesi che il surriscaldamento del pianeta sia da attribuire all’attività del sole e non all’attività umana. A sostegno della loro tesi portano ad esempio il fatto che anche nel passato in varie fasi storiche dell’umanità e anche prima si sono avuti lunghi periodi di riscaldamento del pianeta, senza che questo potesse essere messo in relazione con un aumento della CO2, dato che erano fenomeni che si verificavano quando ancora l’attività industriale non esisteva. Inoltre, sostengono, che l’imprecisione delle analisi scientifiche sui possibili effetti del riscaldamento e l’entità di questo riscaldamento sono troppo alte perchè le si possa prendere veramente sul serio. Quanto alla prima obiezione io giudico scorretto paragonare studi su fenomeni ciclici naturali con quelli di quanti invece mettono in relazione lineare cause ed effetti dell’industrializzazione. Se si volesse al riguardo essere precisi i due approcci andrebbero integrati, invece di essere messi in contrasto l’uno con l’altro. Ma dato che gli scettici non fanno questa operazione, mi viene da dubitare che le loro rilevazioni scientifiche siano più di tanto attendibili, poiché il loro invito è quello a non considerare i dati statistici sulle temperature e a ignorare la relazione fra sviluppo industriale e aumento delle temperature medie. Per loro tutto è spiegabile con i cicli: si registra un aumento delle temperature medie? Ma, rispondono loro, negli ultimi 10.000 anni già ci sono state varie epoche di aumento delle temperature medie (dove e come, non è importante: gli storici gli dicono che era caldo a Roma e per loro evidentemente era caldo in tutto il mondo); c’è un aumento delle attività di cicloni e uragani? Ma, già nel passato recente, negli ultimi 100 anni ci sono stati fenomeni ciclici di uragani e cicloni. Due cicli diversi per spiegare un fenomeno che oggi si presenta insieme? Si, ma non è importante per loro. A loro basta dire che tutto quanto succede oggi è già successo, quindi non c’è niente di cui preoccuparsi. Quanto alla seconda obiezione, cioè accusare la scienza di non essere abbastanza all’avanguardia nella previsione dei modelli climatici e che le analisi oscillino nello stabilire i valori di aumento della temperatura media portiamo qualche obiezione. Intanto i dati non sono così imprecisi quanto vorrebbero gli scettici, dato che il riscaldamento già comprovato, medio mondiale, è di 0,8° centigradi a partire dal 1901. Inoltre mi sembra veramente infantile accusare gli altri di non saper prevedere nel dettaglio una cosa e per questa ragione dover negare che esista un problema. Se spiegassero come mai il ghiaccio non si riforma nell’inverno secondo i loro modelli e quand’è che tornerà a riformarsi, con certezza matematica, quella che contestano ai sostenitori del riscaldamento, allora li si potrebbe prendere sul serio. Ma così, incertezza per incertezza, è comunque più forte un’impostazione che preveda il principio di precauzione come approccio per studiare i fenomeni ambientali.Il fatto è che se si riuscirà a scongiurare il riscaldamento, gli effetti drammatici non si daranno mai a vedere e quindi non si avrà mai la controprova di chi avesse ragione, se non si riuscirà, allora si potrebbero valutare i pro e i contro delle due teorie. Ma se la teoria sul riscaldamento ciclico è sbagliata, poi indietro non si torna tanto facilmente.Anche se, nel caso avessero ragione, il loro punto centrale sarebbe quello di dire che è sbagliato limitare l’espansione industriale per questo motivo e che dovremmo continuare a fare come ci pare al riguardo, tanto effetti deleteri non ce ne sono: la natura della Terra si regola benissimo da sé, mentre per il sole non si può far niente.È un po’ sempre il solito discorso: a chi giova un’impostazione di questo tipo? Di quali gruppi economici fa gli interessi? Che diano sinceramente una risposta a questo quesito, lo comprovino con fatti scientifici e verranno presi seriamente. Altrimenti la comunità scientifica continuerà comunque a raccogliere i dati per come si manifestano.
  • Tentazioni capitalistiche: è in corso una mediazione mondiale sul tema della sostituzione del petrolio. Chi lo vuole sostituire al 100% mantenendo inalterata la produzione attuale è disponibile ad usare come sostituti: l’energia nucleare; il bio-combustibile che però sottrarrà terre all’agricoltura; e un mix energetico di fonti rinnovabili non tutte sicure, come nel caso della geotermia o della combustione dei rifiuti. Il solare è ancora fuori gioco, non solo per cattiva volontà, ma per via di un calcolo che è stato fatto: la quantità di energia necessaria per costruire i parchi fotovoltaici (produrre i pannelli, manutentarli, installarli e smaltirli quando saranno da sostituire) è superiore alla quantità di energia che questi pannelli potrebbero produrre! Si dice infatti che hanno una durata di vita media al momento di una ventina d’anni e in questo lasso di tempo, a livello industriale, non offrono pertanto un vantaggio energetico vero e proprio.Comunque da questo mix energetico dovrebbe restar fuori il carbone. Che dire? C’è per caso da credergli? E anche fosse, è mantenere inalterato il nostro stile di vita che vogliamo? E di che stile di vita parliamo? Perchè se c’è una cosa che manca nell’analisi comune sul riscaldamento globale è un’analisi di classe. Ogni tanto si accenna al problema che se si aumentano le tasse sui combustibili fossili saranno i poveri a subirle di più perchè sono quelli che già oggi sono più propensi a tagliare sulle spese del riscaldamento domestico o l’alimentazione a base di carne, o l’uso della macchina privata per andare a lavoro. Ma la questione andrebbe anche ribaltata nel senso che sarebbe da chiedersi almeno, quanto spendono le masse popolari in termini di CO2? Ora, a bocce ferme, con la crisi non ancora dispiegatasi, quanto consumano mediamente i singoli membri delle masse popolari in termini di CO2? Perchè il mio sospetto è che consumino molto meno degli altri. Dei capitalisti intesi come persone, ma del Capitale in generale inteso come entità a se stante. Facciamo questo di conto e se si ottiene che estendendo il loro consumo medio a tutta la società si potrà restare nei limiti di un aumento a 2° allora il problema si mostrerebbe come un problema di classe. Quella climatica non sarà una sciagura del Sistema inevitabile quanto alle cause e agli effetti, ma una sciagura con responsabili ben precisi. Magra consolazione, ipotizzare che non siamo tutti nella stessa barca, ma probabilmente vera.

Ultima annotazione, non so quanto veritiera. Sembra che non sia vero che il SUD del mondo se ne freghi del riscaldamento globale. Dato che colpirà più duramente le loro economie, sembra invece che siano quelli più preoccupati. Studi scientifici hanno riportato dei sondaggi da cui sembra che il 47% di queste popolazioni consideri il tema del riscaldamento il problema più grave sulla scena politica. In Occidente si raggiunge a malapena il 15%, forse ora, in Germania, il 20%, ma siamo comunque parecchio indietro nella consapevolezza generale.

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