Sono passati 3 mesi dalle mobilitazioni dell’autunno e ancora mi sembra di essere nelle piazze con milioni di altre persone a camminare fianco a fianco.
Le giornate dell’autunno caldo sono state incredibili, difficili da spiegare le si può solo raccontare, in una sorta di racconto condiviso che non sappiamo dove arriverà.
Per chi in piazza è sceso fin dall’inizio di questi anni di guerra in Palestina è difficile individuare un momento in cui dire: prima eravamo solo noi, poi siamo diventati milioni. Ma per non andare troppo a ritroso con le connessioni di causa-effetto o di prima-dopo forse il momento in cui parte il racconto è con la partenza della flotilla dall’Italia.
La flotilla spagnola era già partita e tornata indietro per maltempo, poi partita di nuovo per approdare in Tunisia. Intanto in Italia si temporeggiava e ritardava la data della partenza. Gli aiuti erano stati raccolti, i moniti e gli strali contro Israele lanciati e sui territori si facevano i primi presidi in piazza.
La prima manifestazione: “Ma quando partono?” “No, io non ne voglio sapere niente di questa cosa qua, sono troppo in ansia.” “Sappiamo quanto ci metteranno ad arrivare? A noi non arrivano informazioni.” “Noi abbiamo le stesse informazioni, non ne sappiamo di più.”
In piazza per la Palestina, la piazza si divide. I ragazzi, esagitati, partono a cantare e partono da soli. “Ma dove andate? Ma che fate?”
Poi l’assemblea dei portuali. “Oh ma questi fanno sul serio!”
Ogni giorno siamo in strada. Troviamo i posti dove andare a fare volantinaggio e impezziamo la gente. Ma veniamo impezzati a nostra volta. “C’è anche un mio amico sulle barche, una persona importante, non gli faranno nulla perché sono troppo importanti.” “Veramente sono già stati attaccati e anche se Israele non ha rivendicato, secondo me sono stati loro. Mi scusi, ma forse non ha capito chi sono quelli di Israele.”
“Ma se colpissero solo quelli di Hamas si capirebbe, ma così.” “Veramente questo non mi sembra il tasto giusto da cui iniziare una conversazione fra persone civili.” “Certo che anche loro, come fanno? Hanno subito un genocidio ed è incredibile quello che stanno facendo a Gaza.” “Meglio.”
Poi ci sono le comunità migranti: anche noi, anche da noi son successe cose terribili, per questo bisogna stare a fianco dei palestinesi. La pace è l’unica via. Dio sia con voi, anzi no: Dio è con voi!
E meno male, che abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile.
“Se il presidente della Tunisia era un uomo doveva dichiarare guerra a Israele, hanno attaccato casa sua.” “No, guarda, non funziona così. Contro Israele non parti da solo, uomo o non uomo che tu sia, serve organizzazione”.
Poi la tendata, le manifestazioni in piazza di sera, il rientro a casa e poi svegli ogni notte a leggere le notizie.
A lavoro tutti i giorni, ma nessuno fa niente. Siamo a fine anno e bisogna stringere sulla produttività, ma no c’è da bloccare tutto, quello che succede in ufficio non è importante. Fino a che, anche lì tutti parlano di Palestina. “Luana, che si dice? Parlaci un po’ dell’USB. Fate un altro sciopero, ma non sarà troppo?” “Non so, ma che dovrebbero dire quelli della logistica che scioperano ogni volta che c’è bisogno.”
Non tutti certo, ma ne bastano anche pochi per far capire che lo sciopero è una cosa importante.
Basta così, non mi metterò a scrivere dei “giorni che sembrano anni”, come detto si può solo raccontarlo e se volessimo raccontare tutto per scritto qualcosa comunque si perderebbe.
Allora teniamocelo per noi, ma teniamocelo stretto.
Ci sono però alcune cose importanti che sono venute fuori da questi mesi di mobilitazione e tenere unito il punto di vista personale, individuale, unico per ogni persona e l’analisi politica e collettiva è uno dei problemi più importanti da risolvere per portare avanti questa battaglia.
Allora: quando è che ci siamo contati e da essere “solo noi” siamo diventati milioni?
Ci sono tantissime risposte e non una sola, neanche una prevalente. Partiamo dal solo noi che è sceso in piazza in questi anni e se lo guardiamo bene, vediamo che in piazza hanno manifestato persone praticamente ogni settimana in decine di piazze e già così questo “solo noi” perde un po’ di esclusività. Per due anni la mobilitazione ha retto e la caratteristica che ha avuto non è stata solo di “reggere”, ma via via di crescere in partecipazione.
Inoltre non ci sono solo le piazze. Le piazze e le manifestazioni per molte persone sono luoghi ideali a cui ci si unisce solo di rado, perché di loro, le piazze e le manifestazioni sono sempre politicamente connotate e quindi identitarie. Manifesti contro Israele e in solidarietà con la lotta di liberazione palestinese, certo, ma dentro ci metti la critica all’UE, alla NATO, alle multinazionali delle armi, alla finanziarizzazione dell’economia, al colonialismo e all’imperialismo, al fascismo e al governo Meloni, ecc. ecc.. Le persone da fuori considerano metà di questi temi pure astrazioni se non proprio fantasie. Non scendono in piazza, ma già sono attive: cercano finanziamenti per gli aiuti umanitari, o fanno reading, o invitano la comunità palestinese a parlare, organizzano concerti, lezioni in classe e partite di calcio in solidarietà con la lotta per la Palestina. Sono attivi, ma non scendono in piazza tutte le domeniche.
Poi in piazza si ritrovano anche quelle persone che per la Palestina non hanno mai fatto niente di specifico, ma che si ricordano delle manifestazioni in solidarietà con l’Intifada. La prima e la seconda che da qui non ci vediamo tutte queste differenze. E contro il muro dell’Apartheid. E contro i massacri annuali nella striscia di Gaza. Sono 70 anni che Israele semina terrore in Medio Oriente e sono 70 anni che la comunità solidale scende in piazza.
La maggior parte delle volte la gente scende in piazza per un evento specifico, si informa, studia la storia della Palestina, ne scopre il guazzabuglio ideologico e degli interessi economici che ci stanno dietro, capisce che è impossibile da risolvere e, se anche in cuor suo vorrebbe vedere i palestinesi liberi, se ne torna a casa, convinta di aver fatto comunque tutto il possibile per aiutare.
Così ragionando, tanti, tantissimi, finiscono anche col pensare che sarebbe meglio agire in modo tale da chiedere ad Israele di comportarsi un po’ meglio coi palestinesi. Che la politica debba fare questo e che magari i palestinesi nel frattempo potrebbero anche esagitarsi un po’ meno, per non provocare Israele.
Ci si culla un po’ in queste posizioni, si spenge l’attenzione sul problema palestinese e quando dopo qualche mese o anno al TG si sente dire che hanno sparato a dei manifestanti, che un razzo è caduto senza fare vittime, che un attivista è morto sotto un carro armato, che hanno lanciato un’operazione militare contro le postazioni dei terroristi, ecc.. si rafforza l’idea che non ci sia soluzione e si chiede ad Israele di comportarsi meglio, certi dentro di sé che prima o poi una democrazia la strada la trova per evitare la guerra civile.
Ci sono le comunità solidali, quelle palestinesi, ma non solo. Ci sono solidali di ogni nazionalità. Certo oggi che è scoppiata la guerra ci sono e un mese dopo non si vedono più. Perché non scendono più in piazza a difendere i loro fratelli e sorelle mussulmane? È facile, da fuori, dire agli altri di partecipare, ma quando tutto il mondo per decenni ha parlato dell’islam come di una religione che semina terrore, creatrice dell’ISIS e della jihad, è difficile poi mostrarsi in pubblico. Anche fosse per dire noi non siamo quella cosa là che dicono ai TG. Oppure: certo lo dicono sempre, ogni volta che ci parli faccia a faccia “noi non siamo estremisti”, ma gridarlo nelle piazze è tutto un altro paio di maniche. Inoltre le comunità in Italia sono tutte giovani, il radicamento è poco e prima di scendere in piazza c’è da pensare a portare la pagnotta a casa. Anzi c’è proprio bisogno di trovarsela e tenersela stretta una casa e la Palestina è lontana e i problemi quotidiani invece sono vicini. I palestinesi stessi, ormai si sentono più italiani che palestinesi. Il diritto al ritorno? Sicuramente è importante, ma anche quello di essere italiani non è mica da disprezzare. La vita va avanti e la Palestina è solo una terra sfortunata da cui si è scappati.
Infine ci sono i neofiti. Quelli che hanno fatto sciopero per la prima volta. “Ah no, io non ho scioperato, ma sono andata dal mio datore e gli ho chiesto un permesso, è un mio diritto.” “Anche lo sciopero lo è.” “No sciopero, io non lo faccio, ma ho chiuso la serranda e sono sceso in piazza con voi, tanto quel giorno lì nessuno sarebbe venuto a comprare niente.” “Io tengo aperto, ma solo per rifocillare i manifestanti.” “A scuola non ci andiamo e lo faremo ancora”. E ancora e ancora.
Ecco tutte, queste persone qui della Palestina che cosa sanno? Perché che si siano indignate, incazzate, rivoltate contro il genocidio è certo, ma nel concreto cosa sanno? E in questa domanda qui ci sta la spiegazione del perché ci voglia tanto tempo per capire da che parte stare, perché in realtà la storia della Palestina e del conflitto arabo-israeliano è lunga e non è facile da mettere insieme. Le cause con gli effetti. I prima con i poi.
Ma a queste cose bisogna dar risposta e non è facile.

Il 2026 si apre come l’anno in cui i tentativi di Israele di agitare lo spettro del terrorismo si faranno più intensi che mai. Esaurita la carica militare, devono creare una montatura tale da poter cancellare la memoria delle persone.
La memoria infatti, come tutte le ricerche sociologiche degli ultimi decenni hanno mostrato, è un campo molto problematico dell’uomo e della società moderna. L’iperstimolazione informatica degli anni moderni, in combinazione con la venuta meno di quelle tecniche narrative collettive che invece i popoli pre-moderni conservavano (il racconto accanto al focolare a tarda sera, la lettura collettiva, ecc..), distrugge le capacità mnemoniche o almeno, sensibilmente le ostacola. Nell’epoca pre-moderna il problema per il popolo era venire a sapere le notizie, le quali viaggiavano “per sentito dire” e molte volte suonavano letteralmente come cose che riguardavano un altro pianeta (non così però l’unità d’Italia, per esempio, che fu vissuta dal popolo quasi con la stessa importanza che gli attribuiva la borghesia). Oggi al senso di menefreghismo del “non mi riguarda, sono cose che accadono su un altro pianeta” si è aggiunta anche una difficoltà di mantenere memoria delle cose.
Si parla tanto di guerra informatica, cyber guerrieri, ecc…, non si tratta di guerra, ma di marketing. L’unica cosa in cui il comune cittadino è perfettamente educato è l’abito del consumatore e applica le uniche regole che gli sono del tutto familiari anche al “mercato” dell’informazione. Quello che non passa in TV, che non va sui giornali, che non viene raccontato in classe, semplicemente cessa di esistere. Non perché non sia mai esistito, ma perché sul “mercato” dell’informazione esiste qualcosa di meglio.
Ma oggi no, il mondo dell’informazione non può proporre altro panorama che la guerra e se smette di fare la guerra, allora non può proibire di parlare di solidarietà. È un circolo vizioso, ma è il loro circolo vizioso.
Quindi il 2026 si apre con presagi foschi per quel che riguarda la lotta in solidarietà col popolo palestinese e le lotte sociali in generale. E un po’ di sconforto è nell’ordine delle cose che si affacci anche nei nostri pensieri.

Brano tratto da Mahmud Darwish, Diario di ordinaria tristezza, 1973. Ed. Feltrinelli 2024:
… Nel nastro, il preludio di un cinguettio d’uccelli. Dieci di mattina, gli uccelli non prendono posizione né hanno interesse. Pochi minuti dopo, un rombo d’aerei: all’improvviso siamo in guerra. Tra un attacco e l’altro continuano a cinguettare.
“Perché?”
“Perché non capiscono la politica.”
“Non hanno istintivamente paura della morte?”
“Si, ma sanno che gli aerei non li colpirebbero mai su quest’albero.”
“E come mai?”
“Forse sono venuti con ali finte.”
“Credici oppure no. Li ho sentiti con le mie orecchie, questo è il nastro”
“Cos’altro hai sentito?”
“Che Hong Kong non sarà terra di rivoluzione.”
“Nessuno lo richiede.”
“Dov’è il tuo corpo?”
“Sotto i miei vestiti.”
“Quali sono i suoi confini?”
“Quattro date: a sud il 15 maggio 1948, a est novembre 1956, a ovest il 5 giugno 1967, a nord settembre 1970. Questi sono i confini del mio corpo.”
“Porti granate?”
“No.”
“Che cosa porti allora?”
“Sono imbottito di rabbia.”
“Perché vivi?”
“Per tornare alla mia patria.”
Questo è il problema: non è importante portare armi per strada, nel campo profughi o in casa, finché, come hai confessato, porterai questo corpo imbottito di rabbia, potrai esplodere e coinvolgere gli arabi. Non dimenticare che Hong Kong non è terra di rivoluzione. Lascia che ti dica che finché tu sei qui anche la Palestina è qui. Alla Palestina è proibito essere oggetto di discussione palese, perché il nemico si arrabbia moltissimo. Hai capito?
“Questa è la mia scelta e il mio destino. Se mi liberassi della scelta non mi libererei del destino.”
“Vai negli stati arabi che basano la giustificazione del proprio governo e della propria legittimità sulla priorità della causa palestinese. Altrimenti non ti rimane che commerciare in biancheria intima o fare il portiere di un appartamento arredato. Perché il nemico è arrabbiato, molto arrabbiato. La nostra casa è di vetro.”
“Sono nato qui. Non sono un profugo. Da un quarto di secolo sono nato qui. Non sono un profugo. Hong Kong non è terra di rivoluzione. Non sono un profugo. Ma perché dovrebbe esserlo Saigon?”
“Perché il nemico è arrabbiato”
“Dove andrò allora?”
“Vai alla rivoluzione araba.”
“Dov’è?”
“Non lo so.”
Ho ascoltato il resto del nastro: i rombi degli aerei e delle bombe si mischiavano ai cinguettii degli uccelli…












