
Di nuovo, come già questo autunno, un certo quantitativo di barche partiranno verso Gaza per rompere l’assedio che le autorità israeliane impongono a quel quadratino di terreno fin dal 2007.
Mentre la missione dell’autunno si svolgeva in pieno stato di guerra proprio nel territorio della striscia di Gaza, oggi invece la guerra in medio-oriente imperversa ancora, ma come un’onda si è spostata a un’altra riva e a Gaza vige ora un precario cessate il fuoco.
Dopo quasi vent’anni il blocco imposto da Israele a Gaza nel 2007, in seguito alla vittoria di Hamas nelle elezioni locali, non si è affatto alleggerito.
In un primo momento, nel 2007, il blocco aveva coinvolto solo i traffici entro le 12 miglia e quindi riguardava prevalentemente i commerci di Gaza con l’estero. Ovviamente Gaza non era un grande porto del Mediterraneo, quanto partiva da Gaza era esclusivamente prodotto in loco e quanto vi arrivava serviva solo al consumo della città in sé e per sé. Non essendo un blocco che comportava intralcio alle rotte internazionali, il mondo se ne disinteressò. E a parte qualche testardo scrittore italiano che lo riteneva inaccettabile e qualche condanna pro-forma in sede ONU il fatto passò inosservato. Mentre Israele tagliava i rifornimenti e i contatti isolando e rinchiudendo nella più grande prigione del mondo oltre un milione e mezzo di persone, il mondo guardò da un’altra parte.
D’altra parte, che cosa si poteva fare?
Pochi anni dopo nel 2008 in una città assediata e impossibilitata a crescere si abbattè il primo di 7 attacchi di rappresaglia israeliana. L’operazione a cui venne dato l’esplicativo nome di “piombo fuso” bombardò i quartieri della città incessantemente per 23 giorni di fila.
Fu la prima guerra a Gaza in questo stile.
Certamente in nessuna guerra i bombardamenti sono mai belli o giusti o necessari e ogni volta sono un atto di violenza immotivato, ma in quell’occasione si trattava di bombardare persone che non solo non potevano nascondersi, ma che non sarebbero neppure potute fuggire.
Bisogna immaginarsi la situazione: una città piena di vita, di persone – in gran parte giovani adulti come si direbbe oggi – che cercava il suo modo di esistere nell’assedio, impegnata nelle attività in cui ogni città è impegnata: lavoro e produzione, ma anche attività culturali di ogni tipo. Dall’arte allo sport, Gaza viveva una primavera confusa e contradditoria, ma comunque autonoma e indipendente. Bambini che andavano a scuola e famiglie impegnate a stare in piedi in una situazione che non dava possibilità di fuga. Insieme a contadini e pescatori che rifornivano i mercati interni. Unica prospettiva per il futuro: la resistenza e la speranza nel buon esito delle azioni diplomatiche per liberarsi dall’occupazione. Un contesto di vita semplice che a un certo momento viene travolto dalle bombe.
In realtà non c’è bisogno di immaginarsi alcunchè, perchè c’era un giornalista che scriveva e raccontava tutto. Si chiamava Vittorio Arrigoni e scriveva per il Manifesto reportage quotidiani in cui descriveva ogni giorno i bombardamenti e le azioni della popolazione civile per farci fronte, con lucidità e trasporto.
Il bilancio dell’operazione costò oltre 1400 morti palestinesi e 0 israeliani (forse 1 o 2 inciampati per strada mentre salivano sui bombardieri).
Pochi anni dopo nel 2011 Vittorio Arrigoni venne assasinato da un gruppo di estremisti islamici.
Con la morte di Arrigoni le luci su Gaza iniziarono ad affievolirsi.
Arrivavano ancora notizie: si sa per esempio che il mare venne limitato ulteriormente a 6 miglia dalla costa. I pescatori si lamentavano, dicevano che così vicino alla costa non c’era pesce a sufficienza. Infine l’attività stessa della pesca venne di fatto proibita.
Il blocco veniva motivato sempre con la solita scusa: non si sapeva se le barche nei mari gazawi portavano armi ai terroristi, ma invece di controllare le imbarcazioni e lasciarle o meno passare, gli sparavano direttamente addosso.
Il valico via terra che confina con l’Egitto invece subiva addirittura un doppio controllo: sia da parte delle autorità israeliane che da quelle egiziane. Qualche palestinese residente, qualche Organizzazione Internazionale, qualche ONG riusciva a passare, ma per il resto, per la gente comune, era impossibile raggiungere o commerciare con Gaza e così continuerà ad essere fino ad oggi.
Oggi, nel 2026, a 5 mesi dal precario cessate il fuoco firmato dopo due anni di massacro ai danni dei palestinesi, la società – cosidetta – civile non è ancora riuscita ad entrare nella striscia di Gaza a vedere che cosa è successo veramente in questi due anni.
Sono infatti entrati nella striscia solo alcune squadre (piccole e poche) dell’ONU e di ONG, con grandi limitazioni. Forse qualche tecnico o ingegnere internazionale per aiutare con i primi lavori di stabilizzazione delle infrastrutture. Ma un popolo che ha subito una situazione di guerra come quella descritta dai giornalisti negli ultimi due anni, ha bisogno anche di semplice calore umano internazionale e questo è sicuramente uno degli obiettivi più importanti di questa missione.
Inoltre, pur credendo a quanto emerso dalle immagini e dalle notizie che sono state inviate da Gaza negli ultimi due anni, c’è comunque bisogno di garantire una pluralità delle fonti di informazione. Fra le persone che non ricevono permessi per stanziarsi a Gaza, infatti, ci sono proprio i giornalisti internazionali. I quali invece sono più che ben accetti nelle città israeliane. E quando si proibisce all’informazione di verificare le notizie è bene domandarsi come mai questo avvenga.
Certamente la missione, così congeniata, risulterebbe dunque un po’ vaga negli obiettivi ed è molto probabile che nonostante le difficoltà che sta attraversando lo stato sionista di Israele in questo periodo, non sia così indebolito da non riuscire a fermare la missione (ma comunque è necessario tentare) ed è probabile che ritenga la nostra missione anche pericolosa da un punto di vista politico.
È bene rispondere anche a questa obiezione: ovviamente la missione è formata da attivisti di varie parti del mondo e della società civile e che pertanto portano anche un punto di vista politico. Ma questo punto politico è stato più volte dichiarato ed è riconosciuto dalle convenzioni internazionali: chiediamo il riconoscimento e l’autodeterminazione del popolo e dello Stato palestinese, secondo le regole del diritto internazionale, ma non accettiamo che vengano applicate norme che usano la ragione del più forte per imporsi.
Per tutti questi motivi dovremmo sostenere la missione primaverile della flotilla per rompere il blocco su Gaza e sulla Palestina.







