
Senza voler dare risposte, senza pensare che esistano soluzioni semplici, senza ritenere tutto sbagliato di quanto accaduto fin’ora, né tutto molto semplice vorrei avanzare qualche riflessione.
Fra poco più di un mese iniziano una serie di anniversari e appuntamenti importanti, l’autunno 2026 sarà l’anniversario delle giornate di lotta dell’autunno 2025, sarà l’anniversario della farsa del cessate il fuoco nella striscia di Gaza, sarà l’anniversario dell’inizio del genocidio. Quasi tutto simultaneamente.
Viviamo in un periodo in cui gli strumenti della contro-rivoluzione e della repressione si sono fatti molto efficaci nel colpire il movimento politico di opposizione. Quel movimento politico che per me ha delle caratteristiche di un certo tipo: è fatto da pratiche e da analisi che non accettano la delega nella soluzione delle vertenze, né la compatibilità al ribasso in termini di diritti sociali e civili e sopratutto in termini di diritti economici. Cosa che si può tradurre facilmente in uno slogan: non un soldo, non un muscolo di forza lavoro per il capitalismo.
Il che non significa rifiutare il mondo reale, cioè i rapporti reali di produzione in cui siamo immersi, ma solo non considerare il mantenimento di questi rapporti reali un obiettivo da perseguire con l’azione politica.
Sembrerebbe scontato, abbiamo letto mille volte e condiviso l’idea che il comunismo è il movimento pratico reale che trasforma e infine abbatte lo stato di cose presente. Eppure la compatibilità delle nostre rivendicazioni con l’ordine vigente è un sottotraccia sempre presente nelle nostre proposte di alternativa e da ultimo lo abbiamo visto per esempio con la battaglia per il referendum sulla magistratura.
Quando mai la magistratura è stata amica delle lotte sociali? E sicuramente la magistratura è uno dei principali strumenti che mantiene inalterato lo stato di cose presenti.
Eppure, molti di noi, si sono svestiti del ruolo di rivoluzionari e hanno fatto campagna elettorale per difendere la magistratura. Non tutto il movimento politico di opposizione, qualcuno si è opposto anche alla battaglia sul referendum, ma la maggior parte se ne è associato. Questo perchè nella Costituzione c’è una parte di storia che riconosciamo come una conquista del movimento operaio e popolare e per non perdere quella accettiamo anche la parte che invece ci attacca e ci scatena contro la repressione.
La accettiamo, ma non la difendiamo.
Non vogliamo letteralmente preservarla, solo sopportarla.
Anche così delimitando il campo ideologico, cioè in confini che sono abbastanza ampi, non si può però arrivare a ricomprendervi al suo interno tutta la gente che è scesa in piazza nelle mobilitazioni dell’autunno passato.
Allora, come è venuto fuori quel movimento?
Credo che la miglior rappresentazione di quel movimento sia quella della rete: ognuno di noi è un nodo di questa rete e ogni nodo è in relazione solo con un numero limitato di altri nodi, ma tutti i nodi insieme fanno appunto una rete.
Semplice.
E una rete, da che mondo è mondo, serve a prendere dei pesci.
Che poi subito lasceremmo andare come fanno i bambini quando vanno a pescare le prime volte.
Nessun movimento poi è replicabile. Ed anzi penso che dovremmo opporci all’ambizione di replicare il movimento dell’autunno 2025, per vari motivi.
In primo luogo perchè se prendiamo a riferimento una piazza, rischiamo di idealizzarla ed avere un’ideale della lotta come metro di riferimento non è sempre un bene. Una lotta può essere motivo di esperienza, non dovrebbe trasformarsi però in un’ideale.
Si fa così e non si fa in altro modo.
Un altro motivo per cui non dovremmo tentare di replicare le piazze dell’autunno è appunto che quelle piazze non è detto che fossero senza limiti. Alcune analisi sono state fatte di quel movimento. È stato detto, per esempio, che il limite di quelle mobilitazioni è stato di non avere alla sua testa la classe operaia. Diciamo pure la classe lavoratrice per essere più inclusivi, ma comunque quella parte di popolazione che tiene in piedi questo paese e che oggi è fra l’altro in buona misura composta da immigrati (circa un 20-25% della forza lavoro è di origine non italiana) e che è la parte di popolazione più interessata a migliorare le proprie condizioni di vita, a dare una spinta alla lotta di solidarietà col popolo palestinese in chiave politica e rivendicativa.
Quindi se non si tratta di replicare ritualmente le piazze dell’autunno 2025, che cos’è che dobbiamo fare?
Qui segno alcune risposte che penso possano tornare utili, anche se non hanno una dimensione immediatamente pratica.
1- Fermare il genocidio in Palestina rimane un obiettivo ancora necessario. Sappiamo benissimo cosa accade ogni giorno nella striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano. E se anche possiamo dubitare di tutto, è certo che la richiesta delle piazze dell’autunno era come minimo quella di fermare il genocidio.
Ovviamente non dobbiamo essere riduttivi. Nelle piazze dell’autunno l’obiettivo immediato era chiaro, ma non così la coscienza e il livello di informazione delle persone che vi hanno partecipato. Questa rivendicazione è però passata chiaramente nei termini generali, a cui bisogna dare poi declinazioni pratiche più cogenti e operative. Che vuol dire fermare il genocidio? E sappiamo anche questo: significa interrompere i bombardamenti, far retrocedere i militari e i coloni, rompere il blocco nella striscia di Gaza. E poi ancora servono declinazioni ancora più pratiche e operative.
Inoltre “fermare il genocidio” non è la nostra unica rivendicazione in merito ad Israele e alla Palestina.
Ma quale che sia il dettaglio delle rivendicazioni che ci poniamo, dobbiamo tenere la battaglia per la Palestina come parte non contrattabile delle nostre rivendicazioni più generali.
Nella vastità delle cose che dobbiamo conquistare, fermare il genocidio, esprimere solidarietà alla resistenza palestinese, deve restare una parte centrale della nostra azione politica.
E questo anche laddove i lavoratori non siano d’accordo con questa cosa.
In questi mesi infatti può sembrare che si sia verificato un arretramento delle rivendicazioni della classe operaia sulla Palestina e che oggi richiedano più tradizionalmente una difesa dei propri diritti e salari. Io non credo che le cose stiano proprio così e penso che sia più il senso di impotenza che spinge le persone ad abbandonare il terreno della solidarietà e della lotta.
Inoltre c’è da considerare che eccetto l’autunno 2025 e fino ad allora, la costruzione della solidarietà ha incontrato tantissimi ostacoli. E in particolare quelli legati alla scarsità delle informazioni della stampa main-stream che diventava difficoltà di tracciarsi un quadro mentale chiaro dello scenario palestinese e delle connessioni che c’erano fra il nostro e gli altri paesi occidentali e quanto accadeva nella striscia di Gaza. E questo senso di inconsapevolezza che porta poi all’indifferenza fino anche ad allontanarsi dalla solidarietà, non è scomparso dopo l’autunno 2025, ma anzi cerca di nuovo di farsi strada e farsi sentimento diffuso prevalente.
Poichè creare una rivendicazione chiara sul tema non è cosa che possa essere demandata in toto alla coscienza individuale è necessario tenere comunque al centro delle rivendicazioni generali la lotta per la Palestina.
Io almeno la vedo così.
2- E come lo facciamo? Anche qui, non ci sono risposte semplici. Da un lato ci sono gli obiettivi politici sulla lotta palestinese: fermare i rapporti di collaborazione con Israele, organizzare la solidarietà umanitaria, fermare la corsa al riarmo. Dall’altro ci sono le legittime richieste del popolo palestinese: il diritto all’autodeterminazione e il diritto al ritorno.
Insomma… dirò una cosa scontata: serve organizzazione. Serve una parte organizzata per il tutto. E serve ascolto di quello che ci chiedono i palestinesi.
Questo limita le nostre forze? Disperde energie preziose in una lotta che già ha impedito alla classe operaia di occuparsi di se stessa per oltre 3 anni? Quasi sicuramente si, però è una cosa che bisognerebbe lo stesso tentare. Se ci sono veramente le forze per provarci e io questo non lo so.
3- Infine una cosa importante da fare è tenere aggiornate le comunità di quello che facciamo. Come sappiamo la solidarietà verso la Palestina si esprime principalmente nelle comunità migranti e se anche non è questione che riguardi solo loro, ma che, come detto, deve essere messa al centro di tutte le nostre rivendicazioni quotidiane, è certo che per molte comunità immigrate la bandiera palestinese è un simbolo di internazionalismo molto più sentito rispetto alla falce e martello.
E anche nelle piazze lo si è visto distintamente: quando le comunità partecipano le piazze scoppiano, quando non ci sono le piazze sono lo stesso efficaci, ma rimangono a parlarsi un po’ addosso.
E come mai i migranti non partecipano tanto spesso alle manifestazioni?
Qui la risposta la lascio aperta, ma quello che mi interessava sottolineare è che tenere aggiornate le comunità è fondamentale. Ovviamente se non li aggiorniamo direttamente sono più che capaci di informarsi da soli, ma il legame è meglio che sia a doppio senso e che ci siano spazi dedicati di discussione (penso per esempio a dei volantini, non a cose mega-elaborate).
Altro da dire non ho.







