Uno spazio privato

Questo spazio virtuale è stato recentemente ripulito di tutti i vecchi post.

Alcuni post erano risalenti a più di 10 anni fa, provenienti dal precedente blog che avevo su una piattaforma commerciale e ricopiati su questo. La maggior parte invece erano stati scritti su questo server a partire dalla pandemia da covid-19.

In ogni caso appartengono a un’epoca della mia vita in cui: 1- ero più giovane, ovviamente. 2- seppure ero sufficientemente cinica, non ero ancora disperata.

Il cinismo, fino a tutto il periodo della pandemia, era una risposta adeguata al contesto socio-economico dell’epoca e io lo utilizzavo a piene mani.

Individualmente la pandemia è caduta nel periodo in cui, alla tenera età di 35 anni e oltre, avevo trovato finalmente un lavoro stabile che mi permetteva di pagare le bollette, dopo svariati anni passati a fare lavoretti a nero, sottopagati, iper-sfruttati e più che saltuari, sarebbe corretto definirli “inventati dal niente”. Comunque lavori così variopinti e variegati che non mi permettevano in nessun caso di emanciparmi. Campavo perché condividevo la mia casa di montagna, in cui ho passato gran parte della mia vita, con un mio cugino. Avevo una macchina di terza mano. E quando i lavori saltuari non bastavano a riempire il carrello della spesa, fintanto che era viva mia mamma, ci pensava lei a darmi una mano.

Non ho mai vissuto in povertà, ma non mi potevo permettere niente più che il necessario.

Finiti gli effetti della crisi del 2011, la pubblica amministrazione ha iniziato nuovamente a bandire concorsi e dopo averne provati alcuni ne ho vinto uno e mi sono trasferita.

È stata una decisione impulsiva di cui non avevo strettamente necessità. Fra i mille lavori che facevo, stavo anche dentro un CAF della CUB e avevamo buone speranze di poter ingrandire le attività a livello regionale fino a diventarne io la responsabile. Inoltre in casa avevamo dei risparmi da parte che avrei comunque potuto utilizzare. Non sarei diventata ricca, ma nel contesto della mia vita, mi sarei potuta mantenere. Mi sentivo però ancora abbastanza giovane da mettermi in gioco e avendone la possibilità me ne sono andata senza quasi salutare.

Ora vivo una vita normale per cui ogni tanto mi ritengo addirittura fortunata.

Anche se a volte rimpiango la mia vita senza radici in cui comunque gli incontri, le amicizie e le lotte politiche non mancavano. E seppure erano battaglie molto rivendicative e senza grandi aspirazioni ideologiche avevano il pregio di entrare nelle case e nella vita delle persone, tramite sportelli di mutualismo di vario tipo.

Con la vita che faccio ora quel tipo di militanza non sarebbe però più praticabile.

Da quando mi sono trasferita quindi la mia vita politica si è legata alla politica generale del paese, tradizionalmente intesa. Chiacchiere sulle leggi, sul governo, sulla situazione economica generale, sulla guerra, ecc..

Non mi sono però adattata gran che a questa vita politica in primo luogo per le difficoltà di intervenire pubblicamente alle iniziative. La politica senza mutualismo tende spesso a divenire arte retorica per cui bisogna avere voglia di esporsi e non avere dubbi, caratteristiche che sono lontanissime dal mio modo di vivere e che riesco a fare solo con fatica e da cui tendo a ritirarmi di continuo.

Inoltre l’età avanza e il mondo appartiene ai giovani. Non è un modo di dire, è la realtà per me.

Se non si partecipa direttamente al cambiamento della società, ad un dato momento la società diviene qualcosa di esterno su cui si possono solo esprimere commenti, ma che ha una sua vita e regole proprie. Se ad appropriarsi della lotta politica sono i giovani, allora la strada giusta è imboccata, ma se per camminarci sopra i giovani si rivolgono ai modelli del passato, si può star certi di essere fregati.

C’è poi il fatto che la stabilità nella nostra società ha un prezzo da pagare. Si può vivere stabili e con le spalle coperte solo a patto di non disturbare mai il manovratore e non prendere in considerazione questo aspetto è da irresponsabili. Ogni norma che tutela allo stesso tempo impone un ricatto e la libertà rimane solo un’ideale.

E questo è il punto per cui il passaggio dal cinismo alla disperazione nella mia vita, riflette anche un passaggio storico, almeno a livello astratto.

Il cinismo è uno scudo molto resistente in un contesto in cui lo scontro con le classi dirigenti capitaliste è puramente antagonista. In cui c’è un Noi contro un Voi che si confronta. Quando si va al muro contro muro, allo scudo contro scudo, quello del cinismo può spazzare via interi eserciti. Perché l’obiettivo in quei casi non è ribaltare il mondo, cambiare il sistema economico, ma far prevalere nelle contraddizioni esistenti gli aspetti positivi che poi riescano effettivamente a cambiare la società.

Il cinismo è ideale in una guerra di lunga durata, quando non c’è bisogno di aspettarsi niente dal momento presente e tutto da costruire nel momento futuro.

Ma quando non ci sono più leve da muovere per costruire il momento futuro e il momento presente è nelle mani di Trump, Nethanyau e tutta quella melma di persone schifose, il muro contro muro non risulta più tanto efficace e il cinismo diventa un rifugio affollato di fascisti.

Allora subentra la disperazione e la sensazione di impotenza.

Un senso di disperazione che non riguarda tanto la mia vita materiale immediata. Salvo qualche vaga preoccupazione per la vecchiaia, la mia vita materiale è relativamente al sicuro. Viceversa è il contesto generale che mi preoccupa e basta che parli con una mia collega con figli che già mi si affollano in testa le domande e se il nostro lavoro sia sufficiente a tenere al sicuro lei e la sua famiglia. Probabilmente si, ma chi è che deve fare le spese della nostra sicurezza fittizia? E che dire di tutti quelli che non possono permettersi un lavoro stabile?

Penso poi che la disperazione sia una sensazione condivisa che cerchiamo di contrastare prima di tutto a partire da noi stessi. In ogni caso bisogna fare attenzione.

È un po’ come quando si parla dei cambiamenti climatici: i finti tonti, i capitalisti approfittatori e i codardi continuano ad opporre agli scienziati il negazionismo più estremo e la cosa paradossale è che se a prevalere fossero proprio le politiche che mettono un freno alle produzioni fossili, costoro si ritroverebbero comunque dal lato dei vincitori, potendo dire: “Visto? Non si è verificata nessuna crisi climatica, possiamo continuare a governare noi che abbiamo sempre negato che ci fosse il riscaldamento climatico”.

Cioè il verificarsi di condizioni che cambiano il panorama climatico, sconfesserebbe allo stesso tempo anche l’intero movimento ambientalista e potrebbe trasformare negazionisti e responsabili della crisi climatica negli stessi soggetti che danno poi la soluzione.

Per questo, seppure la complessità del mondo moderno non tolleri facili semplificazioni, la coerenza rimane un valore importante da coltivare e con cui orientarsi.

C’è un’altra cosa poi che aumenta il mio senso di disperazione ed è la mancanza della dimensione collettiva nella mia vita. Anche questa è una cosa che si è consolidata col passaggio dal cinismo alla disperazione. Prima, se anche non ne parlavo, la dimensione della vita collettiva era il mio principale orizzonte di riferimento: per qualunque dubbio, paura, incazzatura, protesta, indignazione, idea folle mi venisse in mente avevo sempre uno spazio collettivo a cui riportare le mie idee e con cui confrontarmi. Ma piano piano la dimensione collettiva è diventata sempre più difficile da conciliare con la vita privata.

Sia chiaro: non do la colpa agli altri di essersi allontanati, so di essere stata io a tagliare i ponti, ma questo è avvenuto solo nella misura in cui non potevo conciliarli con la mia vita privata.

Non si può vivere però assediati dal senso di disperazione e se anche la ragione pretende di non perdersi in sogni, di conformarsi al mondo esteriore fatto di soprusi e menzogne, individualmente non si può ritenere né il cinismo, né la disperazione una soluzione. E allora farò finta anch’io che le cose possano essere diverse. Esistono infinite strade e strategie con cui tenere a bada le paure e le insicurezze e questo blog mantiene in parte questa funzione nella mia vita. Non è uno spazio in cui esercitare nessun talento, né che si pone scopi informativi, ma solo un’exit-strategy come tante altre della mia vita.

In alcuni dei vecchi post definivo questo spazio virtuale come un’osteria o un centro sociale di quartiere, di quelli in cui si mette in discussione il mondo com’è rappresentato dai telegiornali e dalle istituzioni sempre benpensanti. Uno di quei posti, ormai sempre più rari, in cui ascoltare la voce della fazione degli incazzati che si ritrova per dubitare di tutto.

Purché non chiuda per fallimento.

 

 

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