
Quando ci fu la crisi economica in Grecia e il rischio di default per il sovraindebitamento, l’allora ministro dell’economia Yanis Varoufakis scrisse un libro, una sorta di memoriale, intitolato “adulti nella stanza”. Da cui venne tratto anche un documentario abbastanza popolare.
Il libro riportava le esperienze del ministro e del premier greci nel loro confronto con i vertici della Troika e dell’UE. Varoufakis aveva un suo piano di risanamento dell’economia greca, molto sensato, molto keynesiano, molto moderato e cercava di presentarlo dati alla mano ai vertici UE. Ma doveva scontrarsi contro una sorta di muro di gomma, per cui ogni proposta di piano di rientro che faceva, finanziariamente sostenibile, trovava un’opposizione silenziosa quando non apertamente offensiva. Questo nonostante lui stesse parlando direttamente coi vertici economici istituzionali europei e mondiali e nonostante la sua fosse una discussione inserita in un dibattito pubblico e accademico di alto livello.
In teoria dunque:
- Parlava con le persone giuste per risolvere il problema.
- Portava soluzioni idonee a risolvere il problema, sotto il profilo accademico.
- Nessun altro oltre i soggetti coinvolti avrebbe potuto risolvere il problema.
Da questo dunque il titolo “adulti nella stanza”. Non giganti nella stanza o nani nella stanza, ma normalissimi e rispettabilissimi adulti. Persone in teoria capaci di gestire un problema.
Tutti sanno che quella discussione andò malissimo, che vennero usate maniere di coercizione nei confronti del primo ministro Tsipras che fecero parlare molti osservatori di “brain washing” e il piano di risanamento che passò fu quello voluto dalla Troika, senza mediazione alcuna, per cui il governo greco si trovò ad essere mero esecutore materiale della fase di distruzione del welfare greco, fase di cui non sono sicura si veda ancora la fine.
Chiusero decine di ospedali, la disoccupazione dilagò, ma le infrastrutture strategiche greche finirono nelle mani giuste.
Che cos’era successo? Perché quegli adulti nella stanza non si trovavano d’accordo nel modo di risanare un debito?
Se una persona qualunque finisce in rosso e salta una rata di pagamento del mutuo e si reca in banca per discutere il risanamento, magari dovrà pagare interessi da strozzinaggio, ma perfino una banca è capace di capire che è meglio tenersi il cliente e fargli una dilazione delle rate di pagamento, piuttosto che portargli via casa, garanzie e anche mutande.
Insomma quello che era successo non è difficile da capire: il fatto è che quegli adulti nella stanza, quelle persone che dal punto di vista formale, legale e istituzionale avevano tutti i poteri per fare un’operazione espansiva in Grecia, non erano affatto i decisori finali e il muro di gomma serviva a proteggere interessi economici precisi. Nel caso dell’epoca si trattava delle banche e dei fondi di investimento che avevano truffato il mondo intero con la crisi dei debiti subprime. Non c’era nessun rischio serio per l’economia mondiale e la Troika sapeva benissimo di poter imporre agli speculatori in questione il piano di rientro proposto dal ministro greco, ma non voleva farlo.
Il che faceva mettere in dubbio perfino il ruolo da “adulti” che si riunivano nelle stanze della Troika. Erano veramente gli “adulti”? E se non erano loro, dove stavano gli adulti dell’epoca?
Oggi noi ci poniamo spesso la stessa domanda nei confronti della situazione in Israele: dove sono gli adulti? E soprattutto: che cosa stanno facendo?
Sembrano domande normali, ma sono invece domande pericolose e rivoluzionarie, perché nonostante noi invochiamo spesso l’aiuto e l’intervento degli adulti, il silenzio di rimando che arriva, quando non lo sbeffeggiamento e il dileggio sono veramente stomachevoli.
Quindi mettiamo ordine, prima di tutto, e poi parliamo.
Abbiamo detto, tante volte, che la questione palestinese è una questione che ci riguarda in prima persona in maniera diretta. Lo abbiamo detto in molte forme diverse, tutte giuste. E aggiungo qui la definizione che “ci riguarda direttamente perché ci sentiamo direttamente responsabili”. Siamo direttamente responsabili per molti motivi: perché il mondo è globalizzato e le dipendenze economiche di Israele sono connesse a tutto il mondo; perché nonostante fossimo a conoscenza della radicalizzazione delle posizioni sioniste abbiamo fatto finta di non vederle e le abbiamo scusate; perché abbiamo assistito a due anni di genocidio senza dire una parola di condanna. Ma tutti questi sono in realtà motivi che rendono responsabile la nostra classe di governo, piuttosto che i cittadini e la società civile occidentale. Allora penso che ci sentiamo direttamente responsabili perché sappiamo che potremmo direttamente riuscire a invertire la rotta, a mettere mano almeno ai problemi più gravi ed emergenti, a portare solidarietà concreta al popolo palestinese.
Sappiamo poi che la strada per risolvere il problema sia quella di fare ognuno il proprio dovere nel proprio quadratino. Questa indicazione che è stata detta da Gino Strada non risolve gran che, ma è un potente invito a fare qualcosa e almeno il proprio quadratino, a non sentirsi impotenti davanti alla situazione attuale. Ovviamente Gino Strada non parlava della situazione attuale in Palestina, ma si riferiva al precipitare di un mondo che trova nella guerra il suo unico sfogo propulsivo e per questo è un’indicazione che può essere attuata anche alla situazione attuale.
Abbiamo poi delle domande a cui rispondere, a cui non sappiamo che risposta dare. E sono principalmente organizzative. Ma qui si va totalmente alla cieca e nonostante tutti i nostri sforzi è molto difficile, alla cieca, trovare la strada giusta.
Io tento qui una divisione organizzativa immediata di 3 temi di discussione.
- Il ruolo delle flotille. Che ci piaccia o meno, le flotille sono uno strumento importante di partecipazione popolare. Non è cosa che riguarda solo gli ultimi mesi, ma decenni di costruzione e si ha sempre un po’ paura a parlare di un’iniziativa altrui a cui tante persone hanno dedicato le loro migliori energie. Però penso che sia necessario parlarne, e qualcuno si deve prendere l’onere di aprire un dibattito pubblico sul tema. Perché lo strumento delle flotille è bellissimo, ma i limiti dell’ultima missione sono stati tanti e troppo grandi per passarci sopra e far finta che non ci siano stati.
- Che cosa può concretamente fare il movimento di solidarietà. Se non ci fossero le flottile comunque la solidarietà si organizzerebbe lo stesso. Nel milione di cose che già sono state fatte, alcune sono meglio di altre e bisognerebbe spingere per replicarle. Preciso che io qui considero “solidarietà” anche azioni para-istituzionali quali quelle di Emergency e altre ONG (al limite anche la Chiesa) che riescono anche a portare un aiuto concreto. Insieme alle tante iniziative che si riescono a fare a “casa propria” e che sono altrettanto importanti. Inoltre la solidarietà ha molte sfaccettature e anche questo è un punto importante da mettere in discussione e attiene direttamente a quello che si può fare concretamente.
Le soluzioni più semplici, ma anche le più efficaci, sono quelle di chi lottando per le proprie condizioni di vita lotta anche contro il genocidio in Palestina, perché le lotte sono interconnesse. Ma non tutte le lotte sono connesse allo stesso modo e forse ogni tanto questo va sottolineato e le energie dispiegate per molte battaglie territoriali non è pensabile sottrarle dai campi in cui già si stanno impegnando.
- Qual è il ruolo degli attori istituzionali. Non è un tema che si possa dare per scontato e da cui si possa ritirarsi dall’approfondire. Innanzi tutto: fanno veramente parte del cerchio degli adulti o sono invece il nemico da combattere?
La risposta per quanto sembri banale non può essere che: dipende. Non si può cioè dare una risposta unica valida per ogni contesto. Diciamo pure che io ritengo che le istituzioni rappresentino l’ordinamento della classe dominante e quella classe non è la nostra. Ma il mio punto di vista non porta molto lontano.
Perciò anche in questo caso dobbiamo discutere volta per volta che cosa ci aspettiamo veramente dalle istituzioni. E l’unica cosa di cui siamo sicuri è che non vorremmo esserne schiacciati, come è successo in Grecia.
In conclusione di queste brevi riflessioni, la domanda principale rimane: dove sono gli adulti? E se anche nelle nostre organizzazioni ci fossero gli adulti, che cosa possiamo fare?






