Note sulla guerra

La prima impressione che ho avuto quando è scoppiata la guerra in Ucraina è stata di consapevolezza. Ho pensato che per la prima volta avremmo vissuto la guerra non solo come una sciagura che cade su una popolazione inerme, ma che l’avremmo capita. Forse sono troppo giovane, o forse troppo vecchia e troppo informata, ma di tutti i massacri che si sono compiuti negli ultimi decenni io vedevo solo l’orrore delle bombe e nient’altro. Questa volta invece, non appena è scoppiata ho avuto questa forte consapevolezza: “stai a vedere che questa volta capiamo anche come funziona la guerra”.

Non so chi diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Credo lo abbiano detto in tanti, in realtà. Comunque è una cavolata. In realtà la Politica è la continuazione della guerra con mezzi pacifici, là dove alla conta dei morti di uno schieramento e dell’altro, si sostituisce la conta dei voti1. La guerra è strategia e tattica brutale, non molto di più. Purtroppo, come dice qualcuno, questa guerra, pur se lontana ce la ritroviamo anche in casa nostra.2

Ci sono vari aspetti da tenere in considerazione.

Il primo e principale è il ruolo della Russia nel contesto internazionale e la sua storia. Ho sentito alcuni pareri al riguardo che vi riporto. Partiamo dalla figura di Putin e dalla storia del crollo dell’URSS. Putin può essere considerato il primo degli oligarchi russi, seppure con questa espressione, oligarchi, non è chiarissimo cosa si intenda. È un politico di lunghissimo corso. Ancora ai tempi dell’URSS faceva parte del KGB ed ebbe un ruolo di primo piano nel defenestramento di Gorbachev. Non chiedetemi nel dettaglio come avvenne, ma certo era il capo della sicurezza, quando la bandiera rossa venne ammainata sul Cremlino. In quel periodo si era giunti a una specie di compromesso fra USA e URSS, guidato dalla nuova figura ben voluta a livello internazionale di Gorbachev. Figura tanto ben voluta, perchè incapace di tenere il potere.

Si pensava all’epoca che non fosse più aria di regimi dispotici in Russia e Gorbachev rappresentava la figura di democratico che poteva portare a una transizione pacifica dell’URSS verso la democrazia. Sbagliate entrambe le aspettative: Gorbachev venne defenestrato e pochi anni dopo al potere salì Putin che invece continua a incarnare bene la figura del dittatore.

Dice che uno snodo importante della vicenda è stato quello della guerra in Kosovo/Serbia/Jugosalavia nel 1999. Mentre le tensioni in Kosovo aumentavano, il primo ministro russo (di cui non ricordiamo il nome) sotto la guida del presidente Eltsin, aveva preso un aereo per andare negli USA a parlare di come affrontare la questione. Mentre era in volo verso Washington gli arrivò la notizia: gli USA avevano cominciato il bombardamento del Kosovo. Fece marcia indietro e tornò in Russia, un mese dopo Putin era primo ministro. Sei mesi dopo divenne presidente. Che cosa abbia fatto per salire allo scranno più alto del governo, non si sa, certo è che incarnava una figura di potere autoritario e centralizzato che poteva portare la Russia fuori dal pantano.

Qual’era questo pantano in cui era caduta la Russia? Il ritorno ad ogni costo del capitalismo in luogo di un’economia nazionalizzata e pianificata.

Quello del crollo dell’URSS, nel decennio 1991-2001 è stato raccontato come il più grande sacco della storia, roba che a confronto i barbari che invasero Roma erano dei monelli che facevano una gita fuori porta. Non mi ricordo benissimo la dinamica, che ho pur letto da qualche parte, comunque quando ci fu il crollo del socialismo, lo Stato liquidò tutta la sua proprietà industriale. Credo che in una prima fase la spezzettò in quote di proprietà cedendola agli operai. Nel disastro generale gli operai che non avevano più un lavoro, ma solo dei titoli di proprietà che a loro sembravano (ed effettivamente erano ) carta straccia, vendettero tutto per comprarsi da mangiare o la casa, tutte cose che erano gratuite nel socialismo e improvvisamente diventarono a pagamento un mese dopo. Alcuni subito dopo averla comprata vendettero anche la casa. Stiamo parlando del patrimono industriale forse più importante del periodo: fabbriche, ferrovie, campi di grano, giacimenti. Tutta la potenza economica sprigionata da 70 anni di pianificazione, a volte insensata, ma incredibilmente produttiva, venduta per un piatto di polenta. Come sia potuto accadere è cosa che va spiegata sia col caos generale dell’assenza di un governo effettivo, sia col fatto che il popolo, per quanto lo disprezzasse, non aveva idea del patrimonio che aveva in mano. Non era educato a un’economia di mercato e non conosceva in alcun modo il valore della proprietà privata. Inoltre il rublo era una moneta del tutto svalutata nel mercato internazionale, cosa di cui nuovamente i russi non avevano idea. Quando a loro sembrava di fare un buon affare a vendere per 100.000 rubli la loro quota di proprietà, si ritrovarono da un mese a quell’altro che coi loro 100.000 rubli potevano a malapena andare a fare la spesa nel nuovo iper-store appena inaugurato. Iniziarono a lavorare come operai salariati, senza un soldo in tasca, senza uno straccio di sindacato, senza regole sul lavoro. La Russia fu acquistata in toto da un pugno di oligarchi stranieri o nazionali e nel giro di pochissimi anni alla potenza che era stata la prima a mandare un uomo nello spazio, rimasero solo gli arsenali pieni di bombe atomiche. I russi impararono a loro spese che cos’era la discriminazione economica e di tutti i privilegi che lamentavano nel periodo del socialismo, del divario fra i capi del partito e la massa degli operai, gli rimase solo un’intensa nostalgia.

Putin in tutto questo fece una cosa buona, forse l’unica cosa buona che ha fatto, ma importante: quando prese il potere ri-nazionalizzò i giacimenti di petrolio e di gas naturale. Cosa che bastò a dare la speranza alla gente che fosse un uomo che si batteva contro l’oligarchia e i privilegi dei gruppi di potere e tranquillizzò i mercati e gli investitori che accettavano di buon grado un compromesso di questo tipo, purché il resto dell’economia restasse saldamente in mano al controllo capitalista.

Quanto all’ideologia politica putiniana è ben nota: eliminare le cesure nella storia della Russia. Fra impero zarista e avvento del socialismo, là dove c’era stata una rivoluzione, Putin raccontava al popolo che c’era perfetta continuità. Che lui lo aveva capito e che non si sarebbe più tornati indietro. Mise in atto questi sui intenti centralistici, non tanto facendo guerre di conquista – mai in venti anni di dominio ha tentato di conquistare un pezzo di terra fuori dai confini della Federazione Russa – ma reprimendo brutalmente qualunque tentativo di scissione e dissenso, territoriale o politica. E in questo senso repressione ha il significato più duro, spesso equivalente all’uccisione.

La Russia non ha poi più fatto passi avanti in nessun campo. La libertà di ricerca che nel socialismo c’era, seppur piegata alle esigenze di Stato, e che tanti benefici aveva portato al mondo nella competizione con lo schieramento capitalista, fu spazzata via. I russi ripiombarono nel medioevo culturale a rimpiangere i loro morti, morti sui campi di battaglia o nei gulag staliniani e dell’avvenire dell’umanità smisero di interessarsi.

La competizione imperialistica finì sul campo più congeniale agli Stati Uniti, quello militare.

Dall’altra parte del mondo, infatti, agli USA venne il capogiro dalla gioia di non avere più un competitor mondiale. Un competitor peraltro così poco educato e senza savoir faire quali erano i socialisti nel periodo della guerra fredda. E nel mondo si scatenò l’inferno. Senza temere più alcuna ritorsione internazionale, iniziarono una guerra dopo l’altra in tutte le zone calde del pianeta, cioè la cintura di sicurezza costituita dai paesi “non allineati”.
Questi ultimi erano nati, liberandosi dalle catene del colonialismo o trovando una nuova unità a partire dalla fine della seconda guerra mondiale e in maniera in arrestabile dagli anni ’60 in poi, principalmente per iniziativa della Jugoslavia di Tito, anche se un ruolo importante lo ebbe anche l’India. Nel 1961 si tenne la prima conferenza internazionale in Jugoslavia, vi aderivano oltre alla gigantesca India post-gandhiana, tutta una serie di paesi “minori”: Jugoslavia, Libia, Siria, Egitto, molti paesi africani e sudamericani. L’idea era quella, nella divisione bipolare che sempre più andava configurandosi fra USA e URSS, di creare un terzo polo “non allineato” al campo sovietico, ma neanche dipendente dalla protezione della NATO. In realtà questi paesi sperimentarono ognuno un proprio percorso personalissimo di liberazione e creazione di Stati nazionali, ma godevano della protezione non invadente dell’URSS che mal tollerava che in queste zone qualcuno andasse a sganciare bombe.

È possibile constatare quanti di questi Stati sopravvivano e con quali tipi di governo a 30 anni dalla caduta dei regimi sovietici.

La Russia negli anni seguenti si è molto limitata a minacciare. Ammoniva gli Stati Uniti di non gloriarsi troppo e che il mondo unipolare non fosse possibile, ma finchè non gli entravano in casa si faceva bellamente i fatti suoi. Sia per tradizione staliniana (non interferire nelle guerre altrui), sia per mancanza di mezzi concreti (nessun patto di Varsavia, nessun paese amico, nessuna ideologia unificante) e solo ultimamente ha tentato di riconquistare una posizione di dominio militare, in particolare con la guerra in Siria.

Dunque: è costui il nemico dell’umanità?

Certo, vivessimo in un mondo perfetto e fossimo tutti asceti della non violenza, Putin sarebbe da considerarsi senza dubbio un nemico dell’umanità. Ma non è detto che sarebbe in cima alla lista.

Se questo è l’aspetto storico del contesto internazionale, come siamo arrivati a questa situazione di guerra dispiegata? Com’è potuto capitare? E come mai il nostro governo, a capo di uno Stato che pure ha scritto fra gli articoli fondamentali della Costituzione che “l’Italia ripudia la guerra”, si è buttato, in tempi di crisi, a capofitto in una politica guerrafondaia e omicida?

Chiariamo, per essere precisi: No! Non stiamo sostenendo la resistenza ucraina. L’unica cosa che interessa al nostro governo è curare gli affari italiani e in particolare sostenere la quarta nazione produttrice di armi del mondo (cioè l’Italia). Ma trattare una guerra come un normale affare commerciale è qualcosa di profondamente e radicalmente immorale.

Detto questo, Putin ha commesso un atto illegale invadendo un paese sovrano. Purtroppo i paesi sovrani sono spesso stupidi e l’Ucraina è in cima alla lista quanto a stupidità e se dobbiamo contare tutti i pro e i contro, i torti e le ragioni, senza dubbio la stupidità ucraina deve avere un peso sul piatto della bilancia.

Che cosa dovrebbe fare l’Italia allora? Tante cose, tutte diverse da quelle che sta facendo.

Le farà?

Controvoglia, ma la linea politica sta cambiando. Non così quella economica invece.

Mi spiego, per non sembrare oscura. In Europa, questo aggregato economico totalmente inutile, Macron ha vinto le elezioni in Francia agitando uno straccetto appena macchiato di pacifismo. Comunque le ha vinte. E forte di questo blando e timido consenso elettorale ha chiesto agli stati europei di smetterla di tentare di risolvere la crisi ucraina gettando benzina sul fuoco. Molto meglio, infatti stare zitti, dire al proprio popolo che ci saranno sacrifici da affrontare e voltare gli occhi dall’altra parte mentre USA e Federazione russa si scannano sulla pelle del popolo ucraino e russo.

Quanto agli ucraini, quella loro non è resistenza perchè l’esercito non è volontario, ma di leva. E se sei maschio e scappi dall’Ucraina, allo stato attuale vieni bollato come disertore e ti attende la corte marziale.
Aiutiamo costoro, piuttosto.

Insomma il quadro politico non preannuncia niente di buono. Enunciamo a tal proposito la lista delle sciagure, così da esorcizzarle e saperle riconoscere, se può servire a qualcosa.

1- economia di guerra. Espressione ignobile.

2- taglio dei rifornimenti di gas naturale, se e quando la Russia deciderà di tagliare le forniture, che tutto il resto del dibattito al riguardo fa solo ridere.

3- incremento del prezzo dei prodotti fossili.

4- incremento dell’attività industriale inquinante e comunque più inquinante del gas naturale, ma non c’è da stare allegri in qualunque caso.

5- incremento delle spese militari interne: 26 miliardi all’anno…

6- invio di armi in territorio di guerra, scortate dalle forze armate italiane.

7- taglio della spesa pubblica: scuola, sanità, pensioni e welfare (il debito cattivo) per sostenere l’economia di guerra.

8- continuazione della decretazione presidenziale al di fuori del campo circoscritto della decretazione sanitaria.

9- elemosine di guerra.

10- insopportabile propaganda guerrafondaia fatta passare come buonsenso razionale di distinzione fra chi è buono e chi è cattivo, propugnata da gente che in quinta superiore si è scordata anche di studiare la seconda guerra mondiale perchè si avvicinavano le vacanze estive.

11- allargamento della NATO a paesi del cosiddetto socialismo europeo

12- escalation militare e incapacità di circoscrivere il teatro di guerra

13- decine di migliaia di morti

14- milioni di profughi

15- selezione fra profughi cattivi e profughi buoni, che comunque andranno tutti a fare lo stesso lavoro di merda.

16- possibile intervento di forze straniere, alleate alla Nato, nel teatro di guerra ucraino

17- uso della popolazione civile ucraina come esercito per procura degli Stati Uniti

18- complicità dei paesi europei nello sterminio del popolo russo, di quello ucraino, di quello russo-ucraino (che non è una bufala, esiste sul serio)

19- armamento “collaterale” di una variegata popolazione di suprematisti nazisti che in Ucraina hanno le loro basi.

20- creazione di un vasto deserto fra Varsavia e Mosca, abitato solo da mosche e animali randagi.

21- …

 

1Cfr Elias Canetti “Massa e potere” nel capitolo sulla democrazia.

2Canetti, da ingenuo pacifista qual’era, non ha però mai considerato il paradosso che si genera allorquando a decidere dell’entrata in guerra è un voto democratico.

 

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